La Colombia, Usa '94 e un autogol mortale: la storia di Andrés Escobar

Ai Mondiali negli Stati Uniti la sua autorete condannò la nazionale colombiana: qualche giorno dopo il suo omicidio in un parcheggio di Medellin.

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Lunedì 19 marzo alle 20.55 su FOX Sports, con il documentario "The Two Escobars" firmato ESPN, torniamo con la mente ai Mondiali del 1994, quelli negli Stati Uniti d'America. All'epoca il soccer iniziava a farsi conoscere nel nuovo continente, con tanta curiosità e voglia della popolazione yankee di scoprire cosa avesse di così speciale quello sport, ancora oggi (anche se in modo leggermente minore rispetto a prima) ampiamente meno considerato rispetto a football, baseball o Basket. La squadra statunitense ha tra le sue fila il difensore Alexi Lalas, eccentrico capellone che subito dopo quella manifestazione viene portato in Serie A dal Padova per 400 milioni di lire.

L'Italia, guidata da Arrigo Sacchi, si presenta a quei campionati del Mondo sfoggiando la sua stella più luminosa, Roberto Baggio, che riesce a condurre gli azzurri fino alla finale, dove però sbaglia il celebre calcio di rigore decisivo contro il Brasile di Romario e Bebeto. Le sue lacrime, così come quelle dell'altro autore di un errore dagli undici metri, Franco Baresi, diventano immediatamente immagini simboliche di quella Coppa del Mondo.

Che però passa alla storia anche per un'altra vicenda, iniziata e conclusa proprio durante la manifestazione. Quella dell'autogol di Andrés Escobar contro gli Stati Uniti padroni di casa, nella seconda partita del girone di qualificazione. In quella nazionale colombiana guidata dal ct Francisco Maturana ci sono campioni come Valderrama, Rincon o Asprilla. Un certo Pelé l'ha inserita tra le favorite per la vittoria finale. Eppure, anche per colpa di quella sfortunata autorete di Escobar (la prima della sua carriera), i sudamericani escono incredibilmente già dopo il girone di qualificazione, concluso all'ultimo posto dietro alla Romania di Hagi, la Svizzera di Chapuisat e gli Stati Uniti.

Usa 1994, Andrés Escobar nella partita tra gli Stati Uniti e la Colombia
Andrés Escobar nella partita tra gli Stati Uniti e la Colombia a Usa 1994

Usa '94, la storia di Andrés Escobar

Una botta terrificante per il Paese, già di per sé in un momento storico delicatissimo, cioè il post-Escobar (ma quello più famoso, Pablo), ucciso il 2 dicembre del 1993. Il vuoto di potere lasciato dall'uomo più potente della Colombia (sotto ogni punto di vista) genera una esplosione di violenza tra i tanti intenzionati a raccoglierne l'eredità. E il calcio è uno dei numerosi punti d'interesse che rientrano nella "sfera di competenza" della criminalità organizzata.

L'autogol di Andrés Escobar viene considerato simbolicamente come la causa principale dell'eliminazione prematura della Colombia da quei Mondiali e di conseguenza di tanto denaro (pulito o meno) derivante dalle scommesse andato perduto.

In Colombia si percepisce che tiri una brutta aria, qualcuno consiglia anche a Escobar di posticipare il suo rientro per sicurezza, ma lui attraverso le pagine di un giornale locale, "El Tiempo", risponde di non aver alcuna intenzione di piegarsi a certi meccanismi:

La vita non finisce qui, dobbiamo guardare avanti e superare questa situazione, facendo del nostro meglio per aiutare gli altri. L'alternativa altrimenti sarebbe lasciare che la rabbia ci paralizzi e che la violenza continui.

Andrés Escobar, il murales dedicato all'ex capitano della Colombia
Il murales dedicato ad Andrés Escobar

L'omicidio in un parcheggio di Medellín

Purtroppo per lui, però, il suo coraggio non viene premiato. La seconda alternativa è quella che si palesa, in tutta la sua irruenza e follia, subito dopo il suo ritorno a casa. È il 2 luglio 1994: negli Stati Uniti si giocano le prime due partite degli ottavi di finale, quelle in cui la Germania di Voeller e Klinsmann e la Spagna di Hierro, Guardiola e Luis Enrique si liberano rispettivamente di Belgio e Svizzera, qualificandosi ai quarti di finale. Contemporaneamente a Medellín, in Colombia, Andrés Escobar entra con alcuni suoi amici a El Salpicon Bar.

La sua idea di bersi semplicemente qualcosa con qualche volto amico e smaltire la delusione per l'eliminazione va a farsi benedire subito dopo, perché gli altri clienti (alcuni di loro già su di giri per gli effetti dell'alcool) lo riconoscono e cominciano a offenderlo, prima verbalmente e poi tentando di arrivare anche al contatto fisico vero e proprio.

Il 27enne capitano della nazionale colombiana capisce che è il momento di andarsene, così esce dal locale e si avvia verso la sua automobile nel parcheggio lì davanti. In quella macchina però non ci entrerà mai, perché prima che possa riuscirci viene colpito da 6 colpi di pistola alla schiena. Gli assassini (4 uomini) scappano subito sulla loro vettura e lasciano il posto, ma un testimone riesce a segnare la targa che riconduce a due fratelli narcotrafficanti, gli ex "dipendenti" di Pablo Escobar, Pedro e Santiago Gallón Henao, passati successivamente in un nuovo cartello malavitoso.

Andrés Escobar, una delle celebrazioni per commemorare la sua morte
Una delle celebrazioni per commemorare Andrés Escobar

Due mesi fa l'arresto del mandante

Come è normale in quel momento storico in Colombia, i due vengono liberati dalla polizia poco dopo l'arresto. Secondo quanto spiegato da un altro ex malavitoso (poi passato a collaborare con la giustizia), John Jairo Velàsquez Vasquez, questo è potuto succedere dopo il pagamento di 3 milioni di dollari da parte dei due assassini al Procuratore, in cambio della cancellazione totale delle accuse nei loro confronti.

A essere accusato dell'omicidio di Andrés Escobar alla fine è Humberto Munoz, autista di alcune organizzazioni mafiose colombiane, che "confessa" spontaneamente il crimine per essere poi condannato a 43 anni di carcere (diventati successivamente 11).

Due mesi fa, il 18 gennaio 2018, Santiago Gallon Henao finisce in manette, accusato di essere il mandante che avrebbe dato l'ordine di uccidere il calciatore. Meglio tardi che mai, certo. Ma il suo arresto non può di sicuro cambiare la storia. Quella di un ragazzo di 27 anni con un cognome pesantissimo in Colombia, ma che niente aveva a che vedere con il Narcos più famoso di tutti i tempi. Aveva semplicemente la passione per il calcio ed era andato a quei Mondiali del 1994 negli Stati Uniti per difendere i colori del proprio Paese. E senza nemmeno rendersene conto, tornando nel suo stesso Paese, veniva ucciso per qualcosa molto più grande di lui.

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