Patagonia '42: il Mundial fantasma di Osvaldo Soriano

Elettrotecnici nazisti, preti polacchi, operai italiani, bottegai spagnoli: tutti in campo per il Mundial 1942. Con un arbitro d'eccezione, il figlio di Butch Cassidy.

La finale del Mundial: tedeschi contro mapuches

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"Il Mondiale del 1942 non figura in nessun libro di storia ma si giocò nella Patagonia argentina senza sponsor nè giornalisti e nella finale accaddero molte cose strane, come il fatto che si giocò un giorno e una notte senza riposo, che le porte e il pallone sparirono e che il temerario figlio di Butch Cassidy tolse all'Italia tutti i suoi tiitoli."

Con queste parole inizia il racconto Il figlio di Butch Cassidy, scritto dall'autore argentino Osvaldo Soriano e pubblicato in Italia prima nella raccolta Pensare con i piedi e poi in Futbol. Nelle poche righe riportate è celata la verità dell'invenzione di Soriano: agli atti ufficiali il Mondiale del 1942 non è mai esistito. La FIFA annullò ogni manifestazione sportiva a causa della guerra e, quella che ai tempi era conosciuta come Coppa Rimet, venne interrotta nel 1938 per riprendere il suo corso solo nel 1950.

Ma forse, questa storia, non è andata proprio così.

I nazisti in Patagonia e l'orgoglio italiano

Negli anni seguenti il doppio successo internazionale della nazionale italiana, erano molti gli operai torinesi ed emiliani che lavoravano alla costruzione della diga di Barda del Medio, in quella parte di Argentina da dove nasce la regione della Patagonia. Insieme a loro, a trasportare travi e battere con il martello, c'erano indios mapuches, ancora legati a una concezione magica della realtà, e buona parte degli esuli europei fuggiti dalle bombe. I polacchi si mischiavano con gli spagnoli, i francesi con gli inglesi, i paraguaiani con gli argentini. Persone provenienti da ogni zona del Vecchio Continente avevano preferito emigrare piuttosto che continuare ad avere paura. Finalmente, in quella terra straniera che gli aveva accolti tutti senza nessuna distinzione, potevano di nuovo guardare il cielo senza dover nascondere la testa da una qualsiasi minaccia che poteva precipitare dall'alto. 

I primi tralicci delle linee telefoniche in Patagonia
I tedeschi volevano realizzare la prima linea telefonica transatlantica

Quando i tecnici del Terzo Reich arrivarono in Patagonia per installare la prima linea telefonica dal Pacifico all'Atlantico, la reazione fu quella di evitarli, di far finta che quelle divise nere non avessero messo piede anche lì. I tedeschi, però, si accorsero bene di quanto eterogenea fosse la situazione e tutto quel mischiarsi di costumi, di razze e di etnie, li convinse che per celebrare lo scarto tecnologico che stavano per compiere, la prima telefonata transatlantica, il modo migliore fosse organizzare un campionato mondiale di calcio.

Gli italiani furono i primi a rifiutare. Antifascisti di formazione, non ne volevano sapere di offrire come premio la loro condizione di campioni del mondo, per non incappare in un errore filosofico-logistico: non volevano ammettere di aver alzato le coppe mondiali durante il regime tanto odiato, ma, d'altra parte, non volevano nemmeno concedere agli avversari tedeschi la possibilità di impossessarsi dei loro titoli. 

Polonia-Germania ai Mondiali di Patagonia 1942
I preti polacchi contro gli elettrotecnici tedeschi in un amichevole prima del Mundial

Mentre la compagine nostrana era intenta a risolvere questo angoscioso dubbio, i preparativi per il torneo procedevano: i tedeschi avevano già composto la loro squadra di elettrotecnici, così gli spagnoli si affrettarono a convocare tutti i loro bottegai, i francesi reclutarono gli intellettuali, i polacchi raccolsero i loro preti, gli argentini richiamarono tutti i vagabondi e gli ubriaconi delusi dalle inutili spedizioni sulla cordigliera delle Ande. Si organizzarono anche gli inglesi, con i loro operai rudi ma dediti al fair-play, gli agguerriti paraguiani e pure gli indios mapuches, che non avevano davvero idea di cosa fosse il calcio, ma erano decisi a vincere la Coppa per rubare i poteri dei bianchi conquistatori.  

Nessuno dei partecipanti ricordava quali fossero le regole, nè quanto durasse una partita, nè tantomeno le dimensioni del campo. Bisognò quindi mettersi d'accordo sulle nozioni principali su cui convenire: non si poteva toccare la palla con le mani e non si potevano colpire alla testa giocatori a terra. Per assicurare il rispetto di questi due semplici principi venne scelto un arbitro d'eccezione: William Brett Cassidy, figlio naturale del cowboy Butch, vissuto per anni in quelle terre insieme al compagno Sundance Kid prima di venire crivellato in Bolivia.

