Dhorasoo, l'ex Milan bluffato dal calcio: regista e giocatore di poker

L'ex centrocampista rossonero, dopo l'addio al calcio nel 2010, è diventato un giocatore semi-professionista di poker, ma non solo: si occupa anche di cinema e beneficenza.

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Ci sono campioni e meteore. Nel calcio, come nella vita, puoi vivere sulla cresta dell'onda oppure farti inghiottire dall'onda. Più o meno è successa la stessa cosa a Vikash Dhorasoo ex centrocampista, tra le altre, di Milan e Paris Saint Germain. Una carriera poco fortunata e vissuta quasi sempre da comprimario se non in qualche rara occasione, come nella stagione 2005/06, quando con la maglia del Psg riuscì a conquistare la convocazione per il Mondiale in Germania o quando con la maglia del Lione vinse una coppa di Lega francese, due campionati e due Supercoppe di Francia.

Dhorasoo con la maglia del Lione esulta dopo un gol

Quella del Mondiale fu l'ultima grande esperienza della sua carriera. Poi un'ultima tappa poco fortunata in Serie A con la maglia del Livorno, poi il poker, il cinema e la beneficenza. In Toscana non vide mai il campo. Anzi, l'unica volta che si è visto davvero con la divisa ufficiale della squadra del presidente Spinelli fu contro la Lazio. L'allenatore Camolese lo mandò a scaldarsi due volte per poi non farlo mai entrare in campo. Di lì a poco, dopo l'offerta di allenarsi e giocare con la Primavera per tornare in forma, decise di rescindere il contratto con il Livorno. Un fallimento.

L'addio al calcio fu affidato ad una TV francese dove disse che era un po' triste ma anche felice perché era la decisione giusta. Il calcio però non gli ha lasciato un bel ricordo, forse per questo negli ultimi anni ha sparato a zero su questo mondo che non gli ha mai dato tanto. Lui ci è sempre andato vicino ad essere un campione, ma il carattere schivo, la difficile collocazione tattica e il rapporto mai troppo sereno con gli allenatori e lo spogliatoio lo hanno sempre penalizzato. E tanto. Sarà per questo che alla fine si è dato al poker: un gioco individuale dove puoi contare solo su te stesso e nessun altro.

Che fine ha fatto Dhorasoo? Gli inizi al Le Havre, le vittorie al Lione e il Milan

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Nato in Alta Normandia ma di origini indo-mauriziane, Vikash Dhorasoo è figlio di operai ed è cresciuto in un quartiere multietnico dove ha cementato i suoi ideali fortemente di sinistra. Nella sua autobiografia “Comme ses pieds” racconta che il calcio è tipicamente uno sport di sinistra perché - secondo lui - è un concetto tipicamente di sinistra passare la palla all’altro compagno. O passi o tiri, non ci sono molte soluzioni. E se tiri c’è qualcuno che ti ha dato la palla. Parole da vero politico. Anche se la carriera politica non l'ha mai intrapresa. Ha iniziato a giocare a calcio nel Le Havre con cui ha esordito in Ligue 1 mettendosi in mostra come uno dei centrocampisti più interessanti del panorama transalpino, tanto da vincere a 25 anni il premio di miglior giocatore del campionato. Passa poi al Lione con cui vince due Scudetti e due Supercoppe di Francia, tra il 2002 e il 2004. Poi il Milan. Qui con Ancelotti trova poco spazio: 20 presenze, mai nessuna da titolare. Gli anni del Milan però gli hanno permesso di conoscere Kaladze, uno dei pochi amici che ha mantenuto nel mondo del calcio anche dopo la fine della sua carriera. Del georgiano in una vecchia intervista raccontò un aneddoto a dir poco colorito:

Kaladze abitava vicino a me, mi portava a Milanello, durante il tragitto non mi ha mai rivolto la parola. Un giorno ricevetti un colpo in allenamento da Gattuso, Kaladze andò da lui e gli disse: “Se lo ritocchi, f*** tua madre”. Non mi aveva mai parlato ma in quell’occasione mi ha protetto.

Gattuso non la prese tanto bene, possiamo dirlo con certezza.

On a gagné, on a perdu, on s'est bien amusés #football

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Al Milan non si fece molti amici anche per via di quelle sue idee che in un club con presidente Silvio Berlusconi era meglio non esternare palesemente. Dhorasoo, infatti, ha raccontato che appena imparò un po' l'italiano cominciò a leggere La Repubblica e che il fisoterapista del club lo mise in guardia:

"Occhio che qui c’è la destra, quello ti schiaccia". Mi nascondevo nella mia camera, forse non sono stato coraggioso, ma nella mia stanza consumavo la mia resistenza.

