NBA: il meglio e il peggio del 2017, da Kobe e Westbrook a Donald Trump

La NBA regala sempre motivi di discussione e apprezzamento. Noi abbiamo provato a mettere in fila le cinque cose migliori e peggiori della stagione.

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Come ogni fine anno che si rispetti si porta il pensiero a cosa è successo, quanto di bello la NBA ci abbia fatto vivere in questi dodici mesi e cosa di brutto invece ci ha proposto e vorremmo decisamente evitare per il futuro. Con così tante partite giocate, cose successe sia in campo che fuori, abbiamo voluto mettere in fila la top e flop 5 di questo 2017.

NBA: il meglio del 2017 

5- Mike D’Antoni e James Harden

Mike D'Antoni e James Harden

Ancora una volta chi ha bancato contro l’attuale coach dei Rockets ha perso e lo ha fatto in modo fragoroso. Mike ha rivoluzionato ancora una volta il gioco arrivando a Houston e consegnando la palla nelle mani di James Harden per fargli creare qualsiasi cosa volesse con il proprio talento. I detrattori avevano già pensato a un one man show e invece il Barba ha dimostrato che razza di realizzatore, passatore…facciamo prima a dire giocatore sia diventato grazie a questa mossa.
Poi è arrivato Chris Paul e anche qui i detrattori hanno detto che non ci sarebbe stata possibilità di far coesistere due accentratori di gioco così e invece D'Antoni non solo li ha fatti interagire subito, ma ha cavalcato per quasi tutto l’inizio di stagione il miglior record della lega con il miglior attacco e delle spaziature onestamente difficili da preventivare. Oggi che le squadre vincenti giocano il suo basket che veniva ritenuto perdente anni fa avrebbe dovuto far capire a tutti che sono finiti i tempi di scommettere contro di lui.

4- Kyrie Irving e l’affronto al re

Irving e James al primo scontro da avversari

Kyrie Irving, dopo aver deciso la finale 2016 con una tripla che passerà alla storia non solo per la città di Cleveland, non è riuscito a bissare l’impresa nel 2017 e allora ha deciso di volere un giocattolo tutto per sé. Ha così richiesto a Cleveland di non giocare più all’ombra di LeBron, ma di essere ceduto per poter guidare da solo una squadra al titolo.
Il re che ha sempre “tradito” ha provato la bruttissima sensazione di fare affidamento su qualcuno per poi vederselo scappare quasi senza preavviso. Dopo la dichiarazione che la terra fosse piatta, Kyrie ha voluto stupire tutti un’altra volta dimostrando la Mamba Mentality e mettendosi in gioco in prima persona. Che riesca a vincere un titolo senza LeBron o meno ha preso una decisione forte, di grande ambizione e nell’NBA che ormai aggrega sempre più stelle con meno orgoglio personale, Irving ha scelto controcorrente e l’onore gli va tributato in ogni caso.

3- L’estate NBA più pazza dell’era recente

I big three di OKC

Se di Kyrie Irving abbiamo parlato nel punto precedente, la trade che lo ha coinvolto è quasi riduttivo definirla blockbuster. Isaiah Thomas è stato “scaricato” da Boston dopo l’incredibile stagione scorsa e dei playoffs giocati, finchè ha potuto, da infortunato oltre ad essere sceso in campo a 24 ore dalla morte della sorella.
L’estate di mercato era iniziata con Chris Paul che saluta Los Angeles per Houston, facendo l’ultimo regalo di non andarsene da free agent ma imponendo una sign and trade che ha fatto forse la fortuna più di Houston che dei Clippers. Proprio a Los Angeles arriva Danilo Gallinari nella sua prima estate da free agent e macchiata dagli europei saltati per infortunio, poi arriva il dominio dei Thunder che prima portano a casa Paul George con una sapiente mossa di Presti e poi in zona cesarini vanno a prendere anche Carmelo Anthony da New York creando un hype mai visto intorno agli OK3. Atlanta cola a picco e vede Millsap andare a firmare per degli intrigantissimi Denver Nuggets, mentre Chicago demolisce tutto e manda Jimmy Butler dal suo padre putativo Thibodeau. Gli equilibri della lega non sono più gli stessi.

2- Kobe Bryant nella storia dei Lakers: 8 e 24

La notte di Kobe Bryant

È storia recente il ritiro delle maglie numero 8 e 24 di Kobe Bryant da parte dei Los Angeles Lakers e mai frase di Jeanie Buss fu più azzeccata:

Entrambi i Kobe Bryant di quelle maglie meriterebbero un posto nella Hall of Fame.

In una cerimonia con Magic che lo incorona il miglior Laker di tutti i tempi, la commozione di Jeanie Buss, Rob Pelinka, Shaquille O’Neal e tanti altri rendono omaggio a uno dei migliori che la storia NBA abbia mai potuto apprezzare.
Una serata da ricordare dopo il farewell tour e soprattutto l'ultima immagine di lui nella leggendaria partita finale contro i Jazz.