Paul Newman e Robert Redford in Butch Cassidy
Paul Newman nella parte di Butch Cassidy e Robert Redford in quella di Sundance Kid

Per creare i campi da gioco furono ripuliti a colpi di machete tre spiazzi lunghi cento metri ciascuno, e vennero montate le porte. Visto che le misure precise erano ignote a tutti, le fecero di dieci metri di lunghezza per due di altezza, ma non trovarono delle reti adatte per trattenere il pallone, così l'arbitro Cassidy convocò don Casimiro come guardalinee, un uomo che non aveva mai visto da vicino un campo da calcio, ma con un tale occhio di falco da poter confermare o annullare un gol con estrema sicurezza. 

In tutto questo putiferio, la posizione sostenuta dagli italiani iniziava a vacillare. Le altre squadre, in attesa della "nazionale" azzurra, nel frattempo si dilettavano in partitelle, anche per riprendere padronanza del gioco, e i tedeschi asfaltavano letteralmente ogni avversario. A questo punto per gli italiani vantarsi di essere i campioni del mondo, diventava quantomeno scomodo. Decisi allora a difendere il loro orgoglio e l'onore della loro patria, seppure abbandonata, accettarono di sfidare le altre nazioni in quell'inatteso e inappropriato Mundial. Del resto, gli italiani potevano vantare un centravanti degno di nota: l'anarchico Mancini, che, al contrario dei suoi compagni che in tutta la loro vita avevano calciato il pallone sì e no tre volte, era cresciuto in un collegio di preti che gli avevano insegnato a correre con una palla legata ai piedi.

I tedeschi si impuntarono per far valere quelle poche e strane regole che si ricordavano e così, tramite il sistema della paglia più corta, vennero sorteggiati i tre gironi eliminatori nei quali si sarebbero affrontate le varie nazionali. Nel Girone A furono selezionati Italia, Paraguay e Polonia. Nel Girone B, Germania, Francia e Argentina, e nel girone C Spagna, Inghilterra e Indios Mapuches. Considerando il fatto che pochi dei giocatori conoscevano le regole, e che la maggior parte di loro era ubriaca o addirittura armata di coltello al fischio d'inizio, l'arbitrò Cassidy insistette per far rispettare la propria autorità con una pistola. Ottenuto questo permesso, il torneo potè finalmente cominciare.

I colpi di pistola, le due finali e le porte rubate

L'inaugurazione del torneo toccò proprio all'Italia campione del mondo contro gli agguerriti paraguiani. Gli operai antifascisti sconfissero per 4-0 i loro rivali, mentre i tedeschi ebbero la meglio sui francesi. I mapuches, che continuavano a non afferrare il significato di quel gioco, sconfissero prima gli inglesi e poi i bottegai spagnoli.

Il Mondiale del 1942 in Patagonia
I mapuches arrivarono in finale

Ogni partita fu però condita da incidenti all'arma bianca. I primi feriti furono due paraguaiani che non volevano accettare il rigore assegnato all'Italia e Cassidy li convinse colpendoli entrambi con il calcio della pistola. Anche il guardalinee, don Casemiro, seguì l'esempio del direttore di gara e sparò contro un attaccante indio che aveva nascosto il pallone sotto la divisa prima di correre come un pazzo per il campo.

Anche la partita tra Germania e Argentina fu al cardiopalma e ci fu bisogno di un intervento senza esitazione dell'arbitro per deciderla. Alcuni accusarono Cassidy di essere stato troppo duro contro la nazionale albiceleste, ma lui ricordò subito a tutti che difendersi tirando sassi agli avversari non era concesso nel loro regolamento. Nonostante le feroci proteste, gli argentini dovettero sottostare alla decisione e così in finale si ritrovarono le vincitrici dei rispettivi gironi: Italia, Germania e gli inaspettati mapuches. 

Tre squadre finaliste, due finali. La prima fu Italia-Germania, la cui vincitrice se la sarebbe vista poi con gli indios. 

Inutile negare che, da entrambe le parti, ci furono varie irregolarità: i tedeschi scesero in campo con degli elmetti e degli spilloni da usare nelle mischie, gli italiani bruciarono uno stemma fascista, intonarono Verdi e nascosero manciate di peperoncino da spruzzare addosso agli avversari. Cassidy decise di tirare a sorte per la scelta del campo, ma non appena il dollaro toccò terra, una mano lesta lo rubò facendo scoppiare il primo tafferuglio della partita. Tedeschi e italiani si accusarono vicendevolmente e l'arbitro dovette scendere più volte in campo, pistola alla mano, per sedare le risse. La partita fu lunghissima, un intero giorno e una intera notte, perchè la difesa italiana era solida e rispondeva agli attacchi tedeschi a colpi di peperoncino negli occhi, mentre davanti l'anarchico Mancini era inafferrabile.

