NFL Super Bowl, per i Philadelphia Eagles: "That's all Foles"

Nick Foles passa dal volersi ritirare non sentendo più sua la NFL a riserva del potenziale MVP fino a vincere il Super Bowl da protagonista. Questa è la sua storia.

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Si dice che non sia giusto rovinare una bella storia con la verità, perché si sa che gli americani non difettano nella capacità di romanzare e rendere splendida una situazione sportiva o un profilo di un giocatore che ce l'ha fatta. Nel caso di Nick Foles non c'è nulla da rovinare perchè è tutto vero e l’unica cosa da fare nel raccontarlo è cercare di non cadere nel bigottismo e nel luogo comune, perché sarebbe oltre che un errore, la banalizzazione di un percorso sportivo e di vita. Nick Foles è stato nominato MVP del Super Bowl LII  dopo una prova incredibile da 373 yards con 28-43, 3 touchdown lanciati e uno ricevuto che gli hanno permesso di battere un sontuoso Tom Brady e di far tornare in gola tutta la poca fiducia che c’era verso di lui.

Nessuno si sarebbe aspettato una sua partita come quella giocata contro i Vikings al Championship demolendo con facilità la miglior difesa NFL, mentre meno di nessuno avrebbe preventivato un bis con una prova così dominante contro la dinastia dei Patriots. Foles ha una storia personale piuttosto articolata e anche questo rende il suo quadro ancor più meritevole di essere ridipinto. La moglie Tori è cardiopatica, per questo hanno dovuto saltare la luna di miele (e non solo) al fine di curare questa patologia che ora è molto migliorata, ma non ancora del tutto alle spalle. La figlia Lily era lì con loro in questo grande momento e quando papà Nick ha ricevuto il trofeo era lì a guardarlo da vicino:

Lily è l’unica cosa che mi ha sempre spinto a fare bene. Volevo tornare a casa ogni giorno e dimostrarle che potesse essere orgogliosa di papà. Dovevo dare sempre il massimo nel mio lavoro e nella mia vita soprattutto, forse solo, per lei.

Questa volta, entrando in tutte le sliding doors giuste di questi ultimi mesi, ha reso la sua piccola orgogliosa e felice, anche se ancora non può capire che papà è passato alla storia.

Super Bowl: l’MVP del destino, della fede e della perseveranza

Jay Ajayi nell’intervista post partita ha detto di non essere mai stato all’interno di uno spogliatoio così unito e rivolto genuinamente alla fede. Carson Wentz ha parlato spesso di religione dopo il suo infortunio e anche Foles ha sempre ringraziato la sua fervida credenza che lo ha portato sino a questo momento. Dopo essere stato scelto dagli Eagles, scambiato per arrivare a Sam Bradford e poi rilasciato dai Rams, sembrava che la sua carriera di pastore volto a fare del bene al prossimo fosse pronta. Poi un’uscita a pescare con il cognato, una lunga serata di chiacchiere con la moglie e la decisione di continuare la carriera ne hanno fatto ciò che è oggi, ovvero il giocatore decisivo nel più grande palcoscenico sportivo nel mondo:

Non potevo che andare a giocare per Andy Reid che mi aveva voluto e valorizzato dopo la scelta al draft. Potevo giocare solo per lui se avessi voluto rilanciarmi, ma dopo è arrivata la chiamata degli Eagles.

Un contratto di due anni come polizza assicurativa di quello che sarebbe diventato l’MVP della stagione NFL non si fosse infortunato, potevano essere un buon modo per rimettersi in corsa e magari guadagnare uno spot da titolare. Di certo farlo nella squadra campione non era necessariamente in preventivo.

Nick e Lily Foles

Gli ultimi novanta giorni e il trofeo

Alla quattordicesima settimana Wentz s’infortuna al ginocchio ed è obbligato ad abbandonare la nave che viaggia a vele spiegate verso i playoffs. Tutto sembra crollare e la più costante macchina da football della stagione sembra incredibilmente vulnerabile: nessuno crede che sia possibile anche solo passare il primo turno con quello che è comunque unanimemente considerato il miglior backup della lega.

Arrivano due vittorie non entusiasmanti con Giants e Raiders che valgono il bye al primo turno di playoffs. I Falcons si fregano le mani per incontrare la numero uno più underdog della storia recente, ma vengono fermati. I Vikings assaporano già il Super Bowl casalingo, ma vengono annientati dalla prima vera grande prova di Foles, dopo che le altre sue partite avevano lasciato più perplessi che persuasi. Infine arriva il palcoscenico più grande: la partita che vale una vita.

Sono arrivato qui sapendo che davanti avrei avuto Tom Brady, ma con la consapevolezza che non fosse un super uomo. Ho avuto alle mie spalle compagni splendidi, un coaching staff preparato, un head coach che crede in me e sapevo che avremmo dovuto giocare sempre senza guardare il tabellone, il risultato o chi avessimo davanti. Uscire e giocare al nostro massimo era il credo (whatever it takes è il mantra di questa squadra).

Qui arriva quello che in gergo si chiama happy ending, uno dei più dolci, forse il più dolce. Nick gioca una partita praticamente perfetta, orchestra l’attacco alla perfezione e nel quarto periodo ancora non basta perché Brady rimette la testa avanti dopo una partita di rincorsa. Serve andare oltre quella perfezione, convertire un quarto down cruciale, portare i suoi fino alla endzone e dopo essere stato il primo della storia a lanciare e ricevere un touchdown nello stesso Super Bowl, portare gli Eagles alla terra promessa che mai avevano calpestato nella storia.

Dopo i festeggiamenti tutti tornano con la memoria a quel trick play: il Philly special. È una situazione di massima tensione, sulla goal line e dopo tre tentativi non ne è uscito nulla. Sul quarto tentativo arriva il colpo di genio. Foles (tradotto da un articolo di ESPN) fa finta di guardare il cellulare togliendosi dalla tasca. È un direct snap per Clement che parte e consegna a Burton. Foles si apre per ricevere senza che nessuno lo degni di uno sguardo e arriva così la ricezione da TD.
Questi sono probabilmente i cinque secondi che più di tutti riassumono la stagione degli Eagles e forse la vita di Nick Foles.

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