NBA, Harden guida i pretendenti al premio di MVP

La star dei Rockets sembra avere i numeri, la squadra e la retorica per essere nominato MVP, ma la concorrenza non può essere sottovalutata, tra sorprese e vecchie conoscenze.

Harden

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[di Sergio Vivaldi]

Mancano esattamente 37 giorni alla fine della regular season e si avvicina sempre più il momento delle votazioni per assegnare i premi stagionali a partire dal titolo di MVP. Non che la conversazione si sia mai davvero fermata, ma dopo cinque mesi di stagione i prentendenti al titolo sono ormai chiari. È utile ricordare che non basta avere la miglior stagione possibile, serve anche una narrazione che supporti la candidatura. L'anno scorso Russell Westbrook non si limitò a chiudere la stagione con una tripla doppia di media, il primo a riuscirci dopo Oscar Robertson nel 1961-62, lo fece dopo essere stato scaricato da Kevin Durant. Era il suo tour di vendetta personale. I due titoli precedenti andarono a Stephen Curry, simbolo dell'ascesa dei Golden State Warriors e incarnazione di un nuovo concetto di gioco e uno dei pochi giocatori in grado di alterare le geometrie del campo. E poi certo, c'erano le statistiche, i punti, l'efficienza, il contorno.

Chi sono dunque i candidati per questa stagione? Non Kawhi Leonard, nella cinquina finale l'anno scorso, visto l'infortunio che lo ha tenuto a riposto per tutta la stagione. Anche Isaiah Thomas, quinto nei voti lo scorso anno, è fuori dalla lotta. Lo stesso Russell Westbrook rischia di rimanere fuori dalla cinquina dei finalisti. Le aspettative erano molto più alte per i suoi Oklahoma City Thunder, visti gli arrivi di Paul George e Carmelo Anthony. Non vale neanche la teoria che i due gli abbiano rubato spazio. Al contrario, durante il difficile inizio di stagione, sia George sia Anthony lo hanno incoraggiato a prendere in mano la squadra, ma i Thunder non sono riusciti a emergere.

Il favorito è James Harden, e in questo momento sembra avere un discreto vantaggio sulla concorrenza. I suoi Houston Rockets hanno il miglior record di tutta la Nba, e la guardia è il fulcro dell'unico attacco in grado di tenere testa ai Golden State Warriors. È un risultato straordinario, non solo perché pareggiare i livelli storici di efficienza offensiva tenuti dagli Warriors è incredibile. La struttura offensiva utilizzata dai Rockets, inconcepibile per una squadra allenata da coach Mike D'Antoni, si basa su isolamenti e talento individuale. E Harden è per distacco il miglior attaccante in isolamento della lega. Ancora più impressionante, l'arrivo di Chris Paul non ha abbassato le sue statistiche o la sua produzione – come invece è successo con Westbrook. Anzi, è vero il contrario: per Cleaning the Glass, il suo Usage Rate è passato dal 39.4% al 40.2%, EFG% da 52.7% a 54.9%, percentuale da 3 punti da 34.8 a 38.2, palle perse scese dal 17.1% al 13.1%, da 29.1 a 31.2 punti a partita. Una macchina da punti inarrestabile.

James Harden
James Harden

LeBron James insegue a distanza. Nell'anno in cui ha raggiunto 30mila punti, 8mila rimbalzi e 8mila assist in carriera (il più vicino è Kobe Bryant, a 30mila/6mila/6mila), sembra essere la versione più devastante di sé – quando vuole. Michael Jordan, negli anni del secondo three-peat dei suoi Chicago Bulls, disse di sentirsi un giocatore migliore superati i 30 anni, rispetto a quando era più giovane. Il suo atletismo non era più lo stesso, ma aveva affinato la tecnica e i fondamentali, era più esperto, capiva meglio il gioco, sapeva come utilizzare le sue forze al meglio. James trasmette la stessa sensazione, e la partenza di Kyrie Irving in estate lo ha lasciato senza una vera spalla per guidare i Cleveland Cavaliers. Tutto ricade sulle sue spalle. E come spesso accade alle sue squadre, i risultati sono altalenanti. Ma la partenza di Kyrie e l'ingresso nel club 30mila potrebbero dargli una spinta.

Lontanto dai riflettori, altri nomi meritano di essere presi in considerazione e dovrebbero ricevere diversi voti, se non altro per onestà di giudizio. Jimmy Butler potrebbe anche scomparire dalle liste dei candidati a causa dell'infortunio al menisco, ma il suo impatto sulla stagione dei Minnesota Timberwolves non può essere ignorato. La squadra ha il terzo miglior attacco della lega nonostante un sistema offensivo, uhm, poco elegante. Ma l'impatto dell'ex Chicago Bulls è più evidente in difesa. Sempre per Cleaning the Glass, con Butler in campo l'attacco dei Timberwolves viaggia a 115.3 punti per 100 possessi, con lui in panchina si scende a un comunque accettabile 110.2. Ma la difesa passa dai 107 punti concessi per 100 possessi (poco meglio dei Memphis Grizzlies) ai 117.1 (i Phoenix Suns sono la peggior difesa della lega, con 112.8 per 100 possessi). L'impatto di Butler, in termini di differenza tra punti concessi e realizzati, è circa un +15 a partita, l'equivalente in termini di gare vinte di +36. Per Cleaning the Glass, il Net Rating dei Timberwolves con lui in campo è quello di una squadra da 61 vittorie, senza di lui crolla a 25. Anche per questo sarà interessante analizzare le prestazioni della squadra durante la sua prolungata assenza. Un eventuale crollo potrebbe alimentare la sua candidatura.

