NBA: il supporting cast e il talento di Lillard per la sorpresa Blazers

Lillard guida in campo, Stotts ha le idee chiare dalla panchina e i Blazers sono da corsa per il titolo della Western Conference, anche grazie ai gregari.

Stotts e Lillard, mente e braccio dei Blazers

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L’NBA è sempre più orientata verso la Western Conference, perché se la moda è ciclica, in questo caso per tornare a un est palesemente migliore bisogna tornare indietro ai tempi di Jordan, Miller e Ewing, perché in tutto il nuovo millennio è sempre stato un dominio di ponente. In questa stagione le forze in campo sono ancora impari, ma quello che impressiona maggiormente è il grado di competitività presente dietro alla fuga dei Rockets e dei Warriors. Ci sono ben cinque squadre nel fazzoletto di due partite e, da qui in avanti, basterà qualche partita storta per fare la spola tra un ipotetico terzo posto e un settimo che fa la differenza tra il giocarsi un primo turno in casa contro un avversario alla portata, oppure senza il fattore campo per di più contro i campioni in carica.

Ci sono squadre in discesa come Thunder e Spurs, oppure in salita verticale come Pelicans e Blazers. Proprio la squadra dell'Oregon è la più sorprendente di quest'ultimo periodo, perché con un filotto di nove vittorie consecutive ora occupa quel terzo posto tanto ambito che potrebbe fare la differenza tra successo e fallimento in post season.
Per spiegarne il successo si deve iniziare da Terry Stotts, uno dei migliori allenatori della lega (elenco che si allunga ogni anno di più), in grado di creare un attacco efficace e tremendamente qualitativo pur partendo da tante situazioni d'isolamento. Oltre a questo il suo più grande merito è stato creare un sistema difensivo competente e in grado di dare garanzie pur senza avere dei giocatori che presi singolarmente possano ritenersi dei defensive stopper.

La presenza di Al-Farouq Aminu ed Ed Davis è semplicemente cruciale per cancellare le magagne sul perimetro, ma se Davis viaggia a sprazzi, Aminu, numeri alla mano, è il giocatore più imprescindibile del roster dopo Lillard e McCollum. Sta tirando con il 39.7% da tre punti ed è presente nel primo quintetto e quartetto di combinazioni più efficaci per i Blazers. Sui due lati del campo è essenziale e nel setting che vede come lunghi lui e Zach Collins (+5.4 di offensive rating quando è in campo l’ex Gonzaga) i dividendi per la squadra sono tangibili sia da un punto di vista offensivo, che di presenza fisica e atletica.

NBA: Cosa deve ancora dimostrare Lillard per essere un elitè player?

Probabilmente la risposta al titolo è: nulla, se non il poter portare la sua squadra avanti nei playoffs. Dame D.O.L.L.A. (nickname da artista hip hop) si lamenta ciclicamente della scarsa considerazione di cui gode all’interno delle selezioni per l’ NBA All Star Game e immancabilmente risponde sul campo in modo piuttosto piccato. Nelle ultime dieci partite viaggia a 35 punti di media (nessun Blazer della storia come lui in quel campione di partite) e sta crivellando le retine avversarie dalla lunga distanza (9 delle ultime 13 sopra i 30 punti), dove ormai il range di tiro è diventato illimitato, tanto da poter scoccare tiri a bersaglio almeno un paio di passi dietro la linea del tiro da tre.

La capacità più incredibile di questo giocatore è di essere sempre sintonizzato, non perdere mai la lucidità e far sembrare le otto triple segnate contro i Knicks o le quattro di fila per vincere la partita a Los Angeles, ordinaria amministrazione. In campo è un competitor dai pochi fronzoli, tanta sostanza e soprattutto pochissime esternazioni plateali che fanno sembrare normali le sue imprese, nonostante evidentemente non lo siano. 

Stotts lo sta utilizzando anche lontano dalla palla quando McCollum è in panchina, lasciando a Napier i compiti di gestione. La squadra ha evidente differenza con lui in campo e le statistiche non mentono con un + 5.1 di Offensive Rating, ma anche grazie al fatto che Napier stia facendo cose egregie in sostituzione delle due stelle. L'ex Connecticut sta giocando la sua miglior pallacanestro di carriera, fatta di molta gestione di palla come al college, ma soprattutto di tante iniziative dettate da un grado di fiducia che non gli si era mai riconosciuto prima.

Èlite supporting cast

Le stelle conclamate sono Lillard e McCollum, con CJ che sta lavorando per diventarne una di primissima grandezza, facendo già parte dell’elitè di realizzatori. Gli manca ancora una certa efficacia nella zona del ferro dove tende a finire spesso con floater o conclusioni anticipate piuttosto che di potenza, ma anche lui, come il compagno di backcourt, è esiziale con la palla in mano a sette metri da canestro grazie a una pulizia di palleggio e tiro degni di un clinic anche in NBA.

Oltre a Napier e Aminu, Stotts sta facendo rendere anche giocatori condizionanti nel senso deteriore del termine come Evan Turner e Jusuf Nurkic. Il lungo è ben lontano dall’essere considerato la terza punta di un big three e nell’ultimo periodo i momenti migliori della squadra sono arrivati con lui in panchina. Discorso diverso per Evan Turner, perché sebbene la squadra non abbia statistiche roboanti con lui in campo, ha a disposizione un’ala versatile per contenere i pariruolo avversari, perché di certo la coppia Dame-CJ va in difficoltà fisica quando trova coppie come Westbrook e George che hanno vissuto di prepotenza nell’ultimo scontro tra le squadre. 


Oltre a loro c’è il predetto Zach Collins, su cui Stotts sta investendo diverse fiches e un'insospettabile versione di Eric Piatkowski (senza lo sfondo razziale) del 2018 in Pat Connaughton, ovvero il classico fisico da ragioniere e punisher dall’arco che però tiene in modo più che competente il campo. Sembra comunque difficile che questo imprevedibile mix di solidità ed efficacia possa davvero fare strada nei playoffs, ma si sa che con un coach di livello in panchina in grado di adattarsi alle serie, nulla è impossibile e visto il talento a disposizione, non tanti allenatori vorrebbero trovarsi con quattro partite on the line e Damian Lillard dall’altra parte.

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