Carlos Henrique Raposo: il calciatore che non scese mai in campo

In venti anni Carlos Henrique Raposo ha indossato le maglie di dieci diverse squadre in ben due continenti. E tutto questo, senza mai sfiorare il pallone.

Carlos Henrique Raposo, il calciatore fantasma

1k condivisioni 99 commenti

di

Share

C'era una volta un bambino che sognava diventare un calciatore. Il suo nome era Carlos e insieme ai suoi amici di Rio de Janeiro passava tutte le giornate a giocare a piedi nudi con una palla raccattata chissà dove. Al contrario dei suoi compagni, però, il piccolo Carlos era l'unico che non faceva altro che inseguirla, senza mai riuscire a raggiungerla, colpirla o afferrarla. Diverso da tutti gli altri, che, ancora nemmeno vicini alla pubertà, riuscivano già a mascherare la palla con i loro giochi di magia, facendola scomparire e riapparire a loro piacimento, senza che mai il piccolo Carlos riuscisse a intercettarla.

Lui, decisamente appesantito, studiava ogni movimento dei suoi compagni di squadra, ogni passo, ogni tocco, ma i suoi piedi disgraziati non gli concedevano mai un urlo di gioia. Però, nello sport come nella vita, spesso la tenacia riesce a fare miracoli. Carlos aveva deciso che i suoi sogni sarebbero diventati realtà. A 20 anni compiuti la sua carriera calcistica era sull'orlo di un precipizio. La strada per il successo, a quel punto, era solo una: Carlos iniziò a frequentare i locali più famosi della città, quelli dove i suoi idoli trascorrevano il loro tempo libero. Conobbe giocatori come Rocha, Renato Gaucho, Romario e li corteggiò fin quando loro non si innamorarono di lui.

Il Kaiser con i compagni di squadra
Il Kaiser, primo da sinistra, con i compagni di squadra

Proprio Ricardo Rocha, difensore brasiliano del Real Madrid, lo descrive con queste parole:

Gli unici problemi Carlos ce li aveva con la palla. Diceva di essere un attaccante, ma non ha mai fatto un gol né un assist. Diceva sempre di essere infortunato. Se la palla andava a sinistra lui andava a destra e viceversa. Non aveva talento ma era un tipo simpatico. Tutti gli volevano bene.

In men che non si dica la vita di Carlos Henrique Raposo cambia radicalmente: per lui arrivano un inaspettato contratto con il Botofago e un nuovo soprannome, Il Kaiser, per quel fisico per niente brasiliano che ricordava Beckenbauer. 

Un articolo sul Kaiser
Il Kaiser, un campione mai sbocciato

Carlos Henrique Raposo, l'arte di chiamarsi Kaiser

Da quel momento, con quel pezzo di carta firmato che indicava il suo successo, l'unico problema di Carlos sarebbe stato quello di non far scoprire mai ai suoi allenatori la verità sulle sue doti tecniche. Ma il Kaiser aveva un asso nella manica da sfoderare in ogni momento critico: l'affetto incondizionato dei suoi compagni di squadra.

Chiedevo a un mio compagno di scontrarsi con me in area di rigore - racconta lui stesso - e poi dicevo che mi faceva male un muscolo e stavo 20 giorni fermo. Quando le cose sono diventate più difficili mi sono fatto amico un dentista che mi faceva finti certificati medici che attestavano che avevo problemi fisici. Tiravo avanti così. 

La tattica era semplice. Al momento del primo allenamento Raposo si presentava fuori forma, con piccoli guai fisici che lo obbligavano a continuare la preparazione  con un fantomatico allenatore individuale. E anche quando arrivava il momento di dimostrare davvero le sue doti in campo, palla al piede in mezzo a compagni e avversari, il Kaiser si dimostrava pronto: bastava essere già d'accordo con un "complice" per esibirsi in uno scontro in area che, regolarmente, lo spediva in infermeria.

Il Kaiser, al centro.
Il Kaiser, al centro: il giocatore più amato dai compagni di squadra.

A quel punto la classica bustarella faceva la felicità sua e dei dottori che dovevano dichiararlo indisponibile. Certo, i suoi contratti non durarono mai a lungo, in genere non più di sei mesi, tempo sufficiente per stringere tutte le amicizie di cui aveva bisogno per continuare la sua carriera. A questo punto sorge spontanea una domanda: cosa faceva il Kaiser per convincere i suoi compagni di squadra a coprirlo? La risposta è altrettanto chiara.

Se il ritiro era in un albergo, io ci andavo due o tre giorni prima portando con me una decina di ragazze e affittavo loro le stanze sotto quelle prenotate per la squadra. Così di notte nessuno doveva lasciare l'albergo, bastava scendere le scale.

