NCAA: Purdue, macchina da basket e regina dell'Indiana

Quella fra Indiana e Purdue è la rivalità più accesa d'uno stato che respira basket: il successo dei Boilermakers dimostra, una volta di più, il valore di questo gruppo.

30 condivisioni 0 commenti

di

Share

[di Riccardo De Angelis, BasketballNCAA.com]

In Indiana, più che in ogni altro stato degli USA, la pallacanestro è religione e il college basket è il dio più importante del pantheon. Capirete, quindi, che la questione si fa molto seria quando le squadre delle due maggiori università pubbliche si affrontano sul parquet.

Indiana e Purdue, separate da due ore di macchina e da vari stereotipi che le pongono su due poli distinti, si incrociano da oltre un secolo sotto il segno di un'acredine che arde in maniera indipendente dai risultati. Quando si affrontano i rivali, anche se la stagione va bene, la pancia non è mai piena. Se tira brutta aria, la fame di risultati diventa pantagruelica.

"This gonna be a long year": Victor Oladipo, oggi giocatore dei Pacers, osserva sconsolato il punteggio dell'esordio stagionale della sua vecchia alma mater e mette una certa enfasi sulla "o" di "long", quando pronuncia quella frase. IU, infatti, ha appena perso con Indiana State (squadra non irresistibile, ben lontana dai fasti dell'epoca di Larry Bird), in casa e con 21 punti di scarto.

Gli Hoosiers, in ricostruzione e al primo anno con Archie Miller in panchina, non hanno fatto molto meglio nelle settimane successive a quella batosta. Negli ultimi tempi, però, nonostante la perdita d'uno dei suoi titolari – De'Ron Davis – sono riusciti a mettere insieme un dignitoso 5-4 nella Big Ten, record con il quale si apprestano a ospitare Purdue.

I Boilermakers, invece, stanno vivendo un'annata favolosa: 21 vittorie su 23 incontri, una striscia aperta di 16 successi consecutivi e terzo posto nella AP Poll. Quale occasione migliore, per i padroni di casa, per dare una sterzata alla stagione? Oltretutto, il buon Oladipo è proprio lì in prima fila dopo aver ricevuto la sua vecchia maglia col numero 4, incorniciata e mostrata al pubblico con tutti gli onori del caso. Magari stavolta, anziché in senso orizzontale, scuoterà la testa in verticale.

NCAA, la rivalità tra Indiana e Purdue

Non ci vuole molto a capire che questa non è una partita come tutte le altre. La mitica Assembly Hall di Bloomington è piena stipata nei suoi oltre 17mila posti, i decibel fanno vibrare l'arena e, fra abbigliamento dei tifosi e migliaia di cartelloni alzati, il bianco e il rosso di casa Hoosiers dominano in maniera più che mai vivace. Chiasso di voci, rumori e colori in una sinestesia che forse, sotto sotto, non ha nulla di caotico.

Non è un match qualunque, i giocatori lo sanno e, quelli di casa, sembrano proprio assorbire quell'entusiasmo sin dalla palla a due: pronti, via e Indiana mette le cose in chiaro guidando nel punteggio per 10-2 dopo nemmeno 5 minuti.

Già nelle prime battute si posso apprezzare due leitmotiv di quella che sarà la loro partita: tanta energia (quasi mai vista in stagione) e un attacco che si poggia in gran parte sulla guardia Robert Johnson – furbo ed elegante nello sgusciare in penetrazione – e sul lungo Juwan Morgan, top scorer della squadra (16 punti a partita), giocatore in crescita e abile nello sfruttare la maggiore dinamicità contro diretti avversari – Isaac Haas e Matt Haarms – cui deve rendere tanti centimetri (e anche chili, nel primo caso). I due chiuderanno l'incontro rispettivamente con 21 e 24 punti segnati.

All'inizio, si stenta a riconoscere Purdue: la difesa fa acqua e l'attacco impiega oltre 14 minuti per mandare a segno la prima tripla (5/18 a fine partita). Badate bene: parliamo della settima miglior squadra in NCAA per adjusted efficiency difensivo (92.2 punti ogni 100 possessi) e che tira con la miglior percentuale dall'arco (43.6%). Equilibrio fra efficienza difensiva e offensiva, con quest'ultima che si poggia su un arsenale ampio come altri non ce n'è ad oggi, fra gioco interno ed esterno, ritmi controllati e partenze in transizione: questi sono i veri Boilermakers.

Coach Matt Painter allena la squadra di West Lafayette da 13 anni e ne ha anche vestito la maglia nei primi anni '90: ne ha viste davvero tante in vita sua, sa quel che ci vuole per espugnare la "Carnegie Hall del college basket" (lo ha già fatto una volta da giocatore e quattro da allenatore), così come conosce il valore della squadra che ha fra le mani quest'anno – una talmente forte che potrebbe finire per essere la migliore mai allenata da lui.

Il coach dei Painter durante una fase dalla partita

Ci vuole calma, pazienza e puntare sull'arma più adatta fra le tante a disposizione. L'opzione più naturale risiede in Haas: 218 centimetri per oltre 130 chili, il colosso di Purdue è semplicemente inarrestabile in area. Difensori che si alternano su di lui, qualche raddoppio, tante preghiere: Indiana non riesce proprio a trovare il bandolo della matassa e finisce per vedersi rifilare 26 punti (10/17 da due, 6/6 ai liberi) distribuiti abbastanza uniformemente lungo tutto l'incontro.

Purdue, bene o male, va all'intervallo sotto di due punti. Occorre qualcosa di più, nei secondi venti minuti, per poterla portare a casa. Visto che il top scorer Carsen Edwards vive una giornata insolitamente poco proficua al tiro (ma si fa notare per una schiacciata impetuosa, lui che arriva appena all'1.85 d'altezza), allora tocca all'altro Edwards, Vincent, fare un passo avanti.

Mentre le maglie in difesa si stringono come da copione (Indiana passa dal 17/29 dal campo del primo tempo al 10/25 del secondo), l'ala dei Boilermakers gioca alla grande in attacco: 13 dei suoi 19 punti finali arrivano nella ripresa, vive una giornata storta dall'arco (0/6) ma punta il canestro in maniera quasi infallibile e guadagna diversi viaggi in lunetta, caricando di falli gli Hoosiers.

La partita rimane però molto equilibrata, con le due squadre sempre racchiuse entro uno o due possessi di distanza. Tutto si decide negli ultimissimi minuti e, a segnare le sorti dell'incontro, ci pensano la freddezza e la sicurezza di Purdue, la quale riesce a compiere un passo alla volta verso la vittoria sfruttando i viaggi in lunetta conquistati durante l'ultimo giro di lancette. Il sigillo arriva con i liberi del +7 a 37" dalla fine realizzati da Carsen Edwards, col punteggio finale che sancisce il successo dei Boilermakers per 74-67. Diciassettesima vittoria di fila, record all-time per l'università.

A Indiana non resta che il rammarico per la sconfitta, un'amarezza sommessa e rassegnata, lontanissima dai giorni delle sedie tirate in mezzo al campo e dei "I'm f***ing tired of losing to Purdue" urlati a squarciagola dal vulcanico Bobby Knight in faccia ai suoi giocatori. Inutile dannarsi l'anima quando si è coscienti che i giorni migliori sono molto lontani.

E' stato detto e ridetto di come, quest'anno, non ci sia uno squadrone, una gran favorita. Forse è vero, così come è altrettanto vero che Purdue fa parte d'un terzetto di college – gli altri due sono Villanova e Virginia – che, a oggi, sembra proprio avere qualcosa in più rispetto a tutti gli altri. Vincere una rivalry fuori casa, con autorità pur senza brillare, ne è solo un'ulteriore dimostrazione.

I giocatori dei Purdue festeggiano

Share

Commenta

Ti potrebbe interessare anche:

Questo sito internet utilizza cookie tecnici e di profilazione, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza di navigazione, analizzare l’utilizzo del sito e per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Puoi saperne di più o per negare il consenso ad alcuni a tutti i cookie clicca qui Informativa sui Cookies. Chiudendo questo banner, cliccando in seguito o continuando a utilizzare il sito, acconsenti all’utilizzo dei predetti cookie.