Storie di calcio - L'ultima partita di Matthias Sindelar

Matthias Sindelar fu uno dei più grandi campioni mai visti su un campo di calcio, ma finì presto per scontrarsi con i regimi totalitari che dominavano l'Europa. La sua battaglia avrebbe avuto fine, misteriosamente, una fredda mattina di gennaio.

269 condivisioni 3 commenti

di

Share

Quel triste mattino di gennaio del 1939 le strade di Vienna si erano riempite di persone. I volti tesi, gli occhi tristi, nella testa un maledetto pensiero che però non poteva essere espresso ad alta voce, dato che ovunque erano presenti i soldati nazisti.

Erano giunti in 40.000 a rendere omaggio a quello che era stato più che un uomo, più che un calciatore. Un mito, forse, sicuramente il simbolo di un movimento calcistico che non avrebbe mai più nemmeno sfiorato le vette raggiunte dal Wunderteam.

Proprio così. Quella folla enorme era venuta a salutare un campione del calcio: Matthias Sindelar, il più grande campione che Vienna aveva mai potuto osservare, l'eroe che prendendo a calci un pallone era diventato l'orgoglio di un Paese che non esisteva più. L'idolo di ogni austriaco, odiato dalla stessa Gestapo che adesso, ipocritamente, gli concedeva un solenne funerale pubblico.

Matthias Sindelar, il "Mozart del calcio"

L'Austria aveva cessato di esistere un anno prima, il 10 aprile del 1938. Un referendum-farsa aveva trasformato il Paese in una provincia del Terzo Reich, e questo era stato preceduto, sette giorni prima, da quella che i nazisti avevano prontamente ribattezzato "Partita della riunificazione". Gli austriaci avrebbero potuto giocare la loro ultima partita, proprio contro la Germania di cui poi avrebbero dovuto vestire la maglia in vista dei Mondiali di Francia.

I tedeschi avevano concesso agli avversari di fregiarsi ancora, per l'ultima volta, del nome “Austria”. Avevano anche concesso che questi, in luogo della consueta casacca bianca, potessero sfoggiare una divisa, maglia rossa e pantaloncini bianchi, che ricordava la bandiera nazionale.

Matthias Sindelar si allena con un pallone

In cambio avevano imposto una sola, implicita, condizione: non pensassero neanche per scherzo di vincere, di umiliare una Germania che ai tempi poteva soltanto sognare di essere maestra nel football. Sarebbe stata una partita "amichevole", in tutti i sensi: agli austriaci, da sempre più forti, era chiesto di evitare il gol. Sarebbe stata l'ultima partita di Matthias Sindelar, e chissà quanti e quali pensieri erano passati nella mente del grande campione, che pure a 35 anni restava uno dei migliori al mondo nel suo mestiere.

Salvato dal talento

Forse aveva pensato a “Herr Doktor” Michael Schwartz, presidente del “suo” Austria Vienna ed ebreo, allontanato dal club nel momento stesso in cui i tedeschi avevano occupato il Paese: per “Sindi”, che aveva voluto continuare a salutarlo nonostante il divieto nazista, era stato un vero e proprio padre. Quello vero, un muratore che in cerca di lavoro aveva trascinato la famiglia a Vienna dalla nativa Moravia, era caduto sull'Isonzo durante la grande guerra.

La sua adolescenza era stata difficile. La fame non gli aveva permesso di sviluppare un fisico robusto e lo aveva inoltre costretto a lavorare in un'officina già dai 14 anni. Lo avevano salvato la determinazione e il talento, che dopo il lavoro lo avevano spinto a prendere a calci un pallone per strada. Per non rovinare il suo unico paio di scarpe giocava a piedi nudi, eppure tanto era bastato sper far sì che venisse notato da un dirigente dell'Hertha Vienna, che abbagliato da quel gracile ragazzino aveva deciso di dargli una chance nel calcio vero.

Non lo avevano fermato né una lesione al menisco, che ai tempi determinava la fine di una carriera, né l'iniziale diffidenza di Hugo Meisl. L'allenatore dell'Austria aveva a lungo cercato l'erede del grande “Pepi” Uridil, centravanti potente e coraggioso e primo idolo delle folle viennesi.

Ma Sindelar era tutt'altro. Era un artista, un maestro del dribbling, regista offensivo e goleador implacabile. Di lui poeti e letterati avrebbero detto che giocava come si gioca a scacchi, che ogni suo gol era come il finale perfetto di uno straordinario racconto.

La stella del "Wunderteam"

Considerandolo inadatto al suo gioco Meisl lo aveva scartato, ma era dovuto tornare sui suoi passi dopo quella che aveva avuto le parvenze di una vera e propria rivolta popolare. Si era reso ben presto conto dell'errore, dato che con Sindelar centravanti l'Austria aveva mostrato da subito il miglior calcio mai visto.

La storia avrebbe ricordato quel periodo come quello del “Wunderteam”, “la squadra delle meraviglie”, capace di conquistare la seconda Coppa Internazionale e di giocarsela alla pari a Londra contro gli allora imbattibili maestri dell'Inghilterra.

