Barcellona, tutti in piedi: è l'ultimo Clasico di Andrés Iniesta

L'ultimo Clasico di Don Andrés ha un significato profondo, unico, probabilmente è la fine di un'era. Certamente l'inizio di una leggenda.

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E adesso? Cammina per il campo il campo a piedi scalzi, come se fosse un viandante in cerca di qualcosa di estremamente importante per le strade del Clasico. Iniesta lascia il campo, tutto il pubblico del Camp Nou si alza in piedi, celebrazione laica di quella che qui, a Barcellona, è stata una divinità diversa, un altare a cui chiedere lumi, una spiegazione plausibile nel momento in cui tutti gli altri erano senza. Dopo Iniesta, chi porterà le idee?

Visionario, superiore, maestro Iniesta: il suo Clasico numero 38 è la fine di un'era per Barcellona e per il Barcellona. Qualcosa di irripetibile ha toccato per l'ultima volta, nell'eterna sfida contro il Real Madrid, il Camp Nou. Che lo chiama forte, come se volesse in qualche modo convincersi che non sia ancora finita, che la supernova non sia passata nel cielo lasciandolo vuoto.  

Lascia il campo a piedi scalzi dopo 22 anni in blaugrana, qualcosa come 672 partite, una carriera da brividi tra Mondiale vinto, Champions League alzata, 9 Liga vinte, 7 Supercoppe di Spagna, 6 Coppe nazionali, 3 Supercoppe Europee, 3 Mondiali per club. Al Barcellona dall'età di 12 anni, un eterno duello con il Real. Il calcio spagnolo, proprio nella sera della summa più elevata della Liga, il Clasico tra Barcellona e Real Madrid diventa all'improvviso più vuoto. Non è un Clasico qualsiasi, tutti in piedi: è l'ultimo Clasico di Iniesta

L'ultimo Clasico di Iniesta: alla fine arriva il pasillo

L'ultimo Clasico di Iniesta è comunque l'eterna sfida tra due sistemi ancestrali di valori, due mondi contrapposti: niente pasillo tradizionale per Iniesta, niente ingresso d'onore in campo, in quello che sarà un match durissimo, divertente, con gol e spettacolo. Barcellona e Real non si giocano nulla (ed è una rarità, la squadra di Valverde ha dominato la Liga), ma in campo lo spettacolo è assicurato, la tensione è palpabile. Tutti gli occhi sono su di lui, su Iniesta, su Don Andrés. Chissà se ricorda ancora il suo primo Clasico, 14 anni fa, l'ingresso in campo al posto di Larsson, infortunato.

Dopo un'ora di gioco Valverde lo cambia, fa entrare Paulinho, un'altra sostituzione, stavolta l'ultima in un Clasico. Che Iniesta ha voluto giocare con forza:

Ho problemi dalla finale di Coppa e ho fatto tutto il possibile per giocare queste ultime partite e farlo il più a lungo possibile e provare ad assaporarle. Voglio divertirmi fino alla fine

Di lui Guardiola ha detto: "Mi ha aiutato a capire il calcio". E Iniesta ha qualcosa di comprensione, conoscenza, visione, perfino verità palla al piede. 

La sua relazione con questo gioco ha qualcosa di profondo, qualcosa che ha a che vedere con la comprensione perfetta delle traiettorie di gioco, l'assaporare una visione concreta, visualizzare il futuro prima che avvenga, prima che tutti possano comprenderlo. Una notte d'amore non si può spiegare, neppure Iniesta e il pallone tra le maglie del Real Madrid. La conoscenza che Iniesta ha del calcio è visione di spazi e tempi intrecciati. Come se gli altri, alla fine, fossero sempre più lenti, meno tecnici, ma soprattutto avessero capito semplicemente in ritardo quello che lui aveva già immaginato da tempo. 