LeBron James
LeBron James

I Toronto Raptors sono in testa alla Eastern Conference, con un gioco rinnovato e più sostenibile, nelle intenzioni, anche in ottica playoff. C'è più attenzione al movimento palla e alla creazione per i compagni e ci si affida molto meno a isolamenti prevedibili come in passato, un sistema che aveva funzionato in stagione ma che aveva fallito ai playoff. Ci sono ancora dubbi, soprattutto in caso di partite a punteggio ravvicinato, un contesto nel quale i Raptors hanno fatto fatica quest'anno. Ma, così come James Harden ha beneficiato dell'arrivo di Chris Paul, DeMar DeRozan ha beneficiato del cambio di sistema. In tanti hanno posto l'attenzione sull'arma aggiunta in estate, il tiro da tre, dimenticando di sottolineare che si tratta del 17% dei suoi tiri e che la percentuale di realizzazione è il 33%. Senza dubbio un miglioramento rispetto al passato, ma non qualcosa di cui gli avversari saranno spaventati in post-season. Allo stesso tempo, DeRozan sta vivendo una stagione straordinaria per efficienza offensiva (49.8 eFG%) e in fase di creazione di gioco per i compagni (24.4 AST%). Entrambi i dati sono frutto del sistema di gioco più corale, che gli permette di essere meno prevedibile. Anche la difesa è migliorata, arrivando a essere poco sotto la media.

Può sembrare poco, ma DeRozan è senza dubbio il miglior giocatore della miglior squadra della Eastern Conference, per gioco espresso e posizione in classifica, il quarto miglior attacco e la seconda miglior difesa in assoluto. Infine, l'ultimo candidato, quello che più di ogni altro dopo Harden lo meriterebbe e che sarà punito dal talento che lo circonda: Stephen Curry. Si è già accennato a quanto siano straordinari gli Warriors, anche se non hanno bisogno di presentazioni. Né il ruolo di Curry nell'attacco degli Warriors dovrebbe essere una novità. Senza di lui il sistema di coach Steve Kerr non funziona allo stesso modo, Curry cambia le geometrie del campo sul piano orizzontale, obbliga la difesa a lavorare anche tre metri sopra la linea da tre punti, e la sua efficacia lontano dal pallone apre una serie infinita di possibilità che la squadra sa ormai sfruttare a memoria.

DeMar DeRozan
DeMar DeRozan

Tutto questo rimase una novità nel biennio 2014-2016, e infatti Curry fu eletto MVP due volte consecutive, diventando anche il primo MVP unanime della storia. Per Cleaning the Glass, Curry nel 2016: 50.5% dal campo, 46% da tre punti, 90.8% ai liberi, 62.9 eFG%. Curry nel 2018: 49.5% dal campo, 43% da tre punti, 92% ai liberi, 62.2 eFG%. Nel 2018 Curry subisce più falli rispetto al 2016, mentre le statistiche con lui in campo o in panchina sono difficilmente confrontabili, visto il modo in cui Kevin Durant altera le rotazioni. Ma il punto generale resta valido: Curry sta vivendo una stagione offensiva sui livelli della sua miglior stagione in carriera, la stagione che gli valse un premio di MVP all'unanimità, nonostante la presenza di un altro ex MVP e nonostante la poca voglia di affrontare la regular season mostrata dalla squadra finora.

Rimane fuori da questa lista Anthony Davis, ma l'infortunio di Butler potrebbe renderlo uno dei candidati a sorpresa. In ogni caso, la sua stagione è irreale. Era il miglior giocatore dei New Orleans Pelicans già prima dell'infortunio di DeMarcus Cousins. Dopo un momento di shock, costato ai Pelicans 5 sconfitte nelle 6 gare immediatamente successive all'infortunio di Cousins, Davis ha cambiato marcia e si è messo la squadra sulle spalle. Per usare le sue parole, ha deciso di assumere la stessa mentalità che ha guidato Russell Westbrook la scorsa stagione. E sono arrivate 8 vittorie consecutive. In questa striscia Davis viaggia a cifre da videogioco (37.7 punti, 14.9 rimbalzi, 3 rubate e 2.8 stoppate). Se i Pelicans dovessero arrivare tra le prime quattro nella Western Conference, Davis merita di essere nella cinquina, anche quando queste cifre subiranno un calo fisiologico.

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