Profondo Oranje: le ragioni della crisi dell'Olanda

Gli Oranje non parteciperanno al secondo grande torneo consecutivo, cosa che non capitava dagli anni '80: analizziamo le ragioni della crisi del calcio olandese.

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Siamo sempre stati abituati a considerarla una nazionale femmina, meravigliosa e volubile, irresistibile e incostante. Nel calcio che conta l'Olanda è spuntata 50 anni fa, prima a livello di club, con Feyenoord e Ajax, e quindi con la formidabile Arancia Meccanica di Rinus Michels, e fu l'ingresso sulla scena più dirompente che si ricordi: gli Oranje, che fino alla memorabile e sfortunata epopea tedesca del 1974 non avevano mai vinto una partita ai Mondiali o agli Europei, divennero da un giorno con l'altro una superpotenza globale. Ma la tirannia non durò molto.

Da quel momento la nazionale dei tulipani ha costantemente alternato periodi di gloria olimpica a tracolli fragorosi, sovente nell'arco di un solo biennio. Un esempio? Olanda tra le prime quattro d'Europa nel 2000 e nel 2004, ma incapace di qualificarsi ai Mondiali di Corea e Giappone nel 2002. Ma era dagli anni Ottanta, quando mancarono la qualificazione a tre grandi tornei consecutivi (1982, 1984, 1986), che gli Oranje non soffrivano di una crisi simile. 

Dopo aver raccolto un secondo e un terzo posto negli ultimi due Mondiali - ma toppando clamorosamente a Euro 2012 (tre sconfitte in tre gare), a conferma della sua classica discontinuità - l'Olanda è ufficialmente fuori da Russia 2018. Questo, dopo aver marcato visita anche nell'ultimo campionato europeo. Vediamo quali sono le principali cause della decadenza di una delle più grandi scuole calcistiche del mondo.

Olanda fuori dai Mondiali, le ragioni della crisi

Olanda Seedorf DavidsGetty
Una delle tante generazioni dorate del calcio olandese

Alla base della crisi olandese, ovviamente, c'è una questione generazionale. Com'è accaduto anche dalle nostre parti, le nuove leve - Strootman a parte - non sono neanche lontanamente all'altezza di chi li ha preceduti, cioè la banda dei Robben, Sneijder, Van Persie, Van Bommel (e, per pietà, non tiriamo in ballo i Van Nistelrooy, Seedorf, Davids, o Van Basten, Gullit. Cruijff!). Se Memphis Depay, il (presunto) miglior prodotto recente dell'Eredivisie, ha segnato 12 gol negli ultimi 2 anni, fallendo allo United e deludendo anche a Lione, è evidente che qualcosa non funziona a livello di vivaio. 

Corresponsabile della carestia di talenti è senza dubbio l'Eredivisie stessa. Negli stadi olandesi si gioca un voetbal che rispetto agli standard moderni appare antiquato, anacronistico, obsoleto. Ritmi bassi, palleggio sterile, scarsa ricerca della profondità, affezione quasi religiosa al 4-3-3 (quando Van Marwjik ha proposto il doppio mediano, in Sudafrica, è stato subissato di critiche, però è arrivato in finale). E qui la colpa è della scuola degli allenatori, una volta fiorente e ora rinchiusa nelle antiche, superate certezze. A parte Ronald Koeman - che ha comunque 54 anni e allena l'Everton, non il Real Madrid - non c'è traccia di tecnici nell'aristocrazia del calcio europeo.

Se si parla di top club e competitività dei campionati, è inevitabile tirare in ballo il lato economico. Com'è noto, la sentenza Bosman ha contribuito ad azzoppare una società come l'Ajax, e questo ha innestato un circolo vizioso che nell'epoca dei diritti televisivi ha messo fuori gioco l'Eredivisie. La scomparsa dei Lancieri, ma anche del PSV Eindhoven, dalle cartine geografiche dell'Europa che conta ha fatto precipitare l'Eredivisie all'11esimo posto del ranking UEFA, dietro non solo le leghe storicamente dominanti (Inghilterra, Spagna, Italia, Germania), ma anche di Francia, Portogallo, Russia, e ora perfino Belgio, Ucraina, Turchia. Risultato: dalla prossima Champions League la squadra campione d'Olanda non avrà un posto garantito in Champions League, ma dovrà passare dalla mannaia dei playoff.

La crisi del calcio olandese, dunque, non appare occasionale ma strutturale, e richiede da parte della KNVB una profonda riflessione affinché si trovi un modo per arginarla e rilanciare un movimento che è stato cruciale nello sviluppo del gioco moderno. Ripartendo, magari, dall'unico dato positivo: la passione dei tifosi, che negli ultimi 20 anni ha consentito all'Eredivisie di raddoppiare la media-spettatori per gara (dai 10mila del 1996 ai 19mila attuali). 

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