Forse in questo abbraccio tra Messi e Iniesta c'è la fine di un'eraGetty Images
Forse in questo abbraccio tra Messi e Iniesta c'è la fine di un'era

Minuto 58, al Camp Nou finisce l'era di Iniesta nel Clasico, finisce per lui che fa dell'armonia e dell'unione sacra col pallone il suo "Te Deum", la contrapposizione più sorda, più bella, più esaltante. Non conta la sua condizione fisica non eccezionale, non conta nulla, conta questo sapore, ancora in bocca la sfida delle sfide. Una questione di sapore, come sottolinea Iniesta stesso a fine partita. Dalla Cina ponti di milioni di euro perché gli portasse qualcosa di unico, qualcosa come 27 milioni di euro per 3 anni e, mormorano, 6 milioni di vino venduti dalla sua cantina. Perché anche in questo caso è solo una questione di sapore, Iniesta deve portargli il sapore di leggenda. Un sapore da "Gran Clasico", ovviamente. 

Esce dal campo al minuto 58, Iniesta, ed è teso, concentrato, poi a fine partita durante le interviste non guarda in camera, guarda a terra, in basso, come se cercasse ancora disperatamente il contatto visivo con il pallone e con l'erba del Camp Nou. Un piccolo pasillo alla fine c'è stato per il manchego, con tutto lo staff a fare da "guardia d'onore" alla squadra, ancora imbattuta in casa. 

Il Barcellona ha coniato per lui un hashtag, #Infinit8Iniesta, che connette il suo numero al concetto, fortemente intrecciato col suo calcio, di infinito, qualcosa che non può finire. A fine partita il suo Barcellona festeggia la vittoria della Liga e della Coppa del Re, Iniesta sorride come se fosse il suo ultimo rito religioso, l'ultima standing ovation degna di questo nome:  

I festeggiamenti sono stati un po' estemporanei, ma era la prima partita dopo essere diventati campioni. Bisognava celebrarlo in qualche modo. Aspetteremo ora l'ultima partita di campionato per poter chiudere la stagione e festeggiare tutti

Ad inizio partita aveva una maglia diversa per scendere in campo, segno visibile di una specie di elezione.

A fine partita, nel tunnel, le telecamere pescano anche un altro abbraccio, lontano dai riflettori: quello tra Iniesta e l'allenatore del Real Madrid Zidane. Aveva spento lui le ultime polemiche sul Pasillo, confermando in conferenza stampa che no, il Real non si sarebbe piegato alla tradizione. Ha voluto celebrare Iniesta in maniera "privata", se così si può dire (era comunque circondato da un sacco di gente): 

Zidane abbraccia Iniesta nel suo ultimo Clasico con un bel sorriso@casadelfutbol
Zidane abbraccia Iniesta nel suo ultimo Clasico con un bel sorriso

Lo ha aspettato, Zidane, un dettaglio quasi marginale al termine di un match infuocato. Ma è comunque uno dei momenti da gustare in silenzio, come un buon vino, come quel momento in cui Iniesta lascia il terreno di gioco, con un applauso secco, lo sguardo a terra. La relazione tra lo spazio, il tempo, il pallone ha un amante in meno, il preferito. La sua ultima camiseta nel Clasico la scambia con un madridista di ferro, Sergio Ramos, compagno di nazionale che ad inizio partita lo ha abbracciato. Iniesta ricambia, lui che al contrario del capitano del Real in carriera non è mai stato espulso. A proposito di camiseta, in tribuna spunta la maglia della New Team di Holly e Benji, quasi a sottolineare quanto sia fantastica e incredibile la sua carriera, il suo Barcellona. E forse quanto sarà lungo il campo, senza di lui e le sue le sue giocate: 

Ma forse alla fine, nonostante tutto, le giocate, la tecnica, la visione, le linee di passaggio e di dribbling, gli assist, i gol, nonostante tutti i minuti giocati e l'ultimo Clasico, alla fine Iniesta verrà ricordato a piedi scalzi, come se fosse a casa sua, sul prato del Camp Nou, come se fosse un viandante in cerca di qualcosa di importante. E adesso? Forse è il calcio che deve rendersi conto che invecchia un po' di più, si conosce un po' di meno, fa un po' meno innamorare senza Iniesta in campo con il Barcellona, che vede oltre le maglie del Real Madrid. Tutti in piedi, è l'ultimo Clasico di Iniesta, la nascita di un nuovo racconto che un giorno verrà tramandato di bocca in bocca, l'inizio della leggenda. Ma che profondo il silenzio e il vuoto oltre Iniesta.  

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