10 motivi per cui Andrea Pirlo mancherà a tutti

La nostalgia per il Maestro è già all'opera.

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Ieri sera, per l'ultima volta nella sua carriera più che ventennale, Andrea Pirlo è sceso su un campo di calcio da giocatore professionista. Quei 5 minuti finali del match tra New York City e Columbus Crew sono stati un timido atto conclusivo del suo memorabile percorso agonistico, che lo ha visto raggiungere tutti gli obiettivi che quelli come lui, e quelli che non potranno mai essere come lui, sognano di raggiungere sin da quando sono bambini.

Certo, ci aveva dato un mese di preavviso per abituarci all'idea del suo ritiro. E in fondo, ovvio, il vero addio (sappiamo tutti il valore dell'MLS) lo aveva dato due anni fa, nella sfortunata finale di Champions League tra Juventus e Barcellona. Eppure è difficile restare indifferenti alla notizia.

Andrea Pirlo ci mancherà per tante ragioni. Eccone 10, senza alcuna pretesa di avere in esse esaurito tutto il suo personaggio, tutta la sua ingombrante eredità.

Pirlo si ritira: i 10 motivi per cui ne sentiremo la mancanza

1. Lanci ICBM

Se Xavi è stato il re dei filtranti rasoterra, nessun giocatore nel nuovo millennio ha potuto competere con lui sulla lunga gittata. Pirlo era in grado di creare occasioni da rete anche quando la palla si trovava a decine di metri dalla porta avversaria, grazie a una capacità balistica quasi senza precedenti, unita a un’insuperabile coscienza dello spazio e delle direzioni. Mazzone lo capì prima di tutti, dirottando quel giovane fantasista bresciano venti metri più indietro, e il calcio non gli sarà mai grato abbastanza per questo.

2. In particolare, quel lancio a Baggio

Diciamolo sottovoce ma diciamolo: non fu tutto merito di Carletto. Avere in squadra l’ultima incarnazione umana di Roberto Baggio rese lo spostamento di Pirlo davanti alla difesa un atto meno rivoluzionario. Poi uno ci pensa: il giovane Andrea e il vecchio Robibaggio non solo sullo stesso pianeta, ma nella stessa squadra? Da quali stelle sono caduti per incontrarsi a Brescia? Le ragioni non le conosciamo, ma abbiamo goduto delle conseguenze.

3. Ah, poi c'è quel no-look

Naturalmente, il radar pirlesco era ideale per le traiettorie intercontinentali, ma non gli ha minimamente impedito, alla bisogna, di giocare coi centimetri. Chiedere a Fabio Grosso, invitato a bussare ai cancelli della storia da un principesco no-look del playmaker in mezzo a una selva di gambe teutoniche.

4. Pirlo is not impressed

Quel pasticcino, per la cronaca, fu servito al 119esimo minuto di un Germania-Italia che i futuri nonni racconteranno ai nipoti davanti al fuoco in una fredda notte invernale. Non più fredda del sangue di Pirlo, che ha fatto della sua poker face uno degli stilemi più apprezzati dai tifosi di tutto il mondo. Tipo quella che oppose a Joe Hart versione Grobbelaar (dinnanzi al Maestro meglio non citare Dudek), prima di spernacchiarlo con un diabolico cucchiaio. Un’altra Panenka, meno celebre, la sbatté in faccia all’amico Buffon durante una finale di Supercoppa Italiana del 2003.

5. La maledetta

Qualche anno prima dell'iconico sberleffo ad Hart, Pirlo si era preso la briga di griffare una delle specialità della casa, il calcio di punizione. Intendiamoci, li aveva sempre saputi battere, ma a un certo punto, diciamo attorno al 2005, iniziò a divertirsi con le leggi dell'aerodinamica a suon di "maledette", secondo la fortunata definizione appioppata da un noto telecronista a queste imprevedibili conclusioni da fermo. Che col tempo perfezionò, fino ad arrivare alla roba qua sotto.

6. Keep calm

Un altro marchio di fabbrica, l'uscita dal pressing alto senza nemmeno un'alzata di sopracciglia. Spesso e volentieri, in questa situazione di gioco, riusciva a far passare la sua squadra dalla fase difensiva a quella offensiva con una delle succitate sventagliate di 40 metri. Più raramente si prendeva rischi inutili. A volte tirava fuori dal suo ciclopico cilindro conigli orecchiuti come questi.

7. Quando più conta

Ci sono giocatori che, a dispetto del pedigree, tendono a eclissarsi quando meno dovrebbero farlo. Pirlo, invece, le sfide-chiave tendeva a dominarle con placida inesorabilità, come abbiamo visto più sopra. Per citarne altre: doppietta nella finale dell’Europeo U21 del 2000, MVP con assist nella finale mondiale 2006, pallone pilotato addosso a Inzaghi nella rivincita col Liverpool nel 2007, one-man show nella triste notte della Supercoppa Europa con il Siviglia. 

Champions League Milan LiverpoolGetty
Pirlo scaglia il pallone che Inzaghi, chissà come, trasformerà nell'1-0 nella rivincita col Liverpool

8. L'abbraccio al capitano

Pirlo è il giocatore cool per eccellenza, nel vero senso del termine anglosassone: cool in quanto fico, cool in quanto freddo. Ma, strano a dirsi, anche Andrea da Brescia è fatto di carne e sangue come tutti noi, come dimostrano i pianti disperati dopo le sfortunate finali europee con la Juventus e la nazionale italiana. Ovviamente, se dobbiamo parlare del suo lato emotivo, preferiamo ricordare ancora una volta la notte di Berlino, quando Pirlo, dopo aver fatto il suo dovere di rigorista, ha trascorso l’intera lotteria abbarbicato a capitan Cannavaro come un naufrago all’ultimo tronco di legno rimasto a galla.

9. "Pirlo parla coi piedi"

Le cronache di spogliatoio raccontano di un Andrea Pirlo capocomico in privato, immagine alquanto distante dalla Sfinge con la maglia numero 21 che ha sbalordito studiosi e turisti di ogni luogo ed epoca. Ma non tutti hanno sempre avuto modo di apprezzare la sua lingua tagliente. Non i suoi ex tifosi nell’Inter, a cui nel 2002, poco prima del tragico 5 maggio, Pirlo augurò di perdere lo Scudetto. Non il mondo Milan, che dopo il divorzio non ha ricevuto esattamente petali di rosa dal suo ex playmaker. E ai tifosi della Juve non avrà fatto piacere quell'intervista del 2016 in cui Andrea definiva il trionfo di Manchester contro i bianconeri "la sua gioia più grande dopo il Mondiale", ricordando come la Champions League valga di più del campionato. "Pirlo parla coi piedi", disse Marcello Lippi, raccontando il suo campione taciturno. Poche parole, sempre. Ruffianerie, mai. Ma neanche banalità à la carte. Come non essergli grati anche di questo?

10. L'ovazione del Bernabeu

Il Santiago Bernabeu è un tribunale inflessibile, che spesso non perdona nemmeno i beniamini di casa, ma che ogni tanto regala ovazioni travolgenti agli avversari più rispettati: Del Piero, Totti, Giggs perfino i nemici Ronaldinho e Iniesta. E Andrea Pirlo, che ricevette questa sorta di Oscar alla carriera nell'ottobre 2013. Nell'epoca dei social network, non esiste un calciatore italiano che possa rivaleggiare in popolarità internazionale con il 21. 

Andrea PirloGetty
Pirlo concede un selfie

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