1- Russell Westbrook e la stagione in tripla doppia

La folle stagione di Westbrook

Nessuno aveva mai neanche osato immaginare che qualcuno nell’NBA del 2017 avrebbe potuto compilare una stagione in tripla doppia di media, ma si sa che le sfide sono fatte per essere accettate e vinte.
La scorsa stagione di Russell Westbrook chiusa a 31.9 punti, 10.7 rimbalzi, 10.4 assists è stata a dir poco leggendaria e non solo ha raggiunto Oscar Roberson nella speciale cerchia, ma ha vinto il titolo di MVP con pieno merito e scritto una pagina di storia indelebile dopo la fuga di Kevin Durant. Lui non se ne è andato, è rimasto nella sua città e ora la vuole riportare al top con le stelle che lo hanno raggiunto in una logica anni 90 nella quale non vale il “se non posso batterli me li faccio amici”, bensì "se non posso batterli oggi, faccio di tutto per batterli domani".
Negli occhi di questo 2017 rimarrà la belluina cattiveria agonistica di Russ, la sua capacità di portare ai playoffs la squadra dopo un’estate difficile e la fidelizzazione con OKC. Ogni città meriterebbe una bandiera come lui, ogni campionato si leccherebbe i baffi nell’avere in campo un campione così.

Il peggio degli ultimi 12 mesi

5- I Sacramento Kings e Vlade Divac

Divac e Cousins

Il centro dei Pelicans dispone un talento debordante e una personalità difficile in modo direttamente proporzionale al proprio talento. Le bizze comportamentali hanno indotto i Kings a mandarlo via e se la decisione può anche avere un senso logico, scambiare un All-Star per Tyreke Evans, Langston Galloway, Buddy Hield e due scelte è decisamente una sciocchezza. La gestione di Vlade Divac sta facendo acqua da tutte le parti, i Kings stanno mettendo in fila una scelta scellerata dopo l’altra, potendosi consolare solo con Bogdan Bogdanovic e una coppia di vecchietti come Carter e Randolph che sembrano ringiovaniti di dieci anni.
Un po’ poco per pensare al futuro con positività.

4- Gli arbitri

Momento difficile per gli arbitri NBA

La partita di Natale ha detto che gli arbitri NBA stanno passando uno dei peggiori momenti della storia recente. La rimonta dei Celtics su Houston con soli due arbitri ha confermato questo trend con un two minutes report da mani nei capelli, mentre la vittoria di Milwaukee a Oklahoma City con la schiacciata di Antetokounmpo che aveva messo un piede fuori dal campo ha messo la più classica delle olive nel Martini.
La preparazione capillare e inappuntabile dei fischietti NBA forse va un po’ rivista e soprattutto migliorata, perché decidere partite di regular season può avere un peso relativo, ma ripetere questi marchiani errori ai playoffs sarebbe deleterio.

3- La sfiga dei Clippers

Paul e Griffin in panchina

È davvero difficile avere più malasorte dei Los Angeles Clippers. Sono stati sempre i figli di un Dio minore a Los Angeles quando i Lakers vincevano con continuità e ora che i tifosi della città cominciavano a creare uno zoccolo duro di tifosi Clippers sono arrivate una serie di situazioni tragicomiche a rovinare tutto. Serie di playoffs perse per infortuni contemporanei delle due stelle, rimonte senza senso subite in partite già vinte che avrebbero deciso una serie, altri infortuni (chi ci legge dentro queste righe Chris Paul e Blake Griffin non è malizioso) e poi un nuovo corso, con nuovi giocatori, nuovi presupposti e gli stessi epiloghi: gli infortuni. Andare a prendersi Danilo Gallinari e Patrick Beverly rendendo Blake Griffin l'uomo franchigia sembra andare a cercarsi rogne e anche in questa stagione sono state puntualmente trovate. Il viaggio a Lourdes per Rivers è ormai pronto.

2- I liberi di Andre Roberson

I liberi di Roberson

Al tempo di Shaquille O’Neal ci si lamentava perché the big diesel dominava l’NBA tirando con il 50% i liberi, oggi si pensa a come un giocatore del calibro di Ben Simmons possa tirare i liberi con il 53% e ci si spaventa per quando imparerà a farlo (e lo farà), ma non si può accettare che un role player NBA tiri dalla linea con il 33%. Questa è la storia di Andre Roberson che è uno dei migliori difensori della lega in uno contro uno, ma è difficile da giustificare in campo quando viene
mandato in lunetta con l’hack-a-Andre. Sembra impossibile che nell’era delle advanced stats, degli shooting coach e di sport science ci sia ancora chi non sia in grado di chiudersi in palestra e rendere perlomeno decente la propria sfida con pallone e ferro.

1- Trump e la NBA

Questo flop è estendibile a tutta la società americana, perché il nuovo presidente è probabilmente la peggior cosa capitata agli yankee da tanto tempo. I Warriors non si sono recati alla Casa Bianca dopo la vittoria del titolo e il ritiro dell’invito via Twitter da parte di Trump è stato un clamoroso autogol. Se pensiamo al messaggio mandato dai campioni, alle parole che Kerr e soprattutto Popovich hanno dedicato al Presidente e anche alla questione riguardante l’inno nazionale, è difficile che il rapporto tra NBA e Casa Bianca possa sanarsi, soprattutto per il fatto che il dispiacere di Silver per questa situazione sia stato poi mascherato dalla soddisfazione che i dipendenti della sua lega gli danno mettendosi in prima linea nelle questioni sociali.

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