Chapecoense, i sopravvissuti raccontano la loro commovente storia

Neto, Jakson Follman e Alan Ruschel si aprono in una lunga intervista e rivelano i terribili momenti del disastro aereo che ha coinvolto l'intera squadra brasiliana.

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Sono gli ultimi tre fratelli della famiglia Chapecoense. Sono figli di un miracolo. Sono Neto, Jakson Follmann e Alan Ruschel, gli unici calciatori sopravvissuti all'incidente aereo che ha visto coinvolto il club brasiliano il 28 novembre 2016. Doveva essere il viaggio dei sogni, quello che li avrebbe portati a disputare la storica finale della Copa Sudamericana contro i colombiani dell'Atletico Nacional. Si è trasformato in un incubo, in una tragedia che ha sconvolto il mondo dello sport e non solo.

77 passeggeri sul volo LaMia Flight 2933, partito dall'aeroporto di Santa Cruz de la Sierra (Bolivia) e mai arrivato a quello internazionale di José Maria Cordova, in Colombia. 71 persone con la vita stroncata in un attimo che per molti rappresentava l'apice della carriera: giocatori (dai 21 ai 35 anni), allenatore, staff tecnico e medico, ospiti, giornalisti. Soltanto 6 sopravvissuti allo schianto avvenuto sulle colline di Medellin.

Neto, Jakson Follmann e Alan Ruschel sono i calciatori "miracolati" della Chapecoense, di un disastro indelebile, che non si può cancellare dalla loro mente. E che raccontano in una lunga e commovente intervista alla trasmissione "The Players' Tribune".

Chapecoense, i sopravvissuti raccontano la loro storia: "Avevo sognato l'incidente"

Hélio Hermito Zampier Neto
Neto, difensore centrale della Chapecoense sopravvissuto all'incidente aereo

Neto è il primo a parlare, il primo a raccontare la sua storia. Basta leggerla per far sì che diventi la storia di tutti. Il difensore centrale della Chapecoense rivela di aver "visto" in anticipo il disastro aereo. "L'avevo sognato qualche giorno prima di partire, avevo avuto un incubo terribile. Mi sono svegliato e l'ho raccontato subito a mia moglie: c'era la pioggia, le luci dell'aereo che si spegnevano, la picchiata verso il suolo. Era tutto buio. Mi sono portato quell'incubo dentro l'aereo, mi martellava la testa, non riuscivo a dimenticarlo, così decisi di mandare un sms a mia moglie direttamente da dentro. Le chiesi di pregare Dio per proteggermi da quel sogno. Poi partimmo. E le cose cominciarono ad accadere davvero...

Le luci si spensero, ero ancora sveglio, quello che successe va oltre la comprensione umana. Cominciai a pregare senza sosta, l'aereo stava cadendo veramente, chiesi un miracolo a Gesù, di aiutare me e miei compagni. Di aiutare il pilota... Ma sapevo che salvarmi in una situazione del genere sarebbe stato impossibile, potevo soltanto pregare. Quando mi sono svegliato all'ospedale non ricordavo nulla dell'incidente, i medici hanno aspettato il mio recupero prima di informarmi su cosa fosse realmente successo. I dottori parlavano in spagnolo, ero confuso, poi ho visto il medico della Chapecoense e mi sono ricordato della finale che avremmo dovuto giocare. "Com'è andata?", gli chiesi. Mi rispose che avevo rimediato un bruttissimo infortunio in un duro scontro di gioco. In quel momento mi disperai: pensai che i miei compagni fossero ancora in campo nel tentativo di conquistare il trofeo. I miei fratelli stavano lottando senza di me, non potevo crederci...

Non ero ancora lucido, un giorno mi svegliai nell'unità di terapia intensiva e iniziai a pormi delle domande. Osservavo il mio corpo, ero pieno di tagli, il mio orecchio era malconcio: o l'avversario che mi aveva messo ko era veramente grosso oppure i tifosi avevano invaso il campo e ci avevano aggredito. Come potevo immaginare di essermi salvato da un incidente aereo?

Poi finalmente venni a conoscenza della tragedia. Nella stanza c'erano tutti i medici, la mia famiglia, uno psicologo, un prete. Mio padre mi domandò se ricordassi di quell'incubo fatto prima di partire. Risposì di sì, naturalmente. Lo psicologo lasciò la camera piangendo, allora mi rivelarono tutto: il nostro aereo si era schiantato. Ho pensato a uno scherzo, poi mi sono fatto forza: se ero vivo io, allora anche i miei compagni stavano bene. Il dottore scosse la testa, mi disse che soltanto io, Alan e Follman eravamo rimasti in vita. Sono qui soltanto per merito di Dio".

Chapecoense
I tre superstiti della Chapecoense, vincitrice "ad honorem" della Copa Sudamericana

Neto è stato l'ultimo dei tre calciatori a esser stato salvato: per 8 ore è rimasto sotto le macerie dell'aereo. Dopo la riabilitazione in ospedale ha potuto riabbracciare i suoi figli, due gemelli di 10 anni: "Mia moglie li aveva lasciati in Brasile dopo l'incidente, quando sono venuti a trovarmi sono rimasti sconvolti dal mio aspetto. Ero magrissimo e avevo ferite ovunque. Mi abbracciarono senza dire niente, piangemmo insieme, è stata l'emozione più grande della mia vita. Ero al settimo cielo ma non potevo dimenticare i miei compagni, pensavo ai loro figli, loro non li avrebbero più riabbracciati. La stessa sorte poteva toccare a me: dovevo morire quel giorno, nel momento delle mie ultime preghiere pronunciate ad alta voce. Dio mi ha dato una seconda possibilità, farò del mio meglio per onorarlo. E naturalmente per onorare tutti i miei amici che non ci sono più". 

