NBA: Embiid, Simmons, the process e i Sixers, ma ora c'è il presente

Joel Embiid domina a Los Angeles contro Clippers e Lakers, provoca sui social network, in campo e nelle interviste, ma il potenziale è da MVP.

Il talento e il trash talking di Embiid

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Trust: fidarsi, confidare, avere fiducia. Questa è la traduzione del verbo che più di tutti campeggia da anni a Philadelphia, ma che spesso è stato abusato, andando oltre la sopportazione del più inguaribile ottimista per una serie di eventi che hanno minato il processo di ritorno ai vecchi fasti dei Sixers. La scelta di Embiid era stata accolta con grande interesse, ma i due anni passati ai box e una stagione giocata sotto la spada di Damocle della minute restriction avevano fatto pensare a molti che il vero Joel al 100% non lo avremmo visto se non su Twitter, dove a partire da Rihanna in poi, ha sempre dato spettacolo.

Quando un altro talento cristallino come Ben Simmons si è dovuto accomodare in tribuna per tutta la prima stagione, proprio nel momento in cui anche Embiid muoveva i primi e interessantissimi passi, sembrava una specie di maledizione caduta dal cielo, ma poi quando anche quest’anno la prima scelta Markelle Fultz dopo vani tentativi, ha dovuto abbandonare la competizione per un problema alla spalla ben più condizionante del previsto, si è pensato alla macumba mandata dalla NBA per aver esasperato il concetto di tanking rendendolo innanzitutto consuetudine e poi un vero e proprio problema da gestire. Ora scriviamo, leggiamo, vediamo bandwagoners (coloro che salgono sul carro dei vincitori) che millantano di aver sempre riconosciuto il valore di Embiid e Simmons e la solidità di Saric, ma è molto facile che quando TJ Mc Connell era il comandante in campo e Robert Covington l’unica bocca da fuoco, fossero ignoti anche solo i nomi degli altri componenti del quintetto.

Ed è proprio Robert Covington ad aver siglato nella giornata di ieri un rinnovo contrattuale da quattro anni per 62 milioni di dollari complessivi, assicurandosi un futuro in maglia Sixers, ma permettendo anche a Brett Brown di avere una certezza in più nel roster dopo il rinnovo di Joel Embiid in estate a 146 milioni di dollari (altro evento commentato con enorme scetticismo riguardo allo stato di salute del giocatore). Per questo motivo c’è un presente di cui tenere conto all’ombra della Liberty Bell, oltre che un prossimo futuro di assoluto interesse.

Simmons ed Embiid, il duo potenzialmente più forte della lega

Il futuro NBA è nelle mani dei Sixers

Con la presenza di Covington ed Embiid, unita al talento di Simmons e quello in bacino di carenaggio di Fultz, non si può che pensare a una Philadelphia protagonista ad alti livelli nell’immediato futuro. Simmons nelle prime quattordici partite sta viaggiando a 17.8 punti, 9.2 rimbalzi e 7.7 assists, entrando in un discorso esclusivamente riservato a lui e Magic Johnson per quanto riguarda i migliori rookies della storia NBA.

Covington ha esteso il suo contratto per evitare ai Sixers di gestire una sua pericolosa free agency che lo avrebbe visto entrare nel mercato libero essendo la quarta ala assoluta per rendimento dietro a LeBron James, Kevin Durant e Paul George. Il suo arrivo, dopo essere stato tagliato dai Rockets, aver giocato in D-League ai Pistons per poi essere messo sotto contratto con un quadriennale da 4.5 milioni, è solo un altro dei miracoli per cui Hinkie non verrà mai dimenticato non solo a Philadelphia ma in tutta la NBA. È stato l’unico ad aver avuto il coraggio di radere al suolo tutto fino all’ultimo pezzo per uscire dalla mediocrità in cui grava la squadra e darle un immediato futuro tragicomico, ma con la possibilità di essere una contender quando LeBron sarà dietro una scrivania e magari i Warriors con qualche stella in meno.

Aver trovato la silenziosa solidità di Dario Saric e aver pescato l’ennesima matta con Timothe Luwawu-Cabarrot, mette i Sixers in rampa di lancio per una missione spaziale che potrebbe completarsi nella prossima estate quando potranno decidere di scaricare ben 26 milioni di dollari dai contratti dei loro veterani Redick e Johnson per mettere a segno uno o due colpi pesanti che farebbero fare l’ultimo salto di qualità. E nella Eastern Conference tremano in tanti già al solo pensiero.

Embiid: una stella tra trash talking, social network e talento

L’esempio perfetto di questa rampa è Joel Embiid che ha appena completato uno show di due partite nella patria del cinema di Hollywood, prima scherzando con DeAndre Jordan (e un tifoso dei Clippers), poi ostentando tracotanza con Willie Reed dominato sul campo e del tutto ignorato al di fuori quando non se ne ricordava nemmeno il nome nel post partita. Questo è ciò che rende Embiid un anello di congiunzione ideale tra basket anni 90 e il 2017:

Cosa potevano fare per marcarmi, se non farmi fallo? Era l’unico modo che avevano per provare ad arginarmi, ma non ci sono riusciti ugualmente.

Questo suo atteggiamento sempre al limite della spacconeria, ma con alla base un leit motive anni novanta di trash talking, provocazione e voglia di distruggere il proprio avversario diretto, fanno tanto bene al basket di oggi, troppo fatto di stelle sempre politically correct e superteams in continua crescita. Manca quel pizzico di competizione e voglia di prevalere in prima persona che ci ha fatto innamorare dell’NBA ai suoi inizi e il fatto di essere un fenomeno gli consente di esasperarne il concetto.

È un problema. Non puoi concedergli nulla perché segna da tre, in pull up jumper, in post e stoppa in difesa. Abbiamo provato qualsiasi cosa contro di lui, ma non è servita e se poi quando non segna è in grado di regalare assists di qualità ai compagni, diventa impossibile arginarlo.

Le sentite parole di Luke Walton sul lungo dei Sixers dopo i 46 punti, 15 rimbalzi, 7 assists e 7 stoppate fatte cadere sulla testa dei suoi Lakers, spiegano cosa sia oggi Joel Embiid e cosa spaventosamente può diventare tra qualche anno, visto che si è autoproclamato al 69% del suo potenziale come giocatore.
Che la salute lo assista (e trasversalmente ci assista) perché la sua presenza sarà chiave per il futuro dei Sixers e della lega, tenendo conto, come lo si faceva qualche mese fa, che la spada di Damocle della salute rimane e potrebbe finire come Steph Curry a non ricordarsi nemmeno dei problemi alle caviglie o anche come Brandon Roy, the best who never was. Dimenticarlo sarebbe superficiale, così come non godersi il suo pensiero di dominio.

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