Carlos Henrique Raposo era il miglior organizzatore di feste del Brasile: intratteneva i compagni a ritmo di samba e con la sua arte affabulatoria riusciva a distrarli dai loro pensieri. Era capace di offrire spensieratezza e questo bastava per convincere chiunque a offrirgli aiuto. Fingeva di parlare diverse lingue, inventando parole e atteggiandosi in un modo che, agli occhi degli altri, risultava sempre strepitoso. Le amicizie intorno a lui si stringevano e si facevano sempre più influenti.

Tutte le squadre del Kaiser
La mappa di tutti i trasferimenti del Kaiser
   

Per cambiare squadra a Carlos bastava poco: la raccomandazione di qualche giocatore come Renato Gaucho che lo definisce "uno dei più grandi attaccanti con cui avesse mai giocato" e un paio di buoni articoli scritti da un giornalista disponibile. E infatti il Kaiser riuscì a vestire alcune delle maglie più importanti del Brasile e non solo: dal Botofago passò al Flamengo, poi Puebla in Messico e El Paso Patriots in Texas, mantenendo costante la sua media di 0 gol segnati in 0 partite disputate. Poi, il ritorno in patria, al Bangu, dove ha compiuto una delle più grandi imprese della sua avventurosa carriera.

Bangu ha il suo re

Incredibile solo a pensarlo, fu proprio questo il titolo con cui i giornali lo accolsero dopo il passaggio in Texas. Del resto al patron della squadra Castor de Andreade, magnate delle scommesse illegali, non occorreva chiedere due volte per ottenere quello che desiderava. E lo stesso valeva per l'allenatore del Bangu. Durante una partita in cui la sua squadra perdeva 2-0, Andreade, tramite un walkie-talkie, ordinò di far scendere in campo il nuovo acquisto. In questa occasione il Kaiser dimostrò di meritare davvero il suo soprannome.

Subito prima della sostituzione, Raposo prese di mira un giocatore avversario, uno qualsiasi, e iniziò a inveire contro di lui e a insultarlo scatenando così una rissa tale da dover interrompere la partita. Risultato: espulso prima di entrare in campo. Il presidente scese furioso negli spogliatoi, non era un tipo a cui piacevano i giri di parole, ma una volta ascoltate quelle del Kaiser anche lui dovette cedere al suo fascino.

Prima di dirmi qualunque cosa, sappi solo che Dio mi ha tolto mio padre e ora me ne ha ridato un altro [riferendosi a lui, ndr]. E non posso permettere che qualcuno dia a mio padre del ladro.

La conquista dell'Europa

Di certo un uomo come il Kaiser, a quel punto della sua carriera, non poteva lasciarsi scappare un'opportunità inseguita dalla maggior parte dei calciatori brasiliani: un trasferimento in Europa. In men che non si dica Carlos divenne un giocatore del Gazeleg Ajaccio. Quello che non si aspettava è che la sua fama avesse già varcato l'oceano e al suo arrivo in Francia ci fosse uno stadio pieno di tifosi ad accoglierlo.

Lo stadio era piccolo ma pieno di tifosi. Pensavo che avrei dovuto solo fare qualche corsetta e salutarli, ma quando sono arrivato in campo ho visto che c'erano dei palloni e ho capito che avrei dovuto allenarmi sul serio. Sono diventato nervoso, avevo paura che dal mio primo allenamento avrebbero capito che non sapevo giocare.

Come uscire da questa situazione? Raposo poteva fingere l'ennesimo infortunio, di fronte a una così vasta platea? La soluzione stava proprio in quello che gli riusciva meglio: i tifosi volevano divertirsi e lui in questo non aveva rivali.

Ho iniziato a raccogliere tutti i palloni e a lanciarli ai tifosi. Nel frattempo salutavo e mandavo baci. La folla era impazzita. Alla fine sul campo non c'erano più palloni.

Per il Kaiser niente può essere duraturo e così, solo dopo un anno, fa il suo rientro in Brasile per indossare prima la divisa Fluminense, poi quella del Vasco de Gama.

Le confessioni del Kaiser

Carlos Henrique Raposo oggi
Il Kaiser durante un'intervista di pochi anni fa.

Vent'anni di calcio, 34 presenze totali, un numero esiguo di minuti giocati, un solo gol attribuito e anche questo in maniera leggendaria. Questi sono i numeri della carriera del Kaiser, quello che da molti è considerato il più grande truffatore della storia del calcio. Lui, invece, non ha dimostrato alcun indugio quando una TV brasiliana lo ha intervistato nel 2011. Come era facile prevedere, molte delle persone che vengono citate nei suoi racconti hanno smentito ogni sua parola, ma il Kaiser non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno. D'altronde, tutto quello che ha fatto, aveva lui come unico e solo beneficiario. 

 

Share

Commenta

Con il tuo consenso, questo sito internet utilizza cookies di terze parti per migliorare la tua esperienza. Puoi conoscere di più sul nostro utilizzo dei cookies e su come modificare le impostazioni nella nostra Informativa sui Cookies. Chiudendo questo banner, cliccando in seguito o continuando a utilizzare il sito, acconsenti all'utilizzo dei cookies.