NBA: Jazz e Cavs stupiscono, Celtics di cuore, Warriors con Steph

Boston continua ad andare oltre i propri limiti, Utah mette in difficoltà Houston, mentre i Cavs sono la criptonite per i Raptors.

Cavs corsari a Toronto Getty Images

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Quando i giochi NBA si fanno duri, i duri incominciano a giocare e questo significa sempre che LeBron James vince. In un’annata dove non ha funzionato praticamente niente nei suoi Cavs, partendo dal mercato estivo, sino alle ultime partite di regular season, è riuscito a portare di peso i suoi al secondo turno dopo sette soffertissime partite contro dei mai domi Indiana Pacers. La frase più ricorrente, a quel punto, era: “È' un campione vero, ma da solo non può battere anche una squadra organizzata e di talento come i Raptors. Questa volta è davvero finita”. Ovviamente dopo due partite questa idea è stata rispedita al mittente con tanto di carta bollata che testimonia un 2-0 per i suoi Cavs che nessuno avrebbe pronosticato alla vigilia.

I Raptors si trovano così ad aver chiuso ieri notte l’Air Canada Center consapevoli della possibilità di non tornarci più.  È un vero e proprio capo d’accusa per la squadra di Casey che ha perso gara uno in modo inaccettabile, mentre nel secondo episodio, con un James stellare per l’ennesima volta, ha preso il secondo schiaffo con la diagnosi di LeBronite acuta. Se i meriti dei Cavs sono evidenti con l’alternanza di gregari che ha dato un sufficiente supporto al re, le colpe dei Raptors sono palesi nel non cavalcare a sufficienza i propri punti di forza, lasciando i Cavs aggrapparsi alle poche risorse rimaste (in gara uno le triple aperte di Korver sono stati tanto inspiegabili quanto letali).
Ora si scrive l’ennesimo capitolo dell’apologia di James, faticando a trovare nuovi aggettivi per descrivere le sue imprese stagionali.

Dall’altra parte invece i finalisti designati, ovvero i Golden State Warriors, si nutrono del rientro di Steph Curry che, pur partendo dalla panchina, infiamma letteralmente la Oracle con 28 punti in 27 minuti di gioco, sbloccando una situazione che per Kerr si stava facendo piuttosto complicata. Dopo il misero esperimento di gara uno da parte di Gentry di mandare Mirotic sulle piste di Durant subendo l’impossibile da lui e anche da un Klay Thompson in ritmo, nel secondo atto la difesa con aggiustamenti ha prodotto ben altri risultati, mordendo le caviglie e dando fastidio a KD. Se poi ci aggiungiamo il 4-20 piuttosto inusuale di Klay, è facile capire come Steph abbia tolto qualche castagna dal fuoco per garantire il 2-0 ai campioni in carica prima del colpo di coda Pelicans in gara tre.

Gli incredibili playoffs di Terry RozierGetty Images

NBA: Celtics pride al suo massimo

Sono quasi ultimati i termini per definire la resilienza dei Boston Celtics che, a loro modo, stanno scrivendo una pagina dell’NBA recente con  una dimostrazione inaspettata di forza morale, fisica e di mentalità. Nonostante i conclamati problemi fisici, i biancoverdi sono riusciti a portarsi 2-0 contro i Sixers rimontando in un batter d’occhio 22 punti di svantaggio nel secondo quarto di gara due. Il rientro di Jaylen Brown sembrava poter portare un pizzico di respiro in più alle rotazioni di Stevens e invece l’impatto dei Sixers è stato molto forte imponendo tutto ciò che non era riuscito nei primi 48 minuti: le triple di Redick, un maggior flusso offensivo e la presenza di Covington dal perimetro.

A metà del secondo periodo di gara 2 è proprio Covington a fare 48-26, ma a otto secondi dalla fine del primo tempo la schiacciata di Brown fissava il tabellone su un insperato 56-51. Il flow è rapidamente cambiato, così Rozier e Horford hanno potuto, aiutati dai liberi glaciali di un Tatum sempre più protagonista, chiudere il match nel finale raddoppiando il vantaggio e ponendosi in una posizione privilegiata strizzando l’occhio alle conference Finals. A contribuire alla vittoria c’è anche la prova da un solo punto e nessun canestro dal campo di Ben  Simmons, ovvero un vero e proprio evento NBA che non è detto si possa ripetere nel prossimo futuro, a iniziare dalla doppietta del Wells Fargo Center.

A Houston si suona il Jazz

Hanno trovato i nostri punti deboli e li hanno attaccati.

Queste le parole di James Harden dopo la vittoria di Utah a Houston in gara due. I Rockets avevano vinto 24 delle ultime 25 partite in casa, erano stati sotto di 19 punti e avevano rimontato, ma il gioco di squadra di Snyder ha dato la spallata decisiva nel quarto periodo, quando tutto sembrava apparecchiato per mandare i Rockets sul 2-0. Utah ha aggredito e giocato a viso aperto ripagando i texani con la stessa moneta: non hanno rallentato il ritmo del match, ma bensì attaccato sin dai primi secondi dell’azione e cogliendo gli avversari spesso mal posizionati nella transizione difensiva.

È stata una grande impresa di tattica tipica da playoff NBA, riuscita anche senza un Mitchell debordante (schiacciata del video a parte), ma utilizzando meglio Gobert in attacco soprattutto nel primo tempo e trovando risposte sia da un Ingles sontuoso in attacco che da un Exum commendevole in difesa che ha reso la vita difficile a James Harden per quanto questo sia possibile. Houston difficilmente troverà un’altra serata così dispari al tiro da tre (risposta arrivata subito in gara 3 con la vittoria), ma questo è stato frutto del ritmo e dell’impostazione data alla partita dai Jazz che hanno colto alla sprovvista D’Antoni e il suo staff.I Jazz non sono comparse: lo hanno scoperto i Thunder e ora anche i Rockets. Comunque andrà questa è la storia della stagione.

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