Storie di calcio: Heleno de Freitas, il campione maledetto

Heleno de Freitas è stato forse il primo vero idolo popolare del calcio brasiliano: amato e onorato, in suo onore fu eretta persino una statua. Ma morì in totale solitudine.

Heleno de Freitas con il pallone

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Quello di Heleno de Freitas è oggi un nome sconosciuto ai più, eppure in un tempo non molto lontano identificò colui che potremmo definire senza ombra di dubbio il primo vero idolo delle folle del calcio brasiliano. Centravanti spettacolare, vera e propria macchina da reti, sarebbe passato alla storia come "il Principe Maledetto" diventando ciò che non erano stati prima di lui Arthur Friedenreich e Leonidas da Silva: campioni epocali, fortissimi però soltanto sul rettangolo di gioco e incapaci di svettare al di fuori del mondo del calcio.

Heleno fu invece una vera e propria stella, la prima "rock star" del calcio: bello ed elegante, quasi inarrestabile mentre puntava la porta avversaria, amato dai propri tifosi quanto odiato da quelli avversari, collezionò amanti e nemici, fu il più grande di tutti in campo e allo stesso tempo il re delle notti di Rio de Janeiro. Bizzarro, capriccioso e sregolato, Heleno fu sempre fedele a se stesso, vivendo la vita al massimo, senza regole, incapace di cambiare e trovare compromessi. Lo fece grazie a un talento innato, dono che il destino riserva solo a pochi eletti.  

Ma lo stesso fato, che lo aveva omaggiato di una classe cristallina, avrebbe presentato il conto quando gli anni infine sarebbero passati. Quando le luci si spensero sulla sua carriera, Heleno de Freitas si ritrovò solo, povero e dimenticato, prigioniero di un passato glorioso che non sarebbe mai tornato. E mentre emergevano nuovi idoli, mentre il Brasile si preparava finalmente a dominare il calcio mondiale, "il Principe Maledetto" finì nell'oblio.

Heleno de Freitas prima di una gara con il Botafogo

Heleno de Freitas, la prima rock-star

Heleno de Freitas nasce nello stato di Minas Gerais, a Sao Joao Nepomuceno, ma cresce a Rio de Janeiro, dove la famiglia si è trasferita alla morte del padre. Qui il ragazzo si divide tra lo studio e il pallone, campi in cui si distingue con pari brillantezza. Potrebbe diventare un dottore o un letterato, ma il destino decide diversamente materializzandosi nella forma di Neném Prancha, leggendario talent scout che passa le giornate sulla spiaggia di Copacabana alla ricerca di talenti.

Ed è qui che Prancha nota Heleno, scorgendone le qualità mentre questi domina letteralmente le partite improvvisate a cui prende parte. Il ragazzo ha tutto: fisico scultoreo, capacità di trattare il pallone, rapidità e colpo d'occhio. Più di tutto questo, però, Heleno ha una feroce determinazione nella ricerca del gol, della vittoria, degli applausi e dell'ammirazione. È un diamante grezzo, puro e splendente, va soltanto instradato nella giusta direzione.

Non ci riuscirà, il grande Neném. Né ci riuscirà la Fluminense, che prova a inserirlo nella propria squadra giovanile ma deve presto allontanarlo perché il ragazzo non ha rispetto per nessuno, è aggressivo ai limiti della violenza, non intende rispettare alcun dettame tattico. Una testa calda, una bomba a orologeria; un talento immenso, però, che alla fine convince il Botafogo a metterlo sotto contratto. Il club sta cercando l'erede di Carvalho Leite, cinque volte capocannoniere del Campionato Carioca ma ormai in età avanzata.

