4 maggio 1949: l'Italia si ferma, il Grande Torino non c'è più

Lo squadrone costruito da Ferruccio Novo rappresentava il sogno di riscatto di un Paese che stava rinascendo sulle macerie della guerra. Tutto si fermò nel maledetto schianto sul colle di Superga.

Il Grande Torino -

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Se è vero che il calcio è uno sport che spesso è capace di dimenticare rapidamente il passato, dato il continuo susseguirsi di grandi campioni, lo è altrettanto che in certi giorni fermarsi a ricordare diventa doveroso. E se è vero che l'Italia ha avuto nella sua storia molte grandi squadre - dal Genoa degli inglesi al Bologna "che tremare il mondo fa", dalla Pro Vercelli all'Inter di Herrera, dal Milan di Sacchi e Capello alle varie nazionali campioni del mondo - è indubbio che nella memoria della maggior parte degli storici e appassionati la più grande di sempre resterà sempre quella nota come "il Grande Torino", mosaico eccezionale di campioni capace di dominare un'epoca e che soltanto il destino riuscì a fermare in un maledetto giorno di maggio del 1949.

Accadde tutto per una tragica fatalità: un cielo coperto da nuvole così dense da costringere i piloti, quasi impossibilitati a vedere, ad affidarsi agli strumenti di bordo; il guasto degli stessi, che indicarono un'altitudine diversa da quella reale; un forte vento che spostò l'aereo dalla traiettoria che credeva di percorrere. In un attimo il "Grande Torino", lo squadrone che aveva unito l'Italia intera incarnandone il desiderio di rinascita dopo le macerie lasciate dalla guerra, non c'era più. Erano da poco passate le cinque del pomeriggio, era il 4 maggio del 1949, una data che mai nessuno avrebbe più scordato.

Quel Grande Torino non era solo una squadra di calcio, era la voglia di vivere, di sentirsi di nuovo cittadini di una città viva e concorde che ci prendeva alla gola quando passavamo davanti alle macerie di piazza San Carlo, di fronte agli edifici sventrati.

(Giorgio Bocca)

Il Grande Torino-

Il Grande Torino, genesi di un mito

La genesi di una squadra che diventerà leggendaria ha inizio nell'estate del 1939, quando Ferruccio Novo diventa il 14esimo presidente della storia del Torino: nonostante il capoluogo piemontese sia stato il primo luogo dove il calcio è stato giocato in Italia, le numerose quanto antiche squadre che attraverso una serie di fusioni hanno portato alla fondazione del sodalizio granata non sono mai riuscite a raggiungere la vittoria di un titolo nazionale. Quando infine sono arrivate le vittorie queste hanno portato la firma della Juventus, mentre il Torino è rimasto sempre nelle retrovie tranne che in un breve periodo di tempo, quello vissuto sotto la presidenza del Conte Maroni Cinzano a metà degli anni '20: con il famoso "trio delle meraviglie" formato da Rossetti, Baloncieri e Libonatti sono arrivati due Scudetti, uno dei quali però revocato per una sospetta combine.

Novo era un grande tifoso del Torino, e aveva sognato di contribuire sul campo alle fortune della sua squadra del cuore: resosi conto però che il talento di cui era in possesso non sarebbe mai bastato a fare di lui un vero calciatore, si era dato agli affari prendendo in mano l'azienda di famiglia ma senza mai dimenticare il suo amore per i colori granata. Così era entrato prima nella dirigenza e poi, al momento giusto, era stato eletto presidente. Il suo compito sarebbe stato quello di rendere finalmente grande il Torino.

Il suo primo acquisto fu Franco Ossola, straordinario talento cresciuto nel Varese: delle sue magnifiche qualità si era accorto prima di tutti Antonio Janni, suo allenatore e un passato da calciatore proprio nel Torino del primo (e allora ancora unico) Scudetto, che si era allora ostinato a non farlo giocare mai per paura che venisse notato da Milan e Inter, notoriamente sempre attente sui territori della provincia lombarda. Janni voleva che il ragazzo vestisse il granata, e ne magnificò le lodi a tal punto a Novo che quest'ultimo finì per convincersi ed acquistarlo. Il primo mattone di quello che sarebbe diventato "il Grande Torino" era stato posto.