Nonostante questo però non ha mai avuto problemi con Berlusconi. Secondo lui era un uomo che sapeva riscuotere grande fascino ed era un grande adulatore. Lui però era di un'altra pasta, altre idee politiche. Del Milan ha un bel ricordo nonostante le poche gioie raccolte. Non ebbe mai da ridire con nessuno perché sapeva di trovarsi in una squadra di grandi campioni con cui era difficile competere per una maglia da titolare. Ancelotti stesso ne parlò sempre bene. Diceva che era un giocatore essenziale e un uomo intelligente perché aveva senso dell’umorismo, una certa cultura e gli piaceva conoscere le cose. Insomma, una bella persona.

Dhorasoo con la maglia del Milan assieme a Brocchi e Tomasson nella stagione 2004-2005

Il Psg, il docu-film "The Substitute" e il Livorno: la fine della sua carriera

Dopo il Milan ebbe maggior fortuna in Ligue 1 con il Psg. Qui collezionò 34 presenze e si meritò anche la convocazione al Mondiale del 2006. Il ct Domenech lo conosceva molto bene dato che la aveva allenato nelle nazionali minori, ma nonostante questo a livello personale il Mondiale fu piuttosto fallimentare. Solo sedici minuti giocati. Dhorasoo non la prese molto bene dato che girò un docu-film, dall'interno dello spogliatoio, intitolato "The substitute”. In quel film c'era tutto la sua frustrazione, l'indisponenza di chi è stanco di essere sempre un comprimario e un po' di infantile vendetta: un uomo forse stanco del calcio e che già si proiettava ad un futuro diverso. Il documentario non fu accolto bene dai compagni e dallo stesso allenatore che lo videro come una violazione della privacy della squadra, ma a lui non interessava. 

Dhorasoo, nella fila centrale in fondo a destra, in posa con i compagni prima del Mondiale 2006

Nonostante venisse ripetutamente invitato a non divulgare quelle immagini, continuò a raccontare la vita dello spogliatoio con gli occhi di una riserva e al termine del Mondiale pubblicò il suo reportage che gli valse anche la partecipazione al Festival del Cinema di Berlino. Rottura con i Bleus e addio nazionale. Aveva violato la sacralità dello spogliatoio e aveva in qualche modo deturpato ancora di più gli equilibri della squadra pubblicandolo dopo la bruciante sconfitta in finale contro l'Italia. Tornato al Psg, anche l'iddilio con la società ben presto si spezzò. Innervosito e in un ambiente diventatogli ostile, dopo la pubblicazione del suo film girato all'interno dello spogliatoio francese, fu licenziato. Un anno da svincolato e poi il Livorno dove non trovò la rinascita, l'addio al calcio e poi un nuovo tentativo col Grenoble andato peggio di quello al Livorno:

Lì ho capito davvero che era finita. L'allenatore, per pranzo, mi ordinò pesce e broccoli, ma io volevo pietanze meno sane: era il segno, non ero più disposto ai sacrifici, non avevo più la forza di fare ciò che serve per stare a certi livelli. Volevo ritrovare la mia libertà.

Il poker, l'impegno nel sociale e il rancore verso il calcio

Chiuso con il calcio si è dedicato totalmente anima e corpo ad altre passioni. Prima col poker già sperimentato a Milano, dove però partecipava a tornei online, poi a Parigi e con i compagni di nazionale: tante le partite con Landreau, Givet e Sagnol, mai con Domenech che non giocava, ma osservava. Con il suo ex ct ha anche partecipato a qualche torneo di poker televisivo a scopo benefico, qualche anno dopo il Mondiale quando ormai le ostilità e i rancori si erano placati. Simpatico il retroscena che, nell'anno di pausa tra Psg e Livorno, lo vide organizzare un torneo online intitolato “Fate fuori Dhorasoo”. Al vincitore andavano 1.000 euro di premio; non una fortuna, ma era per sdrammatizzare sul suo status di giocatore disoccupato. Spirito di sopravvivenza. Finito col calcio ha anche aperto una società di poker online, la Winamax (si dice abbia guadagnato da questa passione quasi 500mila dollari, vinti in tornei online). Oltre al poker si è dato anche al cinema, piccole parti in film di nicchia, ma senza troppo successo, e alla regia di qualche documentario indiano.

Il calcio? Basta o forse... no. La delusione per come è finita la sua carriera da calciatore se l'è portata dietro. In qualche intervista forse ha manifestato qualcosa in più che semplice delusione dicendo che il calcio ha perso la sua identità e il suo obiettivo primario: quello di unire gli uomini di ogni credenza e religione. E ha aggiunto che se tornasse indietro non farebbe più il calciatore perché questa è un'industria che mantiene i suoi dipendenti nella povertà intellettuale, in modo da renderli più flessibili e più facili da gestire. Nonostante queste dichiarazioni sull'industria del pallone, ha provato ad acquistare il suo primo club, il Le Havre, forse per iniziare un progetto calcistico nuovo e con un punto di vista diverso, ma non ha funzionato. Ora divide la sua vita tra il poker e le sue associazioni: una si occupa di promuovere il gioco del calcio tra i bambini più poveri e una è attiva contro l'omofobia. Mai banale e mai scontato. Dhorasoo non ha mezze misure. O lo ami o lo odi.

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