Serie A, Mertens state of mind: perché c'è un Dries in tutti noi

Generosità, amore, talento, i gol della domenica, la famiglia, il lavoro, l'uscire in compagnia e tanto altro: scopriamo tutto il Dries Mertens che c'è in noi.

Mertens, Napoli

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Premessa doverosa: affermare che è fortissimo sarebbe roba da 'Capitan Ovvio'. Ok, l'abbiamo appena scritto, ci siamo già cascati. Amen. Secondo: dire che è un "extraterrestre" sarebbe quasi ridondante: ormai va di moda urlarlo in telecronaca, giusto così. E quindi, come si fa a parlare di quel giocatore che sta incantando in Serie A? Bene, il segreto sta nel chiudere gli occhi e immaginarsi per un attimo di essere Mertens. Uno sforzo intellettivo da trasformare in un pensiero meraviglioso. Sì, ne siamo convinti (o quasi): alla fine c'è un Dries in tutti noi. Scopriamo assieme il perché.

Ma cosa vogliamo fare, dove vogliamo arrivare alla fine della fiera? L'obiettivo è quello di stilare una sorta di "Manifesto di Mertens", ovvero quell'asceta itinerante belga che, un giorno, ha deciso di vestirsi di azzurro e colorare il mondo. Ah, siamo solo all'inizio della sua dottrina, una disciplina spirituale che ha scelto Napoli come terra promessa dalla quale diffondersi nel resto del pianeta. Prima di iniziare questo viaggio, però, è giusto elencare le regole base da osservare per comprendere al meglio questa filosofia di vita.

Punto 1: è vietato utilizzare l'etichetta "Falso Nueve" (termine ormai stucchevole e abusato). Punto 2: niente numeri, cifre, statistiche e dati. Punto 3: vietato paragonare Dries a qualsiasi altro essere vivente (calciatori e Maradona compresi). Punto 4, il più importante: non prendersi troppo sul serio. Sì, #Driesmakeusstronger.

Serie A, Napoli: Dries Mertens uguale rinascita

Alla fine il "Il sole esiste per tutti", canta convinto Tiziano Ferro. E gusti musicali a parte, quel ritornello non è poi così sbagliato. Sicuramente non lo è per Dries, che dopo la caduta di Milik e il fallimento di Gabbiadini si è trovato a cambiare il suo essere giocatore. Trascendendo così il concetto di ruolo e creando un nuovo modo e stile di intendere il calcio. Certo, non è che la vita di Mertens prima di Cagliari-Napoli (partita della svolta) facesse proprio schifo, però da lì tutto è cambiato. Merito del suo talento, della sua perseveranza ma anche di quel maestro con la tuta che più di tutti ha creduto in lui. Un po' come un padre che da sempre è convinto della bravura del proprio figlio e gli concede all'improvviso il ruolo di capo famiglia. Insomma, tutti noi, almeno una volta, abbiamo dimostrato qualcosa. Magari anche solo un piccolo gesto quotidiano, un'azione che ci ha resi unici e che ha impreziosito qualcuno. Sì, proprio come Dries e il Napoli.

Dries come il colpe di fulmine

In campo, in area, con i pallonetti e le sterzate. Imprendibile. Troppo intelligente. Bello ma non dannato. Semplice. Colorato di passione come la cartolina del Vesuvio e del lungomare: 

Nel 2010 venni a giocare a Napoli da avversario, con l’Utrecht. Mi colpì la cartolina: Vesuvio e lungomare. Tre anni dopo arrivò la chiamata di Benitez e mi tornò in mente quella giornata di sole - ha raccontato Dries in un'intervista a La Repubblica -. Feci un sopralluogo con la mia futura moglie e decidemmo subito che era il posto giusto per noi. Non ce ne siamo mai pentiti.

A proposito, l'amore. Il colpo di fulmine, quella cosa che esiste. Che arriva come un dono, per tutti. Mertens a 11 anni ha conosciuto Katrin, cugina di un suo compagno di classe e futura giornalista televisiva, e il 26 giugno 2015 l’ha sposata a Leuven.

La migliore amica di mia moglie ha un’agenzia di viaggi: prima indirizzava i suoi clienti in Grecia, Spagna, Turchia. Adesso la principale opzione è sempre Napoli, dove anche io ricevo ogni volta che posso colleghi, amici e conoscenti. Casa mia ormai assomiglia a un hotel.

Dries è famiglia

Lo stare assieme. A casa. Con i propri punti di riferimento. Essere Mertens è apprezzare i sacrifici dei genitori, del lavoro e della passione. Papà Dries è stato campione di ginnastica, la mamma docente universitaria:

A quattro anni vado a vedere un allenamento di mio fratello e scappo a giocare con i bambini più grandi, di nascosto. Un allenatore se ne accorge e invece di sgridarmi dice a mio padre di riportarmi lì il giorno dopo.

Un Mertens finisce la scuola, fa il borsone e corre al campo. Si sbuccia le ginocchie. Si addormenta la sera prima pensando se all'indomani scegliere le scarpe a 6 o a 13 tacchetti. Vuol dire entrare in campo e mettere la propria forza al servizio dei compagni. Dries significa generosità: vuol dire andare a trovare la piccola Aurora, guerriera in lotta con un male, aiutandola diventando il suo migliore amico. Mertens non si ferma mai: gira gli ospedali, salva cani abbandonati con la moglie e di recente ha anche promosso una raccolta di medicinali per i bimbi venezuelani. Dries vuol dire essere speciali a proprio modo.

Dries è il bello della domenica

Chi ce l'ha al Fantacalcio gode come un matto. Chi lo ha contro alla fine sorride: "Ma sì, tanto l'anno prossimo, quello lì, me lo prendo io". Dries è litigare con la fidanzata perché non si è andati con lei al centro commerciale: il motivo? Siamo stati a casa a vedere gli highlights della giornata di Serie A, quella dei suoi gol capolavoro. Essere Mertens è il piacere di aver fatto un pallonetto come il suo contro la Lazio (con il joystick in mano, però). 

Dries e il miglior amico dell'uomo

Mertens è tornare dal lavoro e portare fuori il proprio cane. Amarlo. Per poi celebrare un gol imitando il proprio cagnolino che fa pipì. Dries è dare spettacolo senza esagerare. Con i piedi o a quattro zampe.

Dries è uscire in compagnia

Napoli
Gli anni d'oro

Sentirsi Mertens vuol dire cantare in macchina con la musica a tutto volume. Significa andare in motorino sempre in due. Oppure uscire con gli amici in discoteca e provare (con successo) a rimorchiare le più belle del locale. Magari in tre, come quelli del San Paolo: piccolini eh, ma dannatamente affascinanti. Irresistibili. Già, allora l'aspetto fisico non conta poi così tanto...

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