Ascesa vertiginosa

I primi due anni della gestione-Novo sono avari di soddisfazioni, con la squadra che finisce ben lontana dalle posizioni che contano centrando un sesto e un settimo posto: sono risultati deludenti, che spingono il presidente granata a investire sul mercato. Nell'estate del 1941 arrivano diversi rinforzi importanti, e la squadra comincia ad assumere una fisionomia vincente: dall'Inter arriva Pietro Ferraris, campione del mondo nel 1938 con l'Italia, mentre dai cugini della Juventus viene prelevato addirittura un trio. Si tratta del portiere Bodoira e degli attaccanti Felice Borel detto "Farfallino" e Guglielmo Gabetto, ritenuto dai bianconeri finito nonostante abbia appena 25 anni e abbia sempre segnato numerose reti.

Meglio per il Toro, che si frega le mani e si gode i suoi 16 gol, mentre si rivela ugualmente utile l'acquisto di Borel: anche se resta soltanto una stagione, "Farfallino" è autore di un'accesa discussione tattica con Novo su quale modulo tattico sia meglio utilizzare. Il Torino, come la maggior parte delle squadre italiane, si è affidato fino a quel momento al "Metodo" con cui l'Italia ha vinto i Mondiali del '34 e del '38, ma Borel considera questa strategia antiquata: bisogna passare al "Sistema" ideato dagli inglesi, e tanto dice e tanto fa che alla fine la dirigenza granata si convince.

Nella stagione 1941/1942 lo Scudetto sfugge ancora, ma la squadra ha finalmente trovato una sua identità adottando il "Sistema" e scopre alcuni dei suoi grandi talenti, tra cui un Ossola finalmente maturo e determinante, un Gabetto tutt'altro che finito e capace di segnare gol in qualsiasi modo e un altro nuovo acquisto, Romeo Menti, prelevato dalla Fiorentina. La squadra ha un certo spessore, non sufficiente però per superare la Roma: il sogno tricolore sfuma con una sconfitta contro il Venezia, che nella stessa stagione riesce a vincere la Coppa Italia e soprattutto mette in mostra due straordinari talenti, Ezio Loik e Valentino Mazzola. Proprio da quella sconfitta contro i lagunari, proprio da quei due ragazzi, nascerà il mito granata.

Valentino Mazzola-

Il primo trionfo e la guerra

Trovato il nuovo modulo, il Torino deve trovare gli interpreti giusti. Soprattutto a centrocampo, reparto cruciale nel "Sistema" e che richiede ai suoi interpreti completezza in entrambe le fasi di gioco e grandi doti sia tattiche che fisiche. Non è semplice trovare interni di questo spessore, ma Novo - consigliato da quello che possiamo considerare l'allenatore del Toro, l'ebreo Erbstein già santone alla Lucchese - non ha dubbi: sono proprio Loik e Mazzola gli uomini di cui hanno bisogno i granata per diventare grandi.

Loik è un metronomo eccezionale, capace di correre per tutto il campo per l'intera durata della partita e dotato di ottima tecnica. La sua qualità principale però è che si intende a meraviglia con il compagno di reparto Valentino Mazzola, un concentrato di potenza e sapienza tattica e tecnica, capace di correre come un mediano, costruire come una mezzala e segnare come un centravanti: per molti è ancora oggi il miglior calciatore italiano di sempre, e di certo l'arrivo dei due dal Venezia segna la nascita del "Grande Torino".

A testimonianza di tutto ciò ecco che arriva lo Scudetto, il secondo della storia e il primo della gestione-Novo: i granata, che si assicurano anche le prestazioni dell'elegante mediano triestino Grezar, vincono la Serie A con un punto di vantaggio sul sorprendente Livorno e alzano al cielo anche la Coppa Italia, conquistata dopo aver battuto proprio il Venezia campione in carica in finale con un eloquente 4-0. È la prima volta nella storia che una squadra riesce a centrare l'accoppiata in Italia, ma quello che potrebbe essere l'inizio di un bellissimo sogno rischia di trasformarsi in un incubo: la guerra incombe, i campionati vengono sospesi e il destino dei calciatori, che potrebbero finire al fronte, diviene incerto. Per salvarli Novo li fa assumere tutti alla FIAT, che essendo in quel momento storico industria bellica ha bisogno di operai.

