Barcellona e i brasiliani, una lunga storia d'amore e tradimenti

Il voltafaccia di Neymar, che ha deciso di lasciare la Catalogna per i petrodollari dello sceicco del PSG, non è il primo caso del genere nella storia tra i blaugrana e i verdeoro.

Dani Alves e Neymar al Barcellona

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Per gli amanti della concezione circolare del tempo, secondo cui ogni cosa è destinata a ripetersi senza eccezioni e senza cambiamenti, il passaggio di Neymar al PSG non può non ricordare ciò che è già avvenuto in passato.

Nel Barcellona ha militato un numero straordinariamente alto di fuoriclasse mondiali, da Cruijff a Messi, passando per Maradona, Ronaldo e Ronaldinho.

Tutti hanno lasciato un segno profondo nella storia del club e in quella del calcio mondiale, quasi tutti se ne sono andati prima del previsto. E molti di questi erano brasiliani. Vi ricorda qualcosa?

Barcellona e Brasile, storie d'amore e tradimenti

In oltre 115 anni di storia, sono stati 34 i brasiliani ad aver indossato la maglia del Barça, 26 quelli che hanno raccolto almeno una presenza ufficiale (Keirrison, per esempio, fu acquistato per ben 14 milioni di euro nel 2009, ma non giocò mai). L'avanguardia fu rappresentata da Fausto dos Santos, centrocampista, e Jaguaré Becerra, che nel 1931-32 dal Vasco de Gama si trasferirono in Catalogna, ma bisogna aspettare il 1957 per ammirare il primo grande brasiliano con la maglia blaugrana: Evaristo de Macedo.

Evaristo de Macedo BarcellonaFree
Il celeberrimo volo d'angelo con