NBA, Kobe Bryant night: "Non è importante il risultato, ma il viaggio"

La serata dedicata a Kobe Bryant con il ritiro delle maglie ha regalato emozioni ai tifosi dei Lakers e non solo, per uno degli ultimi riconoscimenti alla sua incredibile carriera.

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Sapevamo che sarebbe arrivato questo momento e anche se non lo hai fatto per quelle maglie appese lassù, è molto emozionante.

Così Jeanie Buss, owner dei Los Angeles Lakers in un misto tra felicità e lacrime, dice a Kobe Bryant ciò che è la sostanza del suo ragionamento: non si lotta per i riconoscimenti ma per se stessi. Kobe è stato apostrofato come burbero, incostante, ossessionato ed esageratamente egoista il più delle volte per chi lo ha visto e valutato come giocatore e professionista, ma la persona ha altri lati che probabilmente voleva sempre tenere celati. Il giornalista Marc Spears ha pubblicato alcuni aneddoti sulla vita privata di Kobe Bryant con estrema delicatezza e dipingendo il lato umano di un giocatore che è sempre stato visto esclusivamente come tale: grande, inarrivabile, ma pur sempre e solo giocatore.

"Dov’è Cameron? Dov'è Cameron? Non lo vedo". È questo ciò che ha detto un giorno nel 2008 uscendo dallo spogliatoio dopo una partita di preseason e cercando un bimbo che era sempre dietro la sua panchina a gridare per lui e per i gialloviola. Un bimbo affetto da una malattia rara che gli impedisce di coordinare i movimenti motori della bocca con gli impulsi del cervello. In quel momento, però, era solo Cameron, un bimbo che ha avverato il sogno di vedere il suo idolo.  

Il PR Alison Bogli ha detto che ogni qualvolta capitasse a Kobe di conoscere qualche suo fan, voleva saperne il nome e cosa facesse con alcuni accenni della sua storia. È sempre stato affascinato dalle storie delle persone e ha sempre cercato di scambiare pareri ed esperienze con chi ce l’ha fatta (Steve Jobs, George Martin, Oprah Winfrey, per fare alcuni esempi). Anche con Cameron ha fatto così e da quel momento il ragazzo è stato riconosciuto come “l’amico di Kobe” da amici e compagni, permettendogli di vincere parzialmente le sue difficoltà, così come suo padre ha vinto la sua concezione di hater verso la stella dei Lakers.

Nonostante una schiera di tifosi/persone che lo hanno odiato sportivamente e che hanno colto anche l’occasione dello scandalo-stupro per sparare a zero su qualsiasi cosa lo riguardasse, ha dimostrato fino in fondo che la voglia di vincere ogni sfida senza scuse ha sempre prevalso in lui, anche quando nell’ultima partita di carriera -come ha detto nel suo speech- le gambe erano completamente bloccate e ha fatto 60 punti solo per lasciare il più bel ricordo possibile di lui ai tifosi.  

NBA, Kobe Bryant: due maglie ritirate, due volte Hall of Fame

La maglia numero 8 e la numero 24 sono ora sul soffitto dello Staples Center ed entrano nella storia della franchigia e, come detto giustamente da Jeanie, entrambi i giocatori che hanno vestito quella maglia sarebbero singolarmente da Hall Of Fame NBA, testimoniando che non è solo un vizio di forma, ma bensì la sostanza della sua carriera. 

Magic Johnson apre la serata onorando il suo amico e collega Kobe, apostrofandolo come il miglior Laker di tutti i tempi (nonostante un divertente conflitto d’interessi) e poi raccontando di quando Jerry West, dopo aver apprezzato il workout del giovane skinny boy di Philadelphia, lo ha chiamato dicendo di non aver mai visto in vita sua un provino di quel tipo.

Il magnetismo di Magic, le sincere parole di apprezzamento e l’emotività di quell’abbraccio hanno aperto una serata che rimarrà nel cuore di Kobe per tutta la vita, sebbene sia riuscito a mascherare meglio di tutti, come sempre, ogni emozione e ogni eventuale lacrima che avrebbe potuto rigare il suo viso al cospetto di tanti colleghi NBA come Allen Iverson o Shaquille O’ Neal. È lo stesso Diesel ad autoproclamarsi assieme al suo amico:

Siamo stati il duo dei Lakers più enigmatico e forte della storia, con buona pace di Magic e Kareem.

Emozioni, famiglia e sacrificio: tutto Kobe nel suo speech

Alla fine è arrivato il momento per lui di mettere in parole quelle emozioni che hanno caratterizzato vent’anni di carriera NBA e poco più di un quarto d’ora di celebrazione. Dopo i dovuti ringraziamenti al pubblico, ai tifosi e a tutta l’organizzazione Lakers per una serata da ricordare, si è rivolto verso la sua famiglia, vero motore di tutto.

Grazie a Vanessa per essere stata la fonte d’ispirazione della mia vita, grazie alle mie figlie perché con il loro lavoro, la voglia di sacrificarsi e la forza di perseguire i propri sogni anche quando sarà difficile, mi renderanno orgoglioso di aver fatto il mio lavoro di padre fino in fondo.

Il concetto di legacy è quello che più si avvicina alla figura Kobe Bryant e ovviamente dimostra di tenere molto sia a quello che ha significato per lui crescendo a El Segundo, sia per quello che lui significherà per i talenti futuri:

Sono cresciuto ammirando ciò che avevano fatto Magic, Kareem, Worthy e tutti i campioni che hanno vissuto qui. La legacy è una cosa importantissima per capire quello che di grande abbiamo fatto e per me ora è fondamentale che la mia e quelle maglie lassù lo siano per chi come me a quel tempo voleva entrare a farci parte un giorno costruendo qualcosa d'importante.

Al termine c’è anche un ringraziamento per i giornalisti che lo hanno accompagnato anche nei suoi workout mattutini alle 5.30 tra ripetute ed esercizi fisici, le loro domande e tutto ciò che volevano sapere di lui. Ha sempre voluto curare nei minimi dettagli tutto quello che succedesse in campo, ma anche tutti i suoi business fuori da esso e che ora sono parte integrante della sua vita, così come il documentario Dear Basketball che sarà un manifesto suo e di tutto il basket.

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