NBA: Memphis esonera David Fizdale tra l'indignazione delle stelle

David Fizdale è il secondo coach NBA ad essere sollevato dall'incarico in questa stagione, ma dopo qualche difficoltà, la definitiva condanna è arrivata per la gestione di Marc Gasol.

L'esonero di David Fizdale

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I Memphis Grizzlies avevano iniziato un nuovo corso durante la scorsa offseason, cambiando letteralmente pelle un po’ per necessità e un po’ perché fosse giusto farlo. Il Grit & Grind che aveva caratterizzato tutto il recente passato vincente della franchigia doveva essere messo da parte, con la cessione di Tony Allen (vera impersonificazione della cultura) e Zach Randolph artefice dei successi conseguiti, aveva dato seguito alle parole. Nella prima stagione si è lavorato maggiormente sulla cultura di basket tanto da cambiare il modello di gioco compassato, lento e a smorzare i ritmi con uno arrembante, atletico e fisico che addirittura aveva portato i cronometri della facility dei Grizzlies ad essere settati a 18 e non 24 secondi. 

Per modificare un modus operandi così radicato che non riguardava solo il campo, ma bensì tutto il tessuto connettivo sociale della città, ci voleva qualcuno di forte, che avesse il coraggio di prendere posizioni nette, cercando di cambiare dal passato in modo radicale senza però dimenticarlo. David Fizdale era stato considerato come la figura perfetta e per certi versi la sua caratura personale lo rendeva tale. Ora, a un anno e una manciata di partite di distanza, il front office lo ha sollevato dall’incarico di capo allenatore dopo l’ottava sconfitta consecutiva che è solo uno dei motivi (e nemmeno il principale) di questa scelta. Fizz ha fatto sempre dell’orgoglio e dell’essere il più possibile diretto, un vero e proprio stile di vita, basti ricordare come non ha avuto alcun problema ad esternare il suo malcontento nella famosa conferenza stampa dopo gara 2 contro gli Spurs nei playoffs del: “Take that for data” che gli costò una salata multa.

Siccome le qualità umane sono di alto livello, anche i giocatori se ne sono accorti ben presto tanto da decidere autonomamente di pagarla con una colletta per manifestare il loro appoggio a colui che li aveva difesi e legittimati. È tutta la sua storia personale a forgiarne il carattere e i valori di Fizz perché non solo è cresciuto da mamma single con il padre che lo ha abbandonato quando era in fasce (cosa non del tutto nuova nelle storie NBA), ma ha sempre lottato in campo con un talento limitato che lo ha portato a scontrarsi anche con dei veri colossi come nelle sfide con Santa Clara e Steve Nash. 

È sempre stato molto attento alle questioni sociali, mettendosi spesso in prima fila per perorarle, non ultima la sua posizione legata alle opere, parole e omissioni di Trump sulla piaga razziale che è tornata quantomai di moda negli Stati Uniti. Ha dovuto subire per tutta la gioventù i soprusi di una polizia locale di stampo ariano che vessava ogni volta ne avesse la possibilità i ragazzi di colore e in una splendida Q&A con il giornalista di ESPN Marc Spears (che a sua volta ha molto peso sociale) ha raccontato per intero la sua vita, le volte che venne arrestato anche solo per (il)leciti dubbi o quando si è visto freddare il nonno davanti alla porta di casa senza che potesse fare nulla né lui, né le assenti forze dell’ordine:

Era andato in banca per prelevare i soldi che sarebbero serviti per i regali di Natale. Una banda lo ha seguito e gli aveva puntato addosso una pistola. Lui non li ha voluti far entrare in casa e così lo hanno ammazzato sulla porta. Lui è stato il motivo per cui ho iniziato a giocare a basket, mi ha costruito un canestro sul retro di casa e mi consigliava che strada fare per evitare pericoli.

Marc Gasol, istituzione a Memphis

Tra stella NBA e coach c'è una sola soluzione

Ma allora perché una personalità di questa levatura è stata licenziata? È facile ricondurre tutto al fatto che la NBA sia la lega dei giocatori per eccellenza e un approccio diretto, schietto e molto spesso ruvido verso di loro, non sempre è preso nel giusto modo. Chandler Parsons durante la offseason era stato chiaramente invitato ad essere finalmente una parte importante della squadra, con la garanzia che non sarebbero però stati usati guanti bianchi nei suoi confronti, poi è arrivato il momento di Marc Gasol, forse quello meno adatto con cui scontrarsi nella città del Tennessee.

Marc ha giocato tutti i minuti della sua carriera in maglia Grizzlies, è legato a doppio filo a questa città che lo ha eletto a idolo quando ha deciso di restare nonostante la free agency. È un max contract player che ha anche accettato di ampliare il suo gioco fino a una produttiva linea da tre punti, ma che si è sentito usato come un qualsiasi role player, quando nella sconfitta contro i Nets è stato lasciato in panchina tutto il quarto periodo. Le esternazioni del catalano sono state perentorie nel post partita e ovviamente la decisione del front office, solamente 24 ore dopo, fa collegare automaticamente le due cose.

Marc non c’entra nulla in questa situazione.

Tuona il fratello Pau da San Antonio, ma se di certo non è stato fatto un discorso di: “O lui o me”, altrettanto sicuramente l’influenza del parere di Marc conta e molto, anche più di un coach con nobili qualità morali.

Take that for data

Arriva quindi il comunicato del licenziamento di coach Fizdale che aveva dimostrato grande attaccamento alla città e alla squadra, provando a crearne anche una storia con il ritiro delle maglie di Randolph e Allen di cui si è detto sempre contentissimo o dell’inserimento delle gigantografie di Mike Miller, Shane Battier e Pau Gasol nei corridoi del Fed Ex Forum per identificare squadra e città con una storia della franchigia. 

Nonostante questo la dirigenza dei Grizzlies ha ovviamente ritenuto opportuno e più semplice licenziare il coach, legittimando ancor di più la posizione dell’uomo franchigia piuttosto che una complicata operazione contraria che avrebbe creato maggiori problemi e di sicuro un risultato nell’immediato molto peggiore.

Adrian Wojnarowski di ESPN ha riportato che i due non avessero mai veramente fatto click a livello personale e gestionale, facendo prevalere la professionalità nell’andare avanti con un obiettivo comune, ma quando queste divergenze si sono concretizzate in fatti da ambo le parti si doveva intervenire e nella NBA la soluzione è una e una sola. Sempre. Anche se giocatori di altre squadre come Wade, James o Lillard non sono d’accordo.

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