Non solo Europa League: (quasi) tutti gli scandali della Red Bull

La Red Bull, main sponsor dell'RB Salisburgo e proprietaria del Lipsia, è coinvolta in molte storie al limite: tra dicerie, fake news, l'amore del toro ed eredi in fuga lussuosa.

102 condivisioni 0 commenti

di

Share

Ci sono ritornelli che si infilano nel profondo e non riescono proprio a lasciare la testa. Il marketing, bellezza, è così: decine e decine di anni a studiare come spezzettare desideri e crearne altri, così "... è la cucina degli italiani", oppure "dove c'è... c'è casa", o ancora: "...Per chi non si accontenta". Potremmo continuare all'infinito, rassegna del meccanismo automatico, del ricordo, del volume più alto allo scoccare dello spot.  

Ma c'è chi ha cavalcato l'ondata capitalista in maniera più aggressiva, con prodotti nuovi, pop, dal look e dall'atteggiamento così ammiccante da sembrare irrinunciabile. Si sono piazzati per anni con automobili glamour (con tanto di lattina sul tettuccio), con altrettanto ammiccanti sexy ladies davanti a scuole e luoghi di aggregazione, hanno comprato scuderie automobiliste e squadre, rifondandole da zero, senza alcun riguardo per storia e tradizione: signori e signori, conoscete la RedBull

Sì, vi è venuta in mente la canzoncina della Red Bull, "vi mette le ali", è il marketing, no? Ma la multinazionale dell'arcinota bevanda energetica ha i suoi (poco) allegri scheletri negli armadi, tra semi-fake news fino ad arrivare a veri e propri maxi-processi (evitati): dai topi in lattina (!) all'erede in fuga (ma comunque tra festini e scuderie automobilistiche, tranquilli), fino alla rivelazione decisiva: non "mette le ali" davvero, ragazzi. 

La Red Bull che squittisce (sì, può succedere)

Sì, è schifosamente quello che sembra, con tutto il rispetto per il povero animaletto
Sì, è schifosamente quello che sembra, con tutto il rispetto per il povero animaletto

Succede, può succedere anche nelle migliori famiglie dell'Arkansas. Il tipo che in un video diffuso dai maggiori media del mondo taglia in due una lattina Red Bull a metà è iper tatuato e sicuro di sé. Meno male che non sembra di stomaco fragile. Di certo però non si aspetta di trovare dentro la Red Bull un topolino deceduto. Già, e abbiamo detto topolino, dandovi l'idea di un campagnolo inoffensivo, per non tirare in ballo i simpatici abitatori di molte delle nostre allegre città.

Allora, la cronistoria del fattaccio è questo: il povero Josh Henley si beve un po' di Red Bull, la lascia in macchina tutta la notte, la mattina dopo la va a riprendere, ovviamente mezza vuota. Si accorge che qualcosa sbatte sulla lattina, una volta finita. Ovviamente non sa dire se il topolino (!) si sia infilato di notte a dormicchiare (anzi no!) nella bevanda energetica.

Sa solo che in macchina non c'erano segni di presenza animalesca. Un portavoce della Red Bull ha glissato: "Inconcepibile che un corpo passi indenne attraverso il processo di una moderna fabbrica di una multinazionale". Qualcuno sottolinea sui social: "Ovviamente sarà entrato dopo che averla bevuta". Speriamo, Josh, speriamo....

Red Bull e la taurina: no, non c'entra l'amore fatto dal toro

Siamo come tori a Pamplona... però magari il frutto del loro amore no, dai
Siamo come tori a Pamplona... però magari il frutto del loro amore no, dai

Siamo partiti dalle due più soft. Anzi, addirittura questa è legata ad un'antica credenza popolare. Che cosa c'è nella Red Bull e in molte altre bevande energetiche? In quanti ci avete fatto gli scemi davanti a scuola con la gag della taurina? Molti, ma dobbiamo rivelarvi un particolare: non c'entra niente l'amore fatto dal toro. Niente di tutto questo: il seme di toro, nelle Red Bull, non c'è. Niente urine, testosterone estratto da gioiellini di famiglia taurini, nulla di tutto questo.

Chiaramente il nome "taurina" rimanda al termine latino per indicare il toro, ma in realtà è presente naturalmente in tutti i pesci e nei tessuti animali (anche in quelli umani). Dietro la scelta del nome c'è una certa logica: la prima volta che gli scienziati hanno isolato l'aminoacido lo hanno estratto dalla bile di bue, che è ovviamente prodotta dalla cistifellea del suddetto. Comunque, per far star tranquilli tutti, la taurina usata dalla Red Bull è completamente sintetica. Vi sentite meglio, ora?

