Milan, cinque problemi che Montella deve risolvere

Due sconfitte in sei giornate per il Milan, cinque problemi che Montella dovrà risolvere in fretta se vorrà restare a lungo alla guida dei rossoneri.

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Qualcosa non va nel Milan di Vincenzo Montella. Fino a sabato si poteva far finta di credere che le difficoltà fossero interamente attribuibili al lento processo di amalgama di una squadra profondamente rinnovata, ma la sconfitta contro la Sampdoria, più grave di quanto non dica il 2-0 finale, ha fatto cadere quasi tutti gli alibi. 

Quasi tutti. Per fortuna di Montella, ne regge ancora qualcuno: i knock-out stagionali, in fondo, sono solamente due (contro 9 vittorie), i giocatori devono ancora imparare a conoscersi, l'età media è molto bassa, se le altre volano questo non è un demerito del Milan, alcuni elementi-chiave (vedi Biglia, Bonucci, Suso, Bonaventura) stanno faticando più del lecito, etc.

Ma gli alibi sono analgesici emotivi, fanno passare il dolore senza intervenire sulla causa. Non è accampando scuse che il Milan potrà cavarsi fuori da questa situazione, e nemmeno ridendo davanti alle telecamere come fa il suo allenatore.

Cinque problemi del Milan che Montella deve risolvere

Atteggiamento remissivo. Partiamo proprio da questo, dall'approccio naif di Vincenzo Montella al concetto di sconfitta. Basta un'occhiata ai social network per capire che ai tifosi rossoneri non piace per nulla il modo in cui il loro tecnico commenta le sconfitte. Gli umori della piazza possono anche non interessare a Montella, ma quelli della dirigenza sì: presto o tardi, Fassone & Mirabelli potrebbero collegare l'evidente mancanza di furore agonistico della squadra all'atteggiamento troppo rilassato dell'allenatore. Un tecnico che non sa trasmettere rabbia, voglia, passione, energia, forse non è adatto a un club che, mai come quest'anno, ha obiettivi insindacabili da raggiungere. Montella deve capire perché la squadra non ha dentro il fuoco, e deve farlo in fretta. Magari avvalendosi della collaborazione dei giocatori più esperti e carismatici - Bonucci in primis - che in quanto a leadership non stanno dando quello che ci si aspettava da loro.

Leonardo BonucciGetty
Bonucci, tra i più in difficoltà in questo inizio di stagione

Passaggio tardivo al 3-5-2. Non è solo una questione mentale, naturalmente. Il Milan di Genova e Roma ha dato la netta impressione di non avere uno spartito a cui rivolgersi nel momento del bisogno, come se l'idea di gioco dell'allenatore non fosse stata ancora assimilata. Ma quale idea di gioco? Montella ha recentemente dichiarato che il 3-5-2 era il modulo che aveva in testa sin dall'inizio, eppure il passaggio alla difesa a tre (quella vera, non quella con De Sciglio) è arrivato soltanto il 14 settembre contro l'Austria Vienna, a oltre due mesi dall'inizio del ritiro. L'infortunio di Romagnoli non basta a giustificare il ritardo nel passaggio a questo sistema di gioco, sulla carta più congeniale alle caratteristiche dei giocatori. Il Milan ha perso due mesi dietro a un modulo, il 4-3-3, che sarebbe stato sicuramente scartato durante il campionato (parole di Montella). Per far propri gli automatismi del nuovo sistema ci vuole tempo, tempo che il Milan non ha.

Mentalità poco cinica. L'anno scorso si lodò Montella, e giustamente, per aver rinunciato al suo calcio ideale in nome della ragion di stato: con un Milan tecnicamente povero, l'allenatore campano mise da parte le velleità di tiqui-taka e propose una squadra bassa, solida, arcigna, quasi sempre brutta ma più efficace del previsto. Oggi, con tanto ben di dio a disposizione, Montella sembra aver dimenticato che il risultato è sempre la cosa che più conta, soprattutto quest'anno. Luciano Spalletti l'ha capito, ha blindato la difesa e la sua Inter, piatta e sgraziata e noiosa, ha macinato 16 punti in 6 giornate. Certo, merito anche di un pizzico di fortuna, ma secondo noi è più rilevante il fatto che abbia subito un solo gol. Il Milan, che ha difensori indubbiamente migliori, ne ha presi 7 in più. Le case che stanno in piedi hanno fondamenta solide, le altre vanno giù al primo puff come la casetta di paglia del primo porcellino.

Condizione atletica preoccupante. In punta di logica, le squadre che battezzano così presto la stagione dovrebbero essere in ottima forma nella prima fase del campionato, rischiando magari qualcosa nel finale. Non sappiamo se lo staff abbia scelto una preparazione particolare, in grado di garantire una miglior gestione delle energie lungo tutto l'arco della stagione, ma sappiamo che in questo momento gli avversari del Milan sembrano avere più birra nelle gambe. 

Cristian ZapataGetty
Cristian Zapata ancora una volta sulla graticola per i suoi cali di concentrazione

Turnover e gerarchie. Filosoficamente parlando, il turnover è una necessità inderogabile quando si gioca su più fronti e si hanno in rosa molti potenziali titolari. Montella fa bene a cambiare spesso protagonisti, anche per tenere tutti sulla corda, ma sbaglia ad abusarne e a renderlo scientifico, almeno in questa fase. Il Milan è ancora alla ricerca di un equilibrio e di una identità, e cambiare la coppia d'attacco ogni tre giorni non aiuta nessuno. Come non aiutano gli esperimenti: Borini titolare nelle prime gare, Montolivo e Biglia schierati insieme, Suso punta centrale, Calhanoglu attaccante esterno, l'inspiegabile revival di Zapata. E presto potrebbe arrivare Borini largo a destra nel centrocampo a 5. Non è questo il momento. Urge trovare un 11 titolare, con un'alternativa per reparto da far ruotare. Poi, quando i meccanismi saranno oliati, si potrà tornare a sfruttare la rosa in profondità. 

Di sabbia nella clessidra ne resta ancora qualche manciata, e forse Fassone ha esagerato con le critiche pubbliche (benché non esplicite) al proprio tecnico. Il Milan è una squadra in costruzione e le pressioni eccessive non aiutano. Ma serve un cambio di passo, e alla svelta: il mese di ottobre, con le sfide contro Roma, Inter e Juventus, potrebbe rivelarsi già decisivo per il futuro del Diavolo e di Montella.

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