NBA: Mitchell da stella, guida i Jazz con i veterani verso i playoff

Donovan Mitchell sta trascindando gli Utah Jazz a undici vittorie consecutive, ma l'apporto di Rubio, Ingles, Favors e Gobert fanno si che escano sorprese come O'Neale.

A Salt Lake City è nata la stella Mitchell

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Dopo un lungo processo fatto di programmazione per provare a riportare la squadra ad alti livelli con un lavoro capillare e soprattutto lo sviluppo dei giocatori, spesso ci si scontra con la violenta, a tratti letale, legge del mercato e del business che caratterizza l’NBA trovandosi spesso oltre il lato prettamente sportivo. Gli Utah Jazz nella scorsa stagione hanno vinto la loro prima serie di playoffs dal 2010, avendo le basi per creare qualcosa d’importante che crescesse ancora facendo il passo che li avrebbe portati a essere una contender, ma la mutevolezza del mercato odierno gli ha portato via la stella Gordon Hayward.

In una lega sostanzialmente comandata dai giocatori e dalle stelle in particolare, perdere un top player significa una sola cosa: ricominciare. Farlo dopo aver vissuto il cosiddetto ciclo ha un sapore, doverlo digerire dopo una sola serie di playoffs vinta diventa difficile. Ma dopo un inizio di stagione difficile con il cambiamento in cabina di regia, assieme a tante altre alchimie, la stagione dei Jazz ha svoltato sostanzialmente grazie a due motivi. Il primo è la consacrazione di un coach come Quin Snyder che solamente in qualche mese di lavoro ha portato una squadra dall’essere un potenziale candidato al fondo della Western Conference, a una squadra che, secondo gli statisti, ora ha il 90% di possibilità di qualificarsi per i playoffs

Con un record di 30-28 e quindici delle prossime venticinque partite da giocare tra le mura amiche, i Jazz sembrano essere in un’ottima posizione per presentarsi alla post season, magari da vittima designata contro Warriors o Rockets che rimangono di altro pedigree, ma indubbiamente compiendo una vera e propria impresa. Nella serie di undici vittorie che stanno cavalcando hanno battuto due volte gli Spurs, una volta i Warriors e una volta i semi imbattibili Raptors in versione casalinga, guadagnandosi tutti gli scontri diretti con Clippers, Blazers e Pelicans alla Vivint Smart Home Arena. Pochi mesi dopo Hayward. Pochi mesi dopo aver draftato la loro stella.

NBA, Donovan Mitchell e l’impatto da stella

Se il primo motivo del successo è Snyder, il secondo (e non per ordine d’importanza) è la presenza di Donovan Mitchell, ovvero un rookie che sta non solo giocando da top player, ma guadagnandosi anche il completo rispetto di tutte le altre stelle che quando lo affrontano riconoscono in lui il fuoco del campione. Quello vero. Quello che ha il futuro già scritto nella pietra. È stato soprattutto lui a portare la squadra alla striscia di undici vittorie consecutive per entrare nel weekend dell’All Star Game e per farlo ha dominato la categoria punti segnati durante la serie positiva, cosa riuscita a un solo rookie nella storia NBA: Wilt Chamberlain. 

I paragoni sono già illustri anche se solo dal punto di vista statistico, ma se George e Westbrook fanno la fila per abbracciarlo nel post partita, Lillard dice che dovrebbe vincere a mani basse il Rookie Of the Year e tutti gli altri big player lo apprezzano, significa che in questo ragazzo c’è davvero qualcosa di più che i ragguardevoli numeri di 19.6 punti, 3.5 rimbalzi e 3.5 assists.

In lui c’è l’atletismo prepotente di un ragazzo di 22 anni che vola sopra il ferro senza apparente sforzo, ma anche l’incredibile maturità cestistica e una limpidezza di pallacanestro che possiamo ricordare solo in chi ha cambiato poi per davvero questo gioco. Per fortuna o purtroppo una stagione incredibile come questa non chiude il sillogismo sul fatto che avrà una carriera da Hall of Fame, ma diventa difficile ignorare ciò che sta facendo per se stesso, ma soprattutto per i risultati di squadra.

Joe Ingles, la chiave del gioco dei Jazz

I gregari e le cifre

Tra le chiavi del successo è impossibile non parlare di Joe Ingles che sta giocando una stagione incredibile, anche se aveva già cominciato a far parlare di sè negli ultimi playoffs. Oltre a due figli di rara bellezza che mostra spesso su Instagram, ha la seconda miglior percentuale da tre punti di tutta la NBA e sta giocando da playmaker occulto (ma non poi tanto) soprattutto quando Rubio è in panchina. Il suo 45.3% da dietro l’arco, unito alla sua capacità di mettere in ritmo i compagni e la sua sempre crescente qualità difensiva, stanno confermando anche in NBA il giocatore completo visto in Europa.

Anche Ricky Rubio nelle ultime partite ha giocato in un’altra dimensione e tirato come mai nella sua carriera (63% nella restricted area, 51% nel mid range e 59% nelle non-corner threes), ma soprattutto dettato i ritmi trovando un’intesa quasi telepatica con Rudy Gobert e Derrick Favors nei giochi a due. Considerato il fatto che non può più essere battezzato, diventa un bel rebus per le difese che ora devono onorare anche il suo jumper in uscita dal pick and roll.

Se a questi uniamo un ottimo Derrick Favors e la sorpresa Royce O’Neale, è facile capire che con un Gobert sano e un Crowder ritrovato che esce dalla panchina, non ci sarà un talento da Warriors, ma di certo una squadra quadrata, che sa ciò che vuole ed è conscia sia dei propri pregi che dei limiti, traendo giovamento da essi. Il lavoro di front office, allenatori e giocatori è stato encomiabile e ripartire così in fretta dopo una doccia fredda come quella di Hayward è davvero un manifesto ideologico contro il tanking.

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