Red Bull e i co-fondatori Yoovidhya: tra paradisi offshore ed erede fuggitivo

La polizia esamina la Ferrari del nipote di uno dei co-fondatori della Red Bull
La polizia esamina la Ferrari del nipote di uno dei co-fondatori della Red Bull

Non viene quasi mai citata, ma la famiglia Yoovidhya, secondo Forbes, ha un patrimonio stimato di 13,1 B di dollari. Il signor Chaleo Yoovidhya, nel 1987, ha fondato la Red Bull insieme all'austriaco Dietrich Mateschitz (che ha molto a che fare con l'acquisto dell'RB Salisburgo, squadra che ha appena eliminato la Lazio in Europa League). Prima di morire, nel 2012, i suoi interessi si sono allargati a macchia d'olio: ospedali, real estate e, appunto, team sportivi. Il gruppo è guidato dal figlio Chalerm, la Red Bull con lui al timone (il clan famigliare possiede il 51% del marchio) ha venduto 6 bilioni di lattine nel 2016.

La famiglia è la quarta più ricca della Thailandia e ha un brutto scheletro nell'armadio. Varit, nipote del capostipite, investe in vini ed è coinvolto nell'accordo commerciale con la Ferrari. Fino a qui tutto bene, ma l'altro nipote, Vorayuth, che fine ha fatto? Dal 2012 su di lui l'Interpol aveva spiccato un mandato di cattura internazionale. Hanno provato a catturarlo in tutti i modi dopo un incidente in cui ha ucciso con la sua Ferrari nera un poliziotto in moto al centro di Bangkok. Una lunga striscia di grasso e olio ha guidato gli agenti fino a casa di Vorayuth, poi il nulla.

Un tempo c'era questa segnalazione sul sito dell'Interpol, un tempo...
Un tempo c'era questa segnalazione sul sito dell'Interpol, un tempo...

In Thailandia la notizia, a 6 anni di distanza, ancora occupa stancamente le pagine dei giornali. Già, perché evidentemente Vorayuth si deve sentire particolarmente al di sopra della legge: dal quel giorno è latitante. A quanto pare il rimorso non è proprio in alto nella scala di valori di Vorayuth: continua a postare sui social foto da locali alla moda, vette innevate, posti glamour (e la famiglia si rifiuta di commentare). Un editoriale del Bangkok Post demolisce e critica tutti i tentativi di catturarlo della polizia, un noto sociologo ammette che difficilmente il delfino della famiglia Yoovidhya pagherà per quanto successo.

Ah, per coloro che credono nella giustizia, dal sito dell'Interpol Vorayuth è scomparso. La foto che avete appena visto non c'è più. Non è più ricercato? In Thailandia comunque si sono dati per vinti: la polizia dice che le ricerche del 32enne sono "ad un punto morto". Comunque, per dire "Boss", si fa chiamare così, si dà da fare: giri del mondo su jet privati, Gran Premi di F1 per tifare le due scuderie di casa, una Porsche a Londra targata «B055», crociere a Montecarlo, snowboard in Giappone, piscine ad Abu Dhabi, cene di lusso in Francia. Alla faccia dell'Interpol. 

E la sua famiglia utilizzerebbe società offshore per nascondere gli acquisti di jet e proprietà di lusso, inclusa l'elegante casa di Londra dove il fuggiasco del clan è stato visto per l'ultima volta. Ma lo fanno per bene.  Arriviamo fino ai Panama Papers, una raccolta di 11 milioni di documenti finanziari segreti che illustrano come le famiglie più ricche del mondo nascondano i loro soldi. Ci sono anche loro, ovviamente. La rete di società offshore della famiglia Yoovidhya è così complessa che fino ad ora sono riusciti a mantenere il marchio di famiglia e il marchio Red Bull lontano dai riflettori. 

La Red Bull non mette davvero le ali

No, non succede davvero
No, non succede davvero

C'è una cosa che andrebbe capita, nel marketing e nella vita: non sempre le pubblicità dicono squisitamente tutta e sola la verità. A volte la semplificano, a volte la aiutano, si sceglie sempre esplicitamente cosa dire. E comunque, a quanto pare, la Red Bull non mette davvero le ali. A quanto pare, non fa spuntare simpatiche estremità atte al volo dopo l'assaggio. Un signore in America, tale Benjamin Careather, dopo 10 anni di assiduo consumo di Red Bull, ha scoperto che non mette le ali ma anzi non dà alcun incremento intellettivo o fisico. Ha citato in giudizio la Red Bull per "pubblicità ingannevole" (e dove sono le mie ali, eh?!?).

La Red Bull, temendo un processo lungo e costoso, avrebbe scelto di risolvere il caso in via extragiudiziale, impegnandosi a rimborsare $ 10 a qualsiasi cliente statunitense che avesse acquistato la bevanda dal 2002. Il teorema di Careather è semplice: perché far pagare la Red Bull molto più di un caffè da Starbucks quando l'unico effetto realmente energizzante è dato dalla caffeina? Con un'altra domanda, a far da corollario: perché, alla fine di quest'articolo, ancora non avete le ali?

Share

Commenta

Ti potrebbe interessare anche:

Questo sito internet utilizza cookie tecnici e di profilazione, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza di navigazione, analizzare l’utilizzo del sito e per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Puoi saperne di più o per negare il consenso ad alcuni a tutti i cookie clicca qui Informativa sui Cookies. Chiudendo questo banner, cliccando in seguito o continuando a utilizzare il sito, acconsenti all’utilizzo dei predetti cookie.