Da Harden ad Aldridge: i nostri quintetti All-NBA senza Steph Curry

Terminata la stagione, è arrivata l'ora di dare vita ai tre quintetti All-NBA.

James Harden

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[di Sergio Vivaldi]

Finita la stagione, è tempo di assegnare il riconoscimento stagionale più difficile e meno scontato, insieme forse al Coach of the Year: definire i tre quintetti All-NBA. Quindici posti per i 15 migliori giocatori di quest'anno.

Qualcuno deve rimanere fuori dall'elenco, e se l'esclusione di Kawhi Leonard non sorprende con solo 9 gare giocate, quella di Stephen Curry potrebbe lasciare qualche perplessità in più.

Ma il due volte MVP ha chiuso la stagione con solo 51 gare giocate, e per quanto la sua annata sia stata tra le migliori in carriera, altri sono stati più presenti e altrettanto decisivi. E questo deve in qualche modo pesare. Paul George paga gli alti e bassi dei Thunder, così come Bradley Beal, mentre John Wall, Kyrie Irving e DeMarcus Cousins scontano gli infortuni.

Stephen Curry
Stephen Curry

I nostri quintetti All-NBA senza Steph Curry

Se avessimo voti ufficiali da dare, sarebbero questi.

First All-NBA Team

James Harden: a tutti gli effetti il miglior giocatore di questa stagione, non sarà MVP unanime solo perché LeBron James gli porterà via qualche voto. Intanto, i suoi Houston Rockets chiuderanno con il miglior record della lega, il miglior record nella storia della franchigia e sembrano gli unici in grado di impensierire i Golden State Warriors. 

DeMar DeRozan: per la prima volta in carriera è di gran lunga il miglior giocatore dei Raptors, nell'anno in cui Toronto ha impressionato per gioco e risultati. La crescita di DeRozan, il modo in cui ha cambiato il suo approccio in campo, è stato il motore della crescita della squadra che ha ottenuto il primo posto nella Eastern Conference e ha sfiorato le 60 vittorie. 

LeBron James: abbiamo finito gli aggettivi. Quello che sta facendo nella sua 15esima stagione non ha precedenti, a partire dall'aver giocato tutte le 82 gare di regular season per la prima volta in carriera. I Cavs iniziano e finiscono con lui, e ancora una volta la strada per le Finals a est passa da James (anche a causa degli infortuni a Boston). Quando gioca al massimo è inarrestabile e avrà un posto nel primo quintetto fino al suo ritiro.

Anthony Davis: molti davano i New Orleans Pelicans per spacciati in estate, ma se l'intesa con DeMarcus Cousins stava trovando una quadratura era anche merito della leadership di Davis. Lo shock per l'infortunio dell'ex Kings, è durato 4 gare, poi è cominciato un delirio di onnipotenza (30.1 punti, 11.7 rimbalzi, 1.9 rubate, 3.5 stoppate le sue medie dopo l'All Star Game) che ha trascinato di peso la squadra fino ai playoff. 

Rudy Gobert: la stagione di Donovan Mitchell è stata incredibile, ma il giocatore più importante per gli Utah Jazz e favorito al premio di difensore dell'anno è il francese. I Jazz concedono 9 punti in meno agli avversari con lui in campo e i due migliori quintetti difensivi nella NBA dopo l'All Star Game sono entrambi dei Jazz, e lui è il cuore di entrambi. E non è più solo un difensore, ha imparato a muoversi e i suoi tagli dal pick&roll aprono spazi per i tiratori sul perimetro.

James Harden
James Harden

Second All-NBA Team

Russell Westbrook: anche in una stagione al di sotto delle aspettative per gli Okahoma City Thunder e con tanti problemi nel trovare l'intesa con i nuovi arrivi, Russ è il primo giocatore della storia a chiudere due stagioni con una tripla doppia di media. Rispetto alla scorsa stagione è tornato "umano" in termini di efficienza offensiva nei possessi decisivi e questo spiega alcune sconfitte. Il mancato inserimento nel primo quintetto è frutto degli alti e bassi della squadra, di cui è in parte responsabile. Ma sta trasformando l'eccezionale in normale, e per questo dovrebbe essere premiato, non punito. 

