Storie di calcio: Moacir Barbosa, maledetto fu il Maracanazo

Era il miglior portiere del Brasile, ma un solo errore lo avrebbe condannato all'oblio eterno: Moacir Barbosa fu il capro espiatorio della tragedia del "Maracanazo".

Moacir Barbosa, portiere del Brasile ai Mondiali del 1950

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Se è vero che il calcio può regalare gloria eterna ai suoi più grandi protagonisti, è altrettanto vero che a volte può capitare che un solo errore si tramuti in un'eterna condanna all'oblio, trasformando un campione in un capro espiatorio, l'unico responsabile per chi, tra tifosi e addetti ai lavori, dimentica che quello che è lo sport più amato al mondo alla fine non è altro che un gioco, dove si può vincere o perdere e dove soprattutto, trattandosi di un gioco di squadra, un uomo solo non può essere responsabile di vittorie e disfatte.

Quello che accadde a Moacir Barbosa nel 1950 è un caso che andrebbe studiato e mai dimenticato, una storia che ancora oggi chiede giustizia e che probabilmente mai l'avrà: il miglior portiere del Brasile, una sicurezza in un ruolo tanto delicato, un campione con la bacheca colma di trofei, per un solo errore fu condannato dal suo stesso popolo per sempre, additato come solo e unico responsabile di una tragedia che colpì un intero Paese, furioso ad esigere un capro espiatorio con cui prendersela.

Da allora Barbosa non fu più capace di vivere, di amare quel calcio a cui aveva dato tutto e che improvvisamente gli aveva voltato le spalle. Chissà quante volte tentò di spiegarsi, quante rimpianse di non essersi tuffato in tempo su quel maledetto tiro di Ghiggia. Avesse preso quel pallone, fosse anche solo riuscito a sfiorarlo, forse l'intera storia del calcio brasiliano sarebbe cambiata. Di certo sarebbe cambiata la sua, che da quel giorno fu noto semplicemente come "l'uomo che ha fatto perdere il Mondiale al Brasile". Una maledizione da cui si sarebbe liberato soltanto con la morte, arrivata come una liberazione mezzo secolo più tardi.

Moacir Barbosa anziano

Moacir Barbosa, una storia incredibile

Moacir Barbosa nasce a Campinas, nello stato di San Paolo, il 27 marzo del 1921. Sono anni, quelli, in cui il football si è ormai da tempo radicato come passione principale dei brasiliani, che già riempiono gli stadi e stravedono per campioni come Araken, Neco, Leonidas e "El Tigre" Friedenreich, attaccanti straordinari che tutti i bambini del Brasile sognano di imitare. Anche il piccolo Moacir ha questa aspirazione, ma pur mostrando promettenti doti come ala sinistra si innamora ben presto del ruolo del portiere, così unico e romantico.

Mostrando capacità non comuni, arriva ad attirare l'attenzione del Vasco da Gama, che proprio in quegli anni sta allestendo una vera e propria corazzata che dominerà il calcio nazionale con il soprannome di "Expresso da Vitória", "l'espresso della vittoria": una squadra straordinariamente spettacolare che presenta una linea offensiva di prim'ordine composta da Djalma, Friaça, Maneca, Ademir e Chico. Eppure è Barbosa a svettare nel successo più importante di quella compagine, la vittoria nella Coppa dei Campioni del Sudamerica del 1948, ottenuta grazie allo 0-0 contro il River Plate che lo vede grande protagonista con una serie di interventi che strappano applausi scroscianti ai presenti.

Moacir Barbosa ha 27 anni ed è indubbiamente il portiere più forte del Brasile, e riceve a furor di popolo i galloni di titolare nella Nazionale che si prepara ad ospitare - e vincere - i Mondiali del 1950, i primi che si giocheranno dopo la lunga pausa dovuta alla seconda guerra mondiale. I brasiliani si sentono la vittoria in tasca, esaltati da una squadra che il ct Flavio Costa, al contempo allenatore del Vasco da Gama, dispone in campo con il rivoluzionario modulo della Diagonàl e che una dopo l'altra asfalta tutte le altre contendenti al titolo.

Nelle cinque partite che portano all'atto conclusivo contro l'Uruguay la Seleção vince in quattro occasioni, concedendosi appena un mezzo passo falso nel pari contro la Svizzera e segnando la bellezza di 21 reti: travolge 4-0 il Messico, 7-1 la Svezia, 6-1 la Spagna, il centravanti Ademir realizza ben 8 gol. Per rendere ufficiale la vittoria non rimane che una partita, l'ultima, che per molti non sarà altro che una formalità: quasi 200mila spettatori riempiono il Maracanà, lo stadio che il governo ha costruito proprio per celebrare un trionfo annunciato.

La tragedia del Maracanazo

Quello che succederà nell'ultima gara di quei Mondiali maledetti è storia nota a tutti: per aumentare le entrate dei botteghini il comitato organizzativo ha chiesto e ottenuto di non disputare una finale, bensì un inedito girone finale a quattro squadre, il cui vincitore sarà dichiarato campione del mondo. Nell'ultima gara prevista il Brasile si presenta con 4 punti, mentre l'Uruguay ne ha soltanto 3, frutto di una vittoria e un pareggio arrivati in entrambi i casi soltanto nei minuti finali contro le stesse squadre, Svezia e Spagna, che sono state annientate dalla Seleção.