Jakson Follman: "Ho salvato Ruschel con un cambio di posto"

Jakson Follman era il secondo portiere della Chapecoense. Ha perso un piede, non potrà più giocare a calcio. Ma ha avuto in salvo la vita e per questo non si lamenta. La sua testimonianza ci riporta dentro quell'aereo maledetto. "Tutti stavamo sentendo la musica o giocando a carte. Era un volo tranquillo. Poi si spensero tutte le luci e ci fu un lungo sienzio. Gli assistenti di volo non ci davano informazioni, soltanto un addetto passò e ci disse di allacciare le cinture perché stavamo per atterrare in quel momento. Cominciammo a cadere, non ci sono tante persone sulla terra che possono raccontare di aver vissuto un momento del genere. Il secondo prima stai viaggiando per conquistare un sogno, l'attimo dopo stai precipitando dal cielo e non puoi fare niente: non puoi correre, non puoi piangere, non puoi chiedere aiuto, non hai il tempo di chiederti cosa stia succedendo. Ti devi solo affidare a Dio.

Mi sono svegliato nel bosco, ho aperto gli occhi ma era tutto completamente buio. Faceva freddo, sentivo le persone chiedere aiuto. Ho iniziato a chiedere aiuto anche io, non avevo idea di dove fossi. In quel momento non ricordavo nulla, cominciai soltanto a supplicare, non volevo morire. I miei amici stavano aspettando i soccorsi, io non potevo alzarmi, non potevo vedere niente. Ora ringrazio Dio che fosse così buio e di non aver visto i miei compagni soffrire".

Quel che resta dell'aereo della Chapecoense
La fase di soccorso all'aereo della Chapecoense

Follman ricorda l'arrivo dei soccorsi, quelle ore interminabili di angoscia: "Non so quanto tempo passai in quei boschi dopo l'impatto. A un certo punto vidi una torcia, c'erano persone che gridavano Policia Nacionaaaal, Policia Nacionalaal. I miei compagni non urlavano più, erano morti, provai una tristezza infinita. Un sergente di nome Nelson arrivò da me, mi tenne per mano, mi rassicurò. Gli dissi che ero il portiere della Chape, sentivo un dolore lancinante: nell'incidente avevo perso il piede destro, mentre il sinistro era rimasto attaccato solo per i tendini. Mi diedero dell'acqua, mi portarono su una collina fangosa, c'erano pezzi di aereo ovunque.

Entrai in coma per 4 giorni, il mio cervello bloccò i ricordi dello schianto. Mi ero fatto un'idea di quello che potesse essere successo, ma pensavo a un piccolo incidente o qualcosa del genere. La mia famiglia mi disse che non avrei più potuto giocare a calcio, la mia reazione fu comunque positiva: meglio perdere una gamba che la vita".

Involontariamente è stato Follmann a salvare Ruschel grazie a un cambio di posto provvidenziale. "Ho chiamato Alan per venire a sedersi accanto a me sull'aereo. Siamo sempre stati ottimi amici, ci conosciamo da 10 anni. Quella volta si era messo agli ultimi posti per potersi allungare e dormire comodamente. Non so per quale motivo, ma insistei e alla fine mi raggiunse. 30 minuti dopo accadde il disastro. Ora sono qui, che cammino di nuovo (grazie a una protesi, ndr) e vivo in modo intenso ogni momento. Non ho perso il gusto di vivere, non ho dimenticato come si sorride. Soltanto una cosa non voglio scordare: i miei amici, coloro che ci hanno lasciato. Loro sono degli eroi".

Alan Ruschel e l'addio a Danilo: "Mi manca, ora vivo al massimo..."

Neto, Follmann e Ruschel
Neto, Follmann e Ruschel prima del Trofeo Gamper con il Barcellona

Infine Alan Ruschel, salvato appunto dal cambio di posto. Il suo racconto è toccante tanto quanto gli altri. "Ero contento di fare parte di un gruppo del genere, stavamo facendo la storia: un piccolo club brasiliano che era arrivato alla finale della Copa Sudamericana, che sogno! Tuttora cerco di riportare alla mente quegli attimi, i ricordi sono offuscati. Ero in ospedale e mi preoccupavo della finale che avremmo dovuto giocare il giorno dopo. I medici mi dissero all'improvviso che il nostro aereo si era schiantato, che eravamo sopravvissuti in 6: io, Neto, Jakson, un giornalista e due assistenti di volo. Pensavo di essere in un incubo, che prima o poi mi sarei svegliato. Sono stato vicinissimo alla paralisi: il mio midollo era schiacciato dalle altre ossa, avrei perso l'uso delle gambe al minimo errore dei soccorritori. Ma mi hanno salvato e sono stato operato da uno dei migliori chirurghi del Sud America. Fortunatamente in quel momento era in Colombia, fortunatamente avevo cambiato posto e mi ero seduto vicino a Follmann".

Ruschel ha un pensiero per Danilo, il primo portiere della Chapecoense che aveva trascinato la squadra in finale con le sue parate. Era uno dei suoi migliori amici. "Eravamo molto attaccati, conosco bene sua moglie Leticia, il loro figlio Lorenzo. Quando ho capito che Danilo non ce l'avesse fatta è stato un momento dolorosissimo, indescrivibile. Era un ragazzo speciale, mi manca, ci penso ogni giorno. L'incidente mi ha insegnato una lezione: nessuno di noi sa quello che può accadere nei successivi 10 minuti, per questo bisogna sempre vivere la vita al massimo e inseguire con tutta la forza i propri sogni. Il domani non è mai una certezza".

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