NBA: la rivoluzione dei Toronto Raptors sulle ali di DeRozan e Lowry

Lowry e DeRozan hanno cambiato la loro faccia e quella dei Toronto Raptors per provare davvero la caccia al titolo NBA, sempre sfuggito per poco.

DeRozan cambia e cambiano i Raptors.

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Quando le bocce NBA erano ancora ferme nei propri armadietti, tutti ragionavano sullo scontro che avrebbe riproposto i Boston Celtics e i Cleveland Cavaliers in una nuova finale della Eastern Conference, con la differenza del cambio di maglia da parte di Kyrie Irving e una chimica tutta da trovare per i Cavs.
Nessuno pensava in maniera credibile ai Toronto Raptors per via della loro storia recente ai playoffs, dove un tipo di gioco imperniato solo ed esclusivamente sulle percentuali di Lowry e DeRozan aveva sempre pagato dividendi solo in Regular Season.
Le difese nella post season diventano fisiche, si adattano, ti obbligano ad andare nei punti del campo in cui non sei abituato e soprattutto puniscono ogni brutta scelta offensiva, cosa piuttosto ricorrente nel recente passato dei due giocatori simbolo.

Ora tutti, a qualche mese di distanza, parlano dei Raptors come the real deal, perché se i Celtics senza Hayward hanno un pezzo mancante del puzzle, i Cavs sono all’interno di una stagione surreale con difficoltà d’identità e non c’è un’altra credibile contender, il nome della truppa di Casey è quasi automatico.
Toronto guida la Eastern Conference con un record di 52-17, ma soprattutto lo sta facendo in the right way come direbbero gli yankee. Casey si è conquistato il posto di coach all’All Star Game non con le solite prestazioni da regular season dei suoi, ma bensì con un cambio di rotta tecnica, tattica e mentale che difficilmente avremmo potuto pronosticare non solo a livello teorico, ma soprattutto nel riscontro pratico.
DeRozan e Lowry hanno dimostrato una sensibile crescita, mentre Valanciunas ha creduto nel suo lavoro estivo per ampliare il raggio di tiro ed epurare il proprio gioco dalle inconcludenti pump fake che lo mostravano sin troppo soft. I tre giocatori più rappresentativi hanno segnato per tutti una strada nuova, inesplorata, ma unica per il successo.

NBA: passaggi e tiri da tre, la metamorfosi dei Raptors

La cosa che balza all’occhio immediatamente guardando le partite dei Raptors è la disponibilità (sempre partente dalle stelle) di passarsi la palla, infatti l’anno scorso i canadesi erano ultimi con il 47% di canestri assistiti, ora viaggiano nelle zone alte della lega con quasi il 60%. L’esempio più lampante di questa comunione d’intenti è Kyle Lowry che contro i Pistons e in doppia cifra di svantaggio, dopo aver arpionato a rimbalzo un errore di Powell aperto da tre punti in transizione, ha fatto un palleggio e al posto che concludere a centro area ha riaperto, sempre per Powell ancora più libero. Che il tiro sia andato a bersaglio è un aspetto secondario rispetto al grande giro di vite mentale che quest’azione significa nel microcosmo dei  Raptors.

Oltre alla circolazione c’è anche un incrementato uso del tiro da tre punti, con DeRozan che ha cominciato a prendersi più conclusioni con la rinnovata convinzione di chi ha spezzato il polso dalla lunga in estate migliaia e migliaia di volte ogni giorno, come riportato dal suo personal coach.
Questo ha reso il campo più aperto per le sue scorribande al ferro che rimangono un arma difficilmente arginabile, soprattutto per il poetico uso dei piedi che questo giocatore porta in dote all’NBA ormai da anni.
La sua maggiore predisposizione a prendere dei tiri catch and shoot, magari creati dai compagni, è l’ultima innovazione del suo gioco. Questo è frutto anche del lavoro estivo del cosiddetto offensive coordinator Nick Nurse che per tutta l’estate ha raccolto gregari e non facendo giocare loro partitelle con regole riviste: le corner threes valevano quattro punti, il tiro dentro l’area due, la tripla normale tre e il mid range solo uno. Tutto questo per convogliare le attenzione verso i tiri considerati pregiati dalle analytics.

La rivelazione Van Vleet

Una panchina d'incredibile valore

Per chiudere il cerchio di questa metamorfosi, non si può prescindere dall’apporto di una delle migliori panchine della lega.
La sorpresa che nessuno avrebbe pronosticato è Fred Van Vleet che sta rispondendo con un’insospettabile autorità ed efficacia, tanto da guadagnarsi i galloni per prendere ben tre tiri quasi consecutivi nel finale contro i Rockets nella partita più sentita di questo periodo della stagione. Le stelle non appulcrano verbo per il team effort di cui sopra e il suo rendimento, quello di Pascal Siakam e di un incredibile Jakob Poeltl, sta facendo rendere la second unit dei Raptors quanto una squadra da playoffs a Est, visto che ci sono spezzoni di partita (soprattutto nel primo tempo) in cui le stelle riposano assieme e la squadra non va sotto, anzi.

Il lungo austriaco mette fisicità, capacità di finire anche di tecnica e un elevato tasso di attività. Il più in difficoltà dei gregari è Norman Powell che fatica a produrre punti come faceva l’anno scorso, ma viste le prestazioni della squadra, tutto passa sotto coperta, perché sarebbe lui il primo a barattare un 30% dal campo con una finale NBA. E questa volta i Raptors fanno sul serio, anche in ottica post season.

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