L'Italia condusse prima per 2-1 poi per 3-2, fin quando l'arbitro Cassidy non si accorse che qualcuno dal pubblico lo chiamava per rendergli il suo dollaro rubato a inizio partita, impreziosito da altri 20 monete dello stesso valore. Cassidy capì subito il da farsi: appena Mancini lo raggiunse per protestare della ferita al collo che uno spillo tedesco gli aveva procurato, l'arbitro gli puntò il revolver contrò la testa e lo invitò a raggiungere gli spogliatoi. Poi, smascherata la strategia del peperoncino, assegnò tre rigori di fila ai tedeschi, che vennero realizzati tutti da un ingegnere che recitava l'Ecclesiaste prima di tirarli. 

Segnati i rigori, il figlio del pistolero Butch fischiò per dichiarare la fine della partita e la sconfitta dell'Italia, che perdeva così il suo trofeo dopo 8 anni.

Tre giorni dopo, nessuno dei tedeschi ancora ubriachi dai festeggiamenti si preoccupava minimamente di dover affrontare i mapuches, che invece si prepararono intonando una danza per chiedere il favore degli dei. Poco prima della partita, sulle colline tutt'intorno al campo, comparvero delle donne a seno nudo che iniziarono a ballare e immediatamente scrosciò un tale diluvio che l'arbitro Cassidy si consultò con il suo guardalinee don Casemiro per decidere se sospendere la partita, ma i tedeschi fecero notare di aver già comunicato a Berlino di aver vinto il torneo e ora ritrattare non era proprio possibile. 

La FIFA non hai mai considerato valido il Mondiale 1942
Patagonia 1942: il Mundial dimenticato

I giocatori scesero in campo in quel pantano e poco dopo furono totalmente irriconoscibili. Fu in quel momento che, senza che nessuno se ne potesse accorgere, le porte vennero allontanate dal campo e poco a poco scomparvero. Mentre l'arbitro si confrontava con il suo collaboratore e alcuni giocatori, sparì anche il pallone. Cassidy tentò di fermare il gioco, ma i mapuches continuavano a correre come pazzi per tutto il campo da gioco e i tedeschi, nonostante tutte le regole fossero ormai decadute, non potevano fare altro che inseguirli. Fu una telefonata, direttamente dalla capitale della Germania, a dare un attimo di tregua ai giocatori: i calciatori tedeschi, appena sentirono la voce del Führer, tornarono immediatamente soldati e si immobilizzarono, smettendo di rincorrere un pallone inesistente. Forse fu grazie a quel momento di quiete che tutti riuscirono ad accorgersi che, sull'alto della collina dove ballavano le donne, riapparse una delle porte. Si rivide anche il pallone, mentre cadeva da molto in alto - chissà da dove - e la ballerina più colorata di tutte, con un leggero colpo di testa, lo accompagnò davanti ai pali: lì  un ballerino scalzo fece gol di destro mentre se la rideva a crepapelle per aver strappato ai bianchi il segreto del loro potere.

Il Mundial dimenticato: Mockumentary

La trama immaginata da Osvaldo Soriano è certamente una delle più suggestive della storia del calcio. Ma se non fosse solo frutto dell'immaginazione dello scrittore argentino? Se questo slancio di fantasia avesse, invece, un solido appiglio alla realtà? Proprio questa è la suggestione che ha permesso ai documentaristi Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni di dare vita al loro mockumentary Il Mundial dimenticato - La vera storia dei Mondiali di Patagonia 1942

Prendendo spunto dalla creatività di Soriano - il documentario è infatti liberamente ispirato al racconto - i due registi hanno trattato questi falsi avvenimenti come fatti realmente accaduti. La loro narrazione prende spunto da un'altra invenzione narrativa: il ritrovamento dello scheletro di Guillermo Sandrini, operatore cinematografico morto con affianco la sua telecamera 16 mm. Grazie ai filmati raccolti da quell'apparecchio, il giornalista Sergio Levinski - anch'esso personaggio di finzione trattato invece come reale - riesce a ricostruire la storia del mondiale fantasma. Nel documentario, la convinzione che Patagonia '42 sia stato giocato davvero, viene consolidata grazie alle interviste fatte ad alcuni grandi ex del calcio, come Gary Lineker e Roberto Baggio, che si sono prestati a creare questa fantastica illusione.

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