Gli anni d'oro del Grande Torino

Nei successivi due anni l'Italia cambia radicalmente: crolla il regime fascista, il Paese viene bombardato e numerosi giovani cadono al fronte trafitti dai proiettili o sventrati dalle granate. Un destino che però non tocca ai giocatori del Torino, che negli anni trascorsi in fabbrica cementano un rapporto fraterno che cessate le ostilità si rivelerà fondamentale per i futuri successi: perso malamente un campionato di guerra, soffiato loro dai Vigili del Fuoco di La Spezia, i granata sono però pronti a dettare legge quando l'attività sportiva riprende regolarmente.

Il Toro che si presenta ai nastri di partenza del campionato 1945/1946, il primo dopo il conflitto bellico, mette in mostra gli ultimi tasselli di un mosaico perfetto, pronto per entrare nel mito. Arrivano il portiere Bacigalupo, uno dei primi in Italia capace di interpretare il ruolo in modo moderno, e i difensori Ballarin e Maroso, incredibilmente completi; con loro anche il bresciano Rigamonti, che completa un reparto arretrato finalmente di prim'ordine, e Eusebio Castigliano, interno divenuto mediano ma che del vecchio ruolo ha mantenuto l'eleganza - sarà soprannominato per questo "Zampa di velluto" - e l'abilità sia nel costruire che nell'inserisi in zona-gol.

L'11 novembre la Nazionale torna a giocare contro la Svizzera, e che il Torino sia ormai una squadra fortissima lo si evince dal fatto che degli undici azzurri che scendono in campo ben sette vestono la maglia granata. Arriva naturalmente lo Scudetto, conquistato nel girone finale e sul filo di lana ai danni della Juventus: la squadra segna la bellezza di 108 reti in appena 40 partite. La musica non cambia neanche nella stagione successiva: il Torino è davvero grande, adesso, e regola ancora i cugini bianconeri con un distacco di 10 punti grazie ali 104 gol segnati in 38 giornate. Di questi ben 29 portano la firma di Mazzola, e certe vittorie casalinghe sono spaventose: al "Filadelfia" i granata regolano 7-2 la Fiorentina, 6-0 Genoa e Vicenza, 6-2 il Milan, 5-2 la Lazio, 5-1 l'Inter. L'11 maggio del 1947, nell'amichevole che l'Italia vince 3-2 contro quella che in futuro sarà la "Grande Ungheria" di Puskas, ben dieci azzurri su undici vestono abitualmente il granata.

Valentino Mazzola in azione con la maglia dell'Italia, 1947-
Valentino Mazzola in azione contro l'Ungheria: nell'occasione l'Italia era rappresentata per dieci undicesimi dal Grande Torino.

Nessuno può fermare il "Grande Torino": gli avversari provano a copiarne i segreti senza però coglierne lo spirito, provano ad acquistarne gli interpreti scontrandosi però sempre con la ferrea volontà di Novo, che ha costruito un meccanismo perfetto e non vuole che niente e nessuno possa sciuparlo. Nel 1947/1948 arriva l'ennesimo Scudetto, il quarto di fila, accompagnato da una serie impressionante di record: i granata vincono il torneo con cinque turni di anticipo, distaccano il Milan secondo di ben 16 punti (nell'epoca dei due punti per vittoria) e realizzano ben 125 reti in 40 giornate. Nei rari momenti di difficoltà, quando magari la squadra finisce per sottovalutare certi impegni e gli avversari sembrano alzare la testa, ecco il mito del "quarto d'ora granata": dagli spalti del "Filadelfia" si ode il suono di una tromba, il pubblico comincia a incitare il Toro, Valentino Mazzola si rimbocca le maniche e indica ai compagni la porta degli avversari, che sono immancabilmente spacciati.

4 maggio 1949: un destino fatale

La storia sembra ripetersi sempre uguale, e anche il campionato 1948/1949 non sembra fare eccezione: la squadra, pur logora dopo tanti anni al vertice, mantiene la testa della classifica per tutto il campionato e il 30 aprile 1949 si trova ad affrontare la difficile trasferta di Milano contro l'Inter, seconda a quattro punti quando mancano quattro giornate al termine. Mazzola vuole onorare l'amico portoghese Ferreira, conosciuto durante una sfida tra le proprie rispettive nazionali, con un'amichevole a Lisbona contro il Benfica: ne parla con Novo, che concede alla squadra il viaggio in Portogallo a patto di non uscire sconfitti contro i nerazzurri.

La partita finisce 0-0, ed è facile adesso immaginare come la storia sarebbe potuta cambiare se quel giorno, a Milano, Bacigalupo e i compagni della difesa si fossero mostrati non perfetti per una volta sola nella loro carriera. Quella contro l'Inter sarà l'ultima partita ufficiale giocata dal "Grande Torino", che il 1° maggio del 1949 vola in Portogallo e il 3 gioca e perde una partita che è in realtà poco più di una festa contro il Benfica di Ferreira. Il 4 maggio del 1949 i grandi campioni devono tornare in Italia: sono pronti per centrare l'ennesimo Scudetto, carichi perché l'anno successivo si giocheranno nuovamente i Mondiali, e l'Italia è campione in carica e può e deve ben figurare soprattutto grazie a loro. Del resto chi è mai stato capace di fermarli?

Lo farà il destino: un vento troppo forte, un altimetro rotto, nuvole troppo fitte, un'insolita nebbia. Improvvisamente davanti agli occhi dei piloti si staglia la basilica di Superga, è troppo tardi per una qualsiasi manovra, l'impatto è inevitabile. Sono da poco passate le 17, l'Italia si ferma incredula e poi piange a lungo la squadra che aveva fatto sognare un popolo intero. Il nostro calcio ci metterà anni per riprendersi da un colpo così duro, il Torino, pur centrando un altro titolo quasi trent'anni dopo, non tornerà mai più così grande. Nello schianto scompare l'intera squadra, composta da 18 calciatori: si salvano soltanto il difensore Sauro Tomà, infortunato, e il portiere di riserva Renato Gandolfi, che aveva lasciato il posto al terzo, Dino Ballarin, su richiesta del fratello di quest'ultimo, Aldo.

  • Valerio Bacigalupo (25, portiere)
  • Aldo Ballarin (27, difensore)
  • Dino Ballarin (23, portiere)
  • Émile Bongiorni (28, attaccante)
  • Eusebio Castigliano (28, mediano)
  • Rubens Fadini (21, centrocampista)
  • Guglielmo Gabetto (33, attaccante)
  • Ruggero Grava (27, centravanti)
  • Giuseppe Grezar (30, mediano)
  • Ezio Loik (29, mezzala destra)
  • Virgilio Maroso (23, terzino sinistro)
  • Danilo Martelli (25, mediano e mezzala)
  • Valentino Mazzola (30, attaccante e centrocampista)
  • Romeo Menti (29, attaccante)
  • Piero Operto (22, difensore)
  • Franco Ossola (27, attaccante)
  • Mario Rigamonti (26, difensore)
  • Julius Schubert (26, mezzala)
Lo schianto dell'aereo a SupergaGetty Images

Con loro scompaiono anche i dirigenti Arnaldo Agnisetta, Ippolito Civalleri e Andrea Bonaiuti; gli allenatori Egri Erbstein e Leslie Lievesley e il massaggiatore Osvaldo Cortina; i giornalisti Renato Casalbore, Renato Tosatti e Luigi Cavallero; i quattro membri dell'equipaggio.

Leggenda immortale

Forse era troppo meravigliosa questa squadra perché invecchiasse; forse il destino voleva arrestarla nel culmine della sua bellezza. 

(Carlin)

Il Grande Torino sarà sempre ricordato come quel mosaico di campioni che fece sognare l'Italia intera, non soltanto gli appassionati di calcio. I granata, così come Fausto Coppi nel ciclismo, rappresentavano la voglia di riscatto di un popolo sconfitto e distrutto che tuttavia non si era mai rassegnato, che voleva tornare grande e che a quei grandi campioni si ispirava . Incredibilmente avanti con i tempi, quel Torino fu il primo club ad adottare il "Sistema" in Italia, dimostrando per la prima volta che il nostro poteva anche essere un calcio diverso dal classico stile basato sulla difesa e sul contropiede.

Straordinariamente completi, i campioni granata furono precursori di almeno vent'anni del "Calcio Totale" mostrato negli anni '70 dagli olandesi, abbinando classe e corsa a una compattezza che permetteva a chiunque di coprire il ruolo del compagno sganciatosi in avanti e a chiunque di andare a segno. Lo stesso tragico destino che ha distrutto questa grande squadra le ha permesso di entrare nel mito, dato che, come avrebbe avuto a dire qualcuno, "soltanto il fato li vinse".

Rosso come il sangue

forte come il Barbera

voglio ricordarti adesso, mio Grande Torino.

In quegli anni di affanni

unica e sola la tua bellezza era.

Hai vinto il Mondo,

a vent’anni sei morto.

Mio Torino grande

Mio Torino forte.

(Giovanni Arpino)

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