Di Canio: "Sarebbe stato bello morire dopo il gol segnato alla Roma"

Paolo Di Canio ha parlato del derby con la Roma e dei suoi gol, ripercorrendo anche alcune tappe fondamentali della propria carriera. Non soltanto in biancoceleste.

Nel 2005 Di Canio segnò un gol nel derby fra Lazio e Roma: oggi racconta quell'emozione

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Una serata, nella quale emerge ancora una volta tutta la sua lazialità. Paolo Di Canio è fiero, è orgoglioso, ed è consapevole di essere uno dei personaggi più emozionanti e più travolgenti della storia della Lazio. Presente martedì sera durante la terza edizione dell’incontro «Sport tra epica ed etica», presentato da Marco Mazzocchi al Brancaccio, in cui vari sportivi si confrontano (oltre all’ex biancoceleste era presente l’alpinista Simone Moro), l'ex numero 9 laziale si è raccontato nel profondo.

Ha parlato del derby, anzi dei derby, perché quelli fra Lazio e Roma sono speciali. Lui ha segnato due volte, sempre nella stessa porta (quella sotto la Curva Sud) a distanza di sedici anni. In entrambi casi ha vinto, in entrambi i casi ha festeggiato sotto i tifosi romanisti, anche se in maniera diversa.

Furono due reti ovviamente diverse, perché vissute da due persone differenti: il Paolo ragazzo nel 1989 e quello ormai diventato uomo nel 2005. Ma lui, entrambe le volte, esultò sfidando la Curva Sud, proprio come fece il suo mito Giorgio Chinaglia tanti anni prima.

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Di Canio racconta la sua Lazio

Dopo aver girato varie squadre in Italia e in Europa tornò alla Lazio, nuovamente povera (la prima dell'era Lotito, appena salvata dal fallimento) nella stagione 2004-05. Al primo derby, quello del 6 gennaio del 2005, a 16 anni dal suo primo gol, segnò ancora, sempre sotto la Curva dei romanisti, o dei “romanari”; come dice scherzando (e sottolineando di avere molti amici e parenti della Roma):

Nel 2005 non scavalcai i cartelloni perché ero vecchio, rischiavo una figuraccia. Riguardando il gol mi impressiona il boato della gente perché era assordante. Io perà sentivo solo il silenzio dei romanisti.

Scherzando (ma forse nemmeno troppo) Di Canio ammetterà di aver desiderato di morire quel giorno. O almeno che non potrà mai arrivare un giorno migliore per farlo. Perché quella sera Di Canio era l'eroe di qualsiasi tifoso biancoceleste. Morire al termine di quella giornata, per lui, sarebbe significato morire da eroe.

Di Canio però ammette anche di essersi pentito di aver fatto il saluto romano dopo quella partita, gesto per il quale, per mesi, venne criticato: capì di aver sbagliato quando lesse il tema che sua figlia Ludovica scrisse su di lui. Lo descriveva  come un grande padre, un uomo di valori, che però aveva commesso un errore. E quella descrizione lo fece riflettere.

Paolo Di Canio
Paolo Di Canio e Cesar

Infine un pensiero su Inzaghi, con cui Di Canio litigò in campo per battere un rigore durante un Sampdoria-Lazio del 2004: quel giorno Inzaghi dimostrò di non pensare molto ai sentimenti dei compagni di squadra. Di Canio era tornato alla Lazio dopo un lungo girovagare per il mondo. Era normale che volesse calciare quel rigore. Ma Inzaghi si innervosì.

Oggi, da tecnico dei biancocelesti, pensa esclusivamente al bene del gruppo, non a quello suo personale. Finiti quei racconti e quelle confessioni, Di Canio ha lasciato il teatro Brancaccio, fermandosi però a parlare con i tanti tifosi presenti che volevano un suo autografo. È stata una serata speciale a Roma. Perché Di Canio, dopo un po' di tempo, ha fatto riemergere tutta la sua lazialità.

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