Una formazione dell'Austria negli anni '30

In quella gara, persa 4-3, aveva segnato l'ultimo gol superando uno dopo l'altro almeno sette avversari, una rete che l'arbitro Langenus avrebbe poi definito “bellissima e irripetibile”. Al fischio finale gli inglesi si erano precipitati a complimentarsi con lui, qualcuno gli aveva prospettato un trasferimento. Ma “Cartavelina”, soprannominato così per via della sua esile costituzione, non ci aveva neanche pensato. Mai avrebbe lasciato l'Austria, il Paese che tanto amava.

Matthias Sindelar era diventato il miglior giocatore d'Europa. Le vittorie erano arrivate a ripetizione e soltanto un arbitraggio a dir poco controverso gli avrebbe negato la vittoria ai Mondiali del 1934. Gli austriaci sarebbero stati sconfitti in semifinale dai padroni di casa dell'Italia, e per Sindelar si sarebbe trattato del primo impatto con i regimi totalitari che avrebbero sconvolto l'Europa e la sua vita.

Un simbolo contro il nazifascismo

L'arbitro, sotto gli occhi compiaciuti di Mussolini, aveva ignorato il gioco violento di Monti, mediano azzurro, che lo aveva messo ben presto fuori dai giochi. Altrettanto aveva fatto in occasione del gol che aveva deciso la sfida, segnato da Guaita dopo un'evidente carica di Meazza ai danni del portiere. Tornato in Austria aveva ripreso a incantare le folle fino al 1938, quando la sua patria aveva cessato di esistere. Fino a quell'ultima partita, una farsa voluta dai nazisti.

I gerarchi tedeschi presenti in tribuna erano rimasti di sasso vedendolo immobile, le braccia lungo i fianchi, durante il consueto saluto nazista che i giocatori dovevano tributare a pubblico e autorità prima del calcio d'inizio.

Iniziata la gara avrebbero assistito allo splendido canto del cigno del miglior calciatore al mondo. Una serie di finte, dribbling, giocate straordinarie che si concludevano con irridenti e volontari tiri sbilenchi, come se "Cartavelina" volesse rendere evidente quella superiorità che non poteva essere espressa con i gol. Una vera e propria umiliazione pubblica che nessuno poteva interrompere.

Dipinto che raffigura la Nazionale di calcio austriaca negli anni '30, il celebre "Wunderteam"

Stanco di scherzare, nel secondo tempo Sindelar era andato a segno festeggiando proprio sotto la tribuna delle autorità. L'Austria aveva vinto la sua ultima gara con un 2-0 che era un vero e proprio schiaffo al nazismo.

Nonostante questo pubblico atto di insubordinazione, i tedeschi avrebbero cercato di convincerlo a giocare per la nuova Germania unita, che di fatto aveva cancellato “la squadra delle meraviglie” impedendole di partecipare ai Mondiali del 1938. Ma il grande campione avrebbe sempre rifiutato questi inviti sostenendo di essere troppo vecchio e malandato. Si trattava di una scusa: Sindelar non avrebbe mai giocato per la squadra di Hitler.

Poco dopo si sarebbe ritirato, acquistando un bar nei pressi del quartiere dov'era cresciuto. Pur avendone la possibilità, grazie alla fama e ai tanti contatti che aveva nel calcio europeo e britannico, non sarebbe mai fuggito, restando nella sua amata Vienna mentre il mondo impazziva.

"Sulla morte di un calciatore"

Un freddo mattino di gennaio un amico di vecchia data, trovando il bar chiuso, va a trovarlo nella casa posta sopra il locale. Quando apre la porta lo trova riverso nel letto, ormai senza vita. Al suo fianco giace la compagna, che lo raggiungerà poche ore più tardi senza aver mai ripreso conoscenza.

La polizia archivierà il tutto sotto la voce “morte accidentale”, riscontrando in una canna fumaria difettosa la causa della tragedia. Un banale incidente, forse. Oppure un piano per eliminare senza troppi sospetti quello che per gli austriaci era ormai un simbolo di resistenza, l'ultimo eroe nazionale.

Lo scrittore Friedrich Torberg, suo grande ammiratore, arriverà a supporre che il grande campione si sia poeticamente tolto la vita di proposito, affranto dal pensiero di non poter più vedere il suo Paese libero.

Nessuno saprà mai la verità con certezza. Ma se dopo quasi ottant'anni la sua morte è ancora avvolta dal mistero, il mito di Matthias Sindelar resterà eterno: “il Mozart del calcio”, il campione fragile che mai si piegò alla follia nazista.

Share

Commenta

Ti potrebbe interessare anche:

Questo sito internet utilizza cookie tecnici e di profilazione, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza di navigazione, analizzare l’utilizzo del sito e per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Puoi saperne di più o per negare il consenso ad alcuni a tutti i cookie clicca qui Informativa sui Cookies. Chiudendo questo banner, cliccando in seguito o continuando a utilizzare il sito, acconsenti all’utilizzo dei predetti cookie.