Diego Costa, Thiago Motta e la FIFA. Si può giocare sotto due bandiere?

La FIFA è intervenuta in materia solo dai primi anni Duemila. I casi del passato e le norme attuali: ecco perché i due brasiliani possono giocare per Spagna e Italia.

Thiago Motta

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Sotto due bandiere. In guerra, in politica, in economia, in ogni campo della vita sono innumerevoli i casi in cui, per mille motivi diversi, a molte persone è capitato di cambiare il proprio schieramento o le proprie convinzioni.

Chi per necessità, chi per convenienza, chi per decisioni ponderate. Cambiano le condizioni e ci si trova di fronte a un bivio: Salò, la Resistenza, il Kosovo, la Catalogna o la fedeltà al re, i partiti politici che si sfaldano o, meno nobilmente, il proprio tornaconto. La storia è piena di questi bivi e di scelte, a volte laceranti, che provocano discussioni e conflitti.

Il mondo del calcio, nel suo piccolo, non fa eccezione. Nel secolo scorso, il ricordo delle guerre che avevano dilaniato l’Europa manteneva molto forte il concetto di patria e di nazionalità. Nonostante ciò non erano infrequenti i casi di giocatori che si trovavano a militare con le casacche di Nazionali diverse. Oriundi o naturalizzati che fossero, buoni giocatori o stelle di prima grandezza, da Di Stefano a Puskas, da Orsi a Ghiggia fino ai meno noti Adam e Hiller, la casistica della doppia Nazionale – persino tripla come fu per Kubala – è piuttosto ampia.

Alfredo Di Stefano
Di Stefano giocò per l'Argentina e per la Spagna

Le norme FIFA: si può giocare sotto due bandiere?

La normativa FIFA aveva maglie piuttosto larghe, almeno fino all’inizio di questo secolo, e una soluzione non era impossibile da trovare. Solo fra il 2004 e il 2008 il massimo organismo del calcio mondiale decise di dare una regolamentazione chiara e rigorosa a una questione che rischiava di sfuggirle di mano, soprattutto a causa di un nuovo fenomeno. In alcuni emirati arabi e stati africani, infatti, stava prendendo piede la tendenza di accaparrarsi, tramite naturalizzazioni quanto meno affrettate, giocatori provenienti prevalentemente dal Brasile, senza che questi avessero il minimo legame effettivo con la nuova nazione, proprio come succede in altri sport.

Riassumendo per sommi capi, a partire dal 2008 le regole FIFA consentono a un giocatore che assuma una nuova nazionalità, o comunque ne possieda due, e che non abbia giocato in una competizione ufficiale con una Nazionale, di essere convocabile da un’altra rappresentativa se soddisfa una delle seguenti condizioni:

  • essere nato nel territorio della federazione interessata
  • uno dei due genitori biologici o uno dei quattro nonni è nato nel territorio della federazione interessata
  • ha vissuto sul territorio della federazione interessata per almeno cinque anni senza interruzione dopo la maggiore età.
Juan Alberto Schiaffino
Juan Alberto Schiaffino ha giocato anche con la maglia dell'Italia

Il legame col territorio

Con le nuove regole, la FIFA ha così messo un deciso freno al fenomeno in base al quale alcuni Stati – come il Qatar, esplicitamente citato nel regolamento esecutivo – stavano cominciando ad “arruolare” per le proprie rappresentative nazionali giocatori che non avevano nemmeno il più lontano legame con il loro nuovo territorio.

Il caso Thiago Motta

Uno dei casi di cui più si è discusso in questi ultimi anni, particolarmente in Italia per ovvi motivi, è stato quello di Thiago Motta che nel 2011 ottenne la cittadinanza del nostro paese e arrivò a indossare la maglia azzurra, nonostante il suo profilo non rispondesse in pieno a quanto richiesto dalle norme. Allora centrocampista dell’Inter, Motta aveva già giocato due match con la maglia del Brasile alla Gold Cup 2003 all’età di 20 anni, non era nato in Italia, né lui né i suoi genitori né i suoi nonni, e aveva vissuto, fino ad allora, nel nostro paese per nemmeno tre anni.

Thiago Motta
Un giovanissimo Thiago Motta con la coda, insieme a Rijkaard

Si scovò però un provvidenziale bisnonno originario del Polesine e si puntò sul fatto che la squadra carioca che aveva disputato quella Gold Cup era in realtà una rappresentativa Under 23, due elementi che, insieme alla posizione neutrale della Federazione brasiliana – che per anni aveva tranquillamente fatto a meno di Motta - furono giudicati sufficienti dalla FIFA per concedere al giocatore la deroga necessaria per indossare la maglia azzurra. Così, nel febbraio 2011, a 28 e mezzo Thiago Motta, chiamato da Prandelli, debuttò in un’amichevole contro la Germania e un mese dopo, nelle Qualificazione Europee contro la Slovenia, segnò la sua prima e unica rete italiana in 30 presenze totali.