Al Brasile basterebbe un pareggio, dunque, ma è impensabile che davanti a 200mila tifosi Ademir e compagni giochino al risparmio: menano le danze dal primo minuto, controllano la gara e addirittura all'inizio del secondo tempo si portano in vantaggio con Friaça. Quello che potrebbe essere l'inizio di un sogno si trasformerà invece, inspiegabilmente, in un incubo dalle gigantesche dimensioni: fino a quel momento sottovalutato dagli avversari, l'Uruguay alza la testa e colpisce due volte, lasciando il Maracanà ammutolito e portandosi a casa la coppa.

Le due reti arrivano in seguito a due azioni in fotocopia: nella prima Ghiggia triangola con un compagno, sfugge al suo diretto avversario Bigode e dalla destra centra un pallone che l'accorrente Schiaffino non può sbagliare. Nella seconda tutto si ripete identico tranne che nel finale: Moacir Barbosa accenna un passo verso il centro dell'area, pronto a intercettare il cross, e Ghiggia lo beffa battendolo sul primo palo con un tiro tanto bello e coraggioso quanto fortunato. I minuti finali sono l'assedio di una squadra svuotata di entusiasmo e convinzione, in un silenzio surreale: è la tragedia di un popolo che non riesce a ribellarsi a un destino ormai scritto.

Il gol di Alcides Ghiggia che decide i Mondiali del 1950

Quando l'arbitro inglese Reader fischia la fine inizia l'incubo: si dice che qualcuno tra il pubblico si uccida direttamente al Maracanà, quello che è certo è che tanti avevano scommesso tutti i propri averi su Barbosa e compagni, affidandogli speranze e desiderio di rivalsa, sogni di una gloria che continuava a sfuggire. Il capitano dell'Uruguay, Obdulio Varela, riceve la coppa da Jules Rimet senza una cerimonia ufficiale e scappa negli spogliatoi con i compagni, sugli spalti quasi tutti piangono, così come i giocatori, i poliziotti presenti a bordo campo. Piange l'intero Brasile.

Oltre trent'anni dopo una donna si ricorderà di quella scena quando, in un supermercato, il povero Moacir Barbosa la vedrà indicarlo e sussurrare al figlio piccolo che "quello è l'uomo che ha fatto piangere il Brasile". Un Paese che mai perdonerà il portiere, colpevole di un attimo di indecisione, forse l'unico in carriera: una volta appesi i guanti al chiodo Barbosa sarà dimenticato, finendo ai margini del mondo del calcio e della società, ignorato dagli stessi che un tempo scandivano il suo nome.

Fine pena mai

Nessuna pietà, nessun perdono. Quando i pali di quella maledetta porta saranno sostituiti, Barbosa chiederà di poterli avere per se e li brucerà in un barbecue con i pochi amici rimasti, fiducioso che la maledizione svanirà con loro. Non basta, così come non bastano i successivi trionfi Mondiali, ottenuti dalla generazione successiva alla sua e che a lui e ai suoi compagni, con buona probabilità, si è ispirata. Pelé, Didì, Vavà, Garrincha, e poi Jairzinho, Romario, Bebeto, Ronaldo: conquisteranno il mondo e saranno adorati da un popolo che è capace di amare oltre ogni misura ma anche di essere terribilmente crudele.

Nessuno dimentica quel maledetto Maracanazo. Sempre più solo, povero in canna, di Barbosa si ricordano soltanto quando si parla di "quel Mondiale", gli chiedono sempre e soltanto di "quel gol", quello che ha trasformato la sua vita in un incubo. Gli viene impedito di commentare una partita della Nazionale, gli viene impedito l'accesso al ritiro della squadra nel 1993: voleva soltanto fare un saluto, ma la superstizione, il timore che porti sfortuna, è troppo grande. Lo racconterà il grande Eduardo Galeano nel suo "Splendori e miserie del gioco del calcio".

Passarono gli anni e Barbosa non fu mai perdonato. Nel 1993, durante le eliminatorie per il Mondiale degli Stati Uniti, volle fare gli auguri ai giocatori della nazionale brasiliana. Andò a visitarli in ritiro ma le autorità calcistiche gli vietarono l’ingresso.

A quel tempo viveva ospite in casa di una cognata, senza altra entrata che una pensione miserabile. Barbosa commentò: “In Brasile la pena più lunga per un crimine sono trent’anni di carcere. Io da quarantatré pago per un crimine che non ho commesso”.

Pagherà fino all'ultimo, cinquant'anni tondi tondi, mezzo secolo di solitudine. A nessuno importerà mai di capire che quel Brasile, nel 1950, cadde come una squadra, per colpa della scarsa personalità di alcuni suoi interpreti, per l'ingenuità tattica di Flavio Costa che non intuì le mosse dell'Uruguay, per l'enorme pressione che un popolo intero aveva messo addosso alla squadra.

A nessuno, in fondo, è mai importato: la folla voleva un capro espiatorio, qualcuno con cui rifarsela, e quello era stato individuato nel portiere, colpevole di una parata mancata e per questo condannato all'oblio. Moacir Barbosa lascia questo mondo il 7 aprile del 2000, 79 anni compiuti da pochi giorni: forse solo in quel momento, finalmente, il fantasma del Maracanzo smette di tormentarlo.

Moacir Barbosa

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