Chris Paul: in tanti hanno passato l'estate a chiedersi quando Harden e Paul insieme sarebbero implosi. È bene ricordare quei momenti di ingenuità, quando il mondo era più semplice e l'unica alternativa agli Warriors era la caduta di un meteorite. Se i Rockets hanno assunto un ruolo di antagonista è grazie a Chris Paul, che ha liberato Harden di tante responsabilità in fase di creazione di gioco.

Kevin Durant: una delle poche costanti di questa stagione dei Golden State Warriors tormentata da infortuni e fatica mentale. Il KD cattivo che fa a gara di tecnici con il compagno Draymond Green rimane comunque uno dei realizzatori più letali della storia della NBA e quando è mancato Stephen Curry il suo Usage Rate è salito alle stelle, senza che l'efficienza ne abbia ristentito.

Giannis Antetokounmpo: èancora presto perché il greco diventi il padrone della NBA. I Bucks sono una squadra perdente quando lui siede in panchina, nonostante il talento a disposizione, ma questo potrebbe avere tanto a che fare con la situazione in panchina. È anche arrivato il momento di modernizzare alcune combinazioni difensive, offensive e di uomini in campo. Per il momento, i Bucks sono una squadra da playoff grazie a lui, e tanto basta.

Joel Embiid: the Process, almeno per questa stagione, ha risolto i problemi di salute ed è riuscito a sostenere un livello di prestazioni incredibile per tutto l'anno. Con lui in campo, i 76ers giocano come una squadra che vale oltre 60 vittorie. Embiid è la definizione di giocatore trascendente in grado di prendere il controllo di una partita in qualsiasi momento, su entrambi i lati del campo, e trascinare la squadra alla vittoria.

Russell Westbrook
Russell Westbrook

Third All-NBA Team

Damian Lillard: Portland ha avuto un inizio di stagione complicato, con un attacco che stranamente faceva fatica a girare e una difesa sempre in top 10. Poi coach Terry Stotts ha cambiato qualcosa e contemporaneamente Lillard ha vissuto il suo solito momento in cui nessuno riesce a impedirgli di fare canestro. Solo che quest'anno il suo momento è durato due mesi.

Victor Oladipo: la grande sorpresa a est sono gli Indiana Pacers, e Oladipo ne è il faro. L'anno come scudiero di Westbrook gli ha insegnato cosa serve per raggiungere l'eccellenza, e il suo obiettivo dichiarato è essere il migliore su entrambi i lati del campo, cosa che ha fatto in questa stagione che doveva essere di rifondazione ma che in realtà è fruttata quasi 50 vittorie e il quinto posto nella Eastern Conference.

Jimmy Butler: l'infortunio al ginocchio lo ha limitato, ma Butler ha preso il controllo dei Minnesota Timberwolves fin dal primo giorno, trasformandoli in una squadra che vale i playoff. La stagione è da incorniciare, forse la migliore in carriera.

Al Horford: l'ex Atlanta Hawks è l'ancora difensiva dei Boston Celtics, la miglior difesa della lega dal primo giorno all'ultimo, nonostante un calo fisiologico di squadra dai livelli di efficienza difensiva da record di inizio stagione. Horford è il classico giocatore poco appariscente ma che permette a tutto il resto di funzionare al meglio, su entrambi i lati del campo e se i Celtics hanno retto di fronte a tutti gli infortuni è anche grazie a lui.

LaMarcus Aldridge: niente Kawhi Leonard per i San Antonio Spurs, e il fulcro del gioco diventa Aldridge, che piazza la migliore stagione in carriera nel silenzio nel quale si muovono solitamente gli Spurs. In realtà di rumore all'ombra dell'Alamo se ne è avuto anche troppo, ma non si trattava di applausi per l'ex Portland. Gli Spurs sono passati da un'identità "Kawhi e difesa" a "Aldridge e difesa". La differenza è enorme, ma non per questo la sua stagione va penalizzata.

Damian Lillard
Damian Lillard

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