Thiago Motta e Balotelli
Thiago Motta e Balotelli in azzurro

Diego Costa, fra Brasile e Spagna

Più semplice ma più controversa si è rivelata la vicenda di un altro brasiliano, Diego Costa. Arrivato in Portogallo ancora ragazzino, Diego si trasferì in Spagna nel 2007, accasandosi all’Atletico Madrid che lo girò in prestito prima al Celta Vigo, poi all’Albacete, al Real Valladolid e al Rayo Vallecano. Tornato ai Colchoneros nel 2012, Costa esplose sotto la guida di Simeone. Allarmato dalle voci secondo le quali l’attaccante, che aveva avviato le pratiche per ottenere la nazionalità spagnola, potesse scegliere di giocare con le Furie Rosse, il ct brasiliano Scolari lo convocò nel febbraio 2013 e lo fece esordire nelle amichevoli contro Italia e Russia. Nel luglio successivo, però, ottenuta la cittadinanza iberica Diego Costa optò per la Nazionale di Del Bosque.

Diego Costa
Diego Costa con la maglia del Brasile

La sua decisione destò enorme scalpore in Brasile – anche perché l’attaccante arrivò addirittura a rinunciare alla nazionalità del suo paese d’origine - la Federazione e lo stesso Scolari andarono su tutte le furie, ma dovettero arrendersi. Le regole FIFA erano dalla sua parte: il giocatore aveva disputato solo due match amichevoli con i verdeoro e viveva in Spagna ininterrottamente da ormai sei anni. Così, dopo l’esordio nel Brasile contro gli Azzurri, un anno dopo Diego Costa giocò il suo primo match con la maglia della Spagna sfidando curiosamente di nuovo l’Italia, in un’amichevole al Vicente Calderon risolta da un gol di Pedro nel secondo tempo.

Diego Costa
Diego Costa festeggia un gol con le Furie Rosse

Tanti casi fra passato e presente

Anche in passato Italia e Spagna sono state al centro di molti casi di naturalizzazioni o di oriundi utilizzati nelle proprie rappresentative. In azzurro sono transitati nel secolo scorso grandissimi campioni come Ghiggia, Schiaffino, Raimundo Orsi, Altafini e persino Sivori. Il blocco delle frontiere, che interessò la Serie A per una quindicina d’anni a partire dalla metà degli anni Sessanta, interruppe questo fenomeno che ha ripreso vigore in anni più recenti, con le convocazioni di giocatori come Camoranesi, che con l’Italia divenne campione del mondo nel 2006, Ledesma, Paletta, Vazquez, Eder e, per motivi diversi, Amauri.

Eder con l'Italia
Eder in gol contro l'Uruguay

Nella Nazionale spagnola, invece, militarono fra gli altri Alfredo Di Stefano, Puskas, Santamaria e persino Kubala che aveva già giocato con le maglie di Cecoslovacchia e Ungheria.

Multiculturalità e migrazioni

In un mondo ormai multiculturale e al centro di grandi migrazioni sono sempre più all’ordine del giorno i casi di giocatori dalla doppia o tripla nazionalità che, corteggiati da più Federazioni, devono scegliere per quale giocare, come fra i tanti Mario Balotelli, nato in Italia da genitori ghanesi, Chadli, conteso fra Belgio e Marocco, Januzaj (Belgio e Albania), Jermaine Jones, transitato dalle amichevoli con la Germania alla Nazionale degli Stati Uniti, o ancora Carcela-Gonzalez passato al Marocco dopo due amichevoli col Belgio.

Jermaine Jones
Jermaine Jones con gli Stati Uniti

Dai Boateng a Platini

Due casi limite? Sicuramente quasi paradossale è quello dei fratelli Boateng. Nati entrambi a Berlino, finita la trafila con le Nazionali giovanili tedesche Kevin-Prince e Jerome fecero scelte diverse: il primo optò per la maglia del Ghana, mentre il secondo rimase fedele alla Germania. Il destino li ha già messi di fronte due volte, prima ai Mondiali del 2010 poi a quelli del 2014, due sfide “fratricide” che Kevin-Prince non è mai riuscito a vincere: una sconfitta di misura e un pareggio in Brasile di fronte al fratello che sarebbe poi diventato campione del mondo.

Fratelli Boateng
I fratelli Boateng contro in Nazionale

Curioso, a dir poco, è invece il caso di Michel Platini che, smesso con il calcio giocato nel 1987, tornò in campo nel 1988 “tradendo” la maglia della Nazionale francese. In quell’occasione Le Roi non indossò nemmeno la casacca dell’Italia dei suoi avi, ma quella del Kuwait, disputando 21 minuti nell’amichevole che la nazionale asiatica perse 0-1 contro l’Urss. Potere dei petrodollari, probabilmente.

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