Boateng ci mette la faccia: "Serve più impegno contro il razzismo"

Non bastano i video-messaggi, non bastano le maglie. Serve qualcosa in più per combattere il razzismo. Kevin Prince Boateng chiede maggiore impegno a tutti.

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Una missione. Una battaglia. Da portare a termine e vincere. Perché per Kevin-Prince Boateng è davvero importante. Vuole uccidere il razzismo. Lui, “l’uomo nero” cresciuto in una Germania che si doveva ancora abituare alla globalizzazione, vuole cambiare la mentalità dei tedeschi, combattendone l’intolleranza.

Ci ha provato in Italia, quando, nel gennaio del 2013, abbandonò il campo durante un’amichevole fra il Milan e la Pro Patria non appena sentì alcuni ululati dalle tribune. Ci ha provato anche in Spagna e ora alza il tono pure in Germania. A casa sua. Boateng vuole mandare un messaggio importante alla Bundesliga.

Nelle scorse settimane Boateng aveva lanciato una proposta molto particolare: si utilizzi la moviola anche per punire chi ricorre a offese a stampo razziale. Non solamente in campo, ma anche sugli spalti. Le telecamere ormai riprendono tutto lo stadio. Chi ulula deve essere punito, perché solo così, purtroppo, si imparano le cose.

Boateng combatte il razzismo: ma chiede aiuto

Quel che preoccupa Boateng è che il razzismo non c’è soltanto sui campi della Bundesliga, ma per le strade delle varie città. E Kevin Prince è costretto a conviverci da anni, come lui stesso racconta alla Suddeutsche Zeitung:

Già da bambino, a un torneo, un uomo mi disse che per ogni gol avrei ricevuto in premio una banana. Se qualcuno mi dice "negro di m***a", non è giusto. È razzismo, punto. Eppure gli avversari a volte mi chiamano così.

Nel mondo del calcio sono diverse le iniziative contro il razzismo, secondo Boateng però molte sono fine a se stesse. Bisogna essere più duri.

Non basta mostrare il video "no to racism" prima delle partite di Champions League. Non basta nemmeno indossare di tanto in tanto una maglietta sulla quale c'è scritto "nessun razzismo" oppure "mostriamo il cartellino rosso al razzismo".

Il problema infatti è molto più serio, è molto più profondo e radicato nella cultura dei paesi europei. Le offese non si limitano al campo. Non restano negli stadi gli insulti razziali.

Una volta al supermercato ho notato una signora che voleva prendere del riso che però era posizionato troppo in alto per lei. L'ho aiutata e gliel'ho preso io. Lei è andata da un commesso e gli ha chiesto di prendergliene un'altra confezione. Come ci si sente?

Una missione. Una battaglia. Da portare a termine e vincere. Ma Kevin Prince Boateng ha bisogno dell’aiuto di chi crede nella sua lotta.

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