L'idolo del Botafogo

Neanche il tempo di cominciare e Heleno finisce fuori squadra, colpevole di aver mancato di rispetto proprio all'anziano bomber che sarebbe dovuto andare a sostituire. Questione di pochi mesi, però, ed ecco che esplode tutto l'immenso talento di cui è dotato: appena ha occasione di mettere piede in campo, infatti, Heleno lascia tutti a bocca aperta infilando un gol dietro l'altro, irridendo le difese ed esaltando la folla. Perché questo centravanti di neanche vent'anni, siamo nel 1939, è capace di tutto: può colpire con forza e precisione da lontano, può seminare intere difese in dribbling oppure sfondare con potenza, non si da mai per vinto.

Il successo è assicurato, e nel giro di poco tempo Heleno è già l'idolo assoluto della tifoseria del Botafogo. E se compagni e allenatori spesso finiscono per maledirlo per i suoi atteggiamenti da spaccone, per la sua anarchia tattica e la totale allergia alle regole, sono ben contenti di perdonarlo dopo ogni gara, spesso decisa proprio dai suoi gol. Un giorno i giornali titolano "Heleno 4 : America 3", perché è stato praticamente lui, da solo, a vincere una gara segnando ben quattro gol. Accusato di essere troppo egoista e vanesio, reagisce realizzando una doppietta di testa dopo aver calciato il pallone in alto, una sorta di assist personale che è un'evidente provocazione verso i tifosi, sotto la cui curva festeggia pettinandosi i capelli con cura.

Heleno, in poco tempo, diventa il re del calcio e delle notti di Rio. Ogni locale ha un tavolo a lui riservato, fuma sigari costosi e decine di sigarette, beve vino raffinato e incanta le donne con le sue arti da seduttore, la sua conoscenza di inglese, francese, letteratura e poesia. Difficile dire quale sia il vero Heleno, se l'affascinante uomo di mondo di cui parlano i giornali - primo caso per un calciatore - o la furia che in campo aggredisce compagni, arbitri, avversari e tifosi quando le cose non vanno come desidera.

Heleno de Freitas, primo idolo del calcio brasiliano

I Mondiali mancati e il soggiorno colombiano

Il Brasile, comunque, lo ama. Ed è naturale che mentre il Paese si prepara ad ospitare i Mondiali del 1942 tutti diano per scontato che sarà lui il centravanti di una Nazionale che deve ancora dimostrare al mondo quanto è grande. Ma nel '42 i Mondiali non vengono giocati: in Europa è scoppiata la seconda guerra mondiale, evento che rimanderà anche l'edizione del 1946. In questi anni il Brasile, nonostante una dittatura militare, è un posto dove regna la pace, tutto scorre come sempre: Heleno continua a fare gol, attendendo la consacrazione mondiale che ormai, è scontato, avverrà nel 1950.

Ma nel '50, nei famosi Mondiali del Maracanazo, di Moacir Barbosa e Alcides Ghiggia, Heleno non ci sarà. Proprio in quell'anno sarà fuggito nel ricco e fuorilegge campionato colombiano, "El Dorado": nonostante le valanghe di gol - 209 in 235 partite - con il Botafogo non è mai arrivato alcun successo, e dopo un violento sfogo contro i compagni, al termine dell'ennesimo campionato sfumato sul filo di lana, Heleno è stato ceduto al Boca Juniors. Gli argentini per averlo hanno pagato una cifra-record, pentendosi poi dopo pochi mesi in cui il brasiliano si è distinto più per aver frequentato ogni bordello possibile che per i gol. Tornato in Brasile ha provato a rimettersi in carreggiata nel Vasco da Gama, ma ha finito soltanto per litigare con Ademir e Flavio Costa, che sono poi il centravanti e il CT della Nazionale.

Può scordarsi i Mondiali, il Maracanà e tutta la gloria che attendeva da quando era un ragazzo. Ed ecco così il miglior centravanti della sua generazione fungere quasi da attrazione da circo in un campionato che, grazie ai soldi dei narcotrafficanti, schiera stelle come lui, Tim, Adolfo Pedernera e il giovanissimo Alfredo Di Stefano. I colombiani non hanno mai visto uno così, se ne innamorano subito, e i tifosi della sua squadra, l'Atletico Junior di Barranquilla, gli dedicano addirittura una statua con ai piedi un incisione che dice tutto: "O Jogadore", "il giocatore". La sua classe conquista anche Gabriel Garcia Marquez, ai tempi un giovane giornalista in cerca di storie.

Come calciatore Heleno poteva essere apprezzato oppure no. Ma era molto più di un semplice centravanti. Era un'opportunità permanente per gli altri di parlare male di lui. 

Un triste e tragico declino

Sono gli ultimi lampi di classe di un campione assoluto che però sta peggiorando ogni giorno di più. Quando comincia a perdere vista e lucidità, prima raramente e poi sempre più di frequente, Heleno torna in Brasile per farsi curare: qui i dottori gli dicono che sono gli effetti della sifilide, conseguenza delle sue tante avventure amorose e che Heleno, sentendosi invincibile, non aveva mai voluto curare. L'orgoglio e l'arroganza gli hanno fatto credere di essere più forte di tutto, e ancora lo illudono quando tenta il rientro in campo con l'America, i cui tifosi ancora ricordano i quattro gol che aveva loro rifilato diversi anni prima.

Ma adesso tutto è cambiato: nell'unica partita che Heleno gioca con l'America, l'unica in cui riesce a giocare a quel Maracanà in cui si era sempre sognato protagonista, "il Principe Maledetto" non indovina un controllo, non vede un pallone, non riesce a fare nient'altro che vagare per il campo come un fantasma, ormai distrutto dal male che lo divora.

Sarà l'ultima volta che Heleno de Freitas sarà visto su un campo di gioco, presto arriva infatti l'oblio: amici non ne ha mai avuti né voluti, le numerose donne sono state avventure di poche notti, i tanti soldi guadagnati sono stati spesi, scialacquati. Così quello che una volta era il re delle notti di Rio de Janeiro finisce lontano, nella sperduta Barbacena, in un istituto per poveri malati mentali. 

Il Principe Maledetto

Delira, ha visioni, fuma due pacchetti di sigarette al giorno e giura, agli altri pazienti, di essere stato un Dio, il re del calcio, l'idolo delle folle. Racconta di come raggiungesse il campo d'allenamento solo per sfoggiare i nuovi modelli di auto e moto che acquistava, mai degnandosi di cambiarsi e sudare con i compagni, ché era inutile per lui, una perdita di tempo. Ride divertito, a volte, pensando alle facce degli allenatori, che piegavano il capo non potendo fare a meno di lui. A volte piange pensando a quello che poteva essere e non è stato, molto spesso impreca contro la vita, il destino che lo ha fermato proprio sul più bello.

Afferma che Pelé e Garrincha, i nuovi giovani eroi che hanno cancellato il suo ricordo, potrebbero soltanto legargli le scarpe. Quando i due portano il Brasile sul tetto del mondo nel 1958, riuscendo nell'impresa che lui non aveva mai potuto intraprendere, Heleno rompe tutto quello che c'è nella sua camera, strappa dai muri i ritagli dei giornali che parlavano di lui, tenta di soffocarsi venendo fermato a stento, nonostante la malattia lo abbia ridotto a pesare meno di quaranta chili, dagli infermieri. 

La morte arriverà pochi mesi dopo, l'8 novembre del 1959. Mentre il Brasile calcistico si esalta con i suoi nuovi campioni, Heleno lascia questo mondo da solo, povero in canna e dimenticato da tutti. Ha 39 anni, ma la sifilide cerebrale lo ha distrutto al punto che ne dimostra quasi il doppio. Mentre lo portano via, i medici forse non sanno che quel fantasma tutt'ossa un tempo era il bellissimo Heleno de Freitas, il grande campione di calcio, il campione a cui nessuna difesa - e nessuna donna - poteva dire di no, l'assoluto dominatore dei campi e delle notti brasiliane.

Il Principe Maledetto, distrutto dalla sua stessa grandezza.

Heleno de Freitas con due compagni di squadra

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