NBA: LeBron James, 30.000 punti in mezzo al caos

Il nuovo record del Prescelto arriva nel momento peggiore per Cleveland. Ma la storia di Lebron dice che il conflitto lo segue come una stella. E che alla fine vince lui

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[di Sergio Vivaldi]

I Cleveland Cavaliers sono in un momento di crisi profonda, a causa di una difesa imbarazzante e un attacco che stenta a fare il suo dovere, portando i giocatori a incolparsi a vicenda. Le magre figure si susseguono e i Cavs sono adesso a 10 sconfitte nelle ultime 13 gare. È forse la peggiore crisi mai attraversata dalla squadra nell'epoca LeBron James pre e post la parentesi a Miami. Che James, uno dei tre giocatori più forti della storia, raggiunga i 30mila punti in carriera – che diventi l'unico nella storia ad avere almeno 30mila punti, 7mila rimbalzi e 7mila assist – nel momento di maggior tensione per la sua squadra è quasi catartico. Se c'è una costante nella carriera di LeBron James è il conflitto. Perché?

James è stato il giocatore che ha provocato prese di posizione estreme già prima del suo ingresso tra i professionisti. La sua leggenda comincia quando, ancora teenager, Nike gli affianca allenatori e medici privati per curarne la crescita e proteggere il suo talento dallo stile di vita scorretto di un normale adolescente. James valeva già quell'investimento. Nel 2002 arriva la copertina di Sports Illustrated con il titolo a tutta pagina "The Chosen One", a creare un'attesa che era già spasmodica. Nel 2003, proprio lui che è nato in Ohio, approda ai Cleveland Cavaliers con la prima scelta assoluta, evento che gli impone le stigma del Messia in patria. I titoli però non arrivano. Nel 2007 trascina un roster imbarazzante alle Finals e finisce spazzato via dai San Antonio Spurs. La sfida infinita con i Boston Celtics, la sua nemesi, segna anche un cambio nel tono delle critiche: a James viene attaccata la lettera scarlatta del perdente.

LeBron James sulla copertina di Sport Illustrated
AD 2002: LeBron James finisce sulla copertina di Sport Illiustrated

Il 2010 è l'anno della rottura. James lascia Cleveland per trasferirsi a Miami, trasformandosi nella persona più odiata di tutta la NBA. Col senno di poi, LeBron dirà che è stata la decisione migliore della sua vita. Ma è un James diverso, che non ripone alcuna fiducia in coach Erik Spolestra e non perde occasione per criticarlo nel suo primo anno a Miami. Resoconti di frizioni interne, sgarbi sul campo, dichiarazioni anonime sparse su varie testate locali e nazionali. Conflitti. Serve l'intervento di Pat Riley, presidente degli Heat, per difendere il suo allenatore in pubblico e in privato. All'epoca, Spolestra li definì "conflitti salutari" aggiungendo che superarli poteva solo rendere la squadra più forte. E così fu, almeno nei due anni successivi, chiusi con due titoli.

Gli Heat si sciolgono nel 2014, nella finale contro gli Spurs e nei rapporti interni a un roster ormai usurato, composto da giocatori insofferenti e in manifesto contrasto reciproco a causa dello stress di quattro finali NBA consecutive. James lascia i Cavs la prima volta senza informarli delle sue mosse, in attesa di una decisione che potrebbe gettarli nei bassifondi della lega per almeno un lustro – come in effetti avviene.

A Miami James raggiunge l'obiettivo, ma si comporta allo stesso modo e torna a Cleveland, portando con sé ancora conflitti. Dopo il suo arrivo il roster viene completamente ristrutturato e i Cavs tornano in finale nonostante nulla sembri funzionare, nonostante la squadra abbia un record perdente a metà stagione e nonostante gli infortuni che colpiscono le altre stelle della squadra. Tutto torna a ruotare attorno a lui, senza nemmeno una figura con la gravitas di Riley che possa arginarne i desideri. Però arriva anche il successo, e Cleveland torna a essere rilevante nella geografia della NBA.

Non mancano le frecciate a David Blatt, molto simili nella forma a quelle usate per Spolestra, che perderà il posto (giustamente) nel gennaio 2016. Al suo posto Tyronn Lue, non a caso una persona che aveva sviluppato un buon rapporto con James mentre era assistente di Blatt. James a Cleveland ha potere assoluto. Non allena o dirige, ma è comunque l'Alpha e l'Omega, è il Sistema. Critica dirigenza e compagni su Twitter, nascondendosi dietro messaggi passivi-aggressivi e frecciate velenose e nonostante tutto, i Cavs raggiungono il titolo nel 2016 e le finali per tre anni consecutivi. Ogni anno, da sette anni a questa parte, le tensioni si sono ripetute nei mesi invernali e dopo l'All Star Game si sono avviate verso una naturale risoluzione. Una volta raggiunti i playoff, la squadra cambia. Conflitti salutari, appunto.

LeBron James, 'a suo agio' nel conflitto

Forse la spiegazione è semplice: l'unico contesto in cui il talento di James è riuscito a ottenere il risultato più importante è quello del conflitto, della tensione, del caos e del dramma mediatico. Qualcuno ha persino teorizzato che questo comportamento dipenda dalla sua incapacità di essere un leader, che il caos sia un modo per sopperire a questa sua mancanza. Se è vero, si tratta di una strategia geniale. Dopo mesi di tensioni inutili e di stress dovuto a partite di poco conto – tanto James può portare una squadra in postseason da solo - la necessità di concentrarsi su partite che contano davvero diventa quasi liberatoria. E per una qualsiasi franchigia, sopportare tutto questo e ipotecare il proprio futuro per trattenerlo è più importante del contrario.

Il tabellone con i 7 giocatori di basket che hanno raggiunto 30mila punti in carriera
LeBron James nel 'club dei 30mila'

È incredibile quello che James è riuscito a fare pur immerso nel clima di conflitto che costruisce metodicamente ogni volta. Non solo perché è diventato uno dei sette giocatori ad aver raggiunto quota 30mila punti, (gli altri sei sono Kareem Abdul-Jabbar, Karl Malone, Kobe Bryant, Michael Jordan, Wilt Chamberlain e Dirk Nowitzki), ma fa impressione la sistematicità con cui è arrivato al risultato: James ha viaggiato a una media di almeno 25 punti in 14 stagioni su 15 (nel suo anno da rookie fu appena sotto i 21 a partita)

Nel 2012, Sports Illustrated fece una proiezione di “quando” James avrebbe raggiunto quota 30mila secondo un banale modello matematico, e la risposta fu "all'inizio della stagione 2017-18", "intorno al suo 33esimo compleanno nel dicembre 2017". Rispetto a quel modello, sono state necessarie tre settimane in più. Un'efficienza disumana. Il post auto-congratulatorio su Instagram con cui ha salutato il traguardo è più che meritato.

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Entro la fine dell'anno James romperà la barriera degli 8mila assist e, avendo già superato quota 8mila rimbalzi, sistemerà l'asticella di chiunque altro verrà dopo di lui ancora più in alto. Ma per James il momento celebrativo è finito, perché l'obiettivo è giugno. Sono i Golden State Warriors, la sua nuova nemesi, l'ennesimo ostacolo che il Prescelto dovrà superare per compiere il suo destino e ascendere al punto più alto nella storia della pallacanestro. Non è ancora tempo per farsi domande su cosa accadrà dopo quella data. Le risposte si presenteranno da sole al momento opportuno. Probabilmente inseguendo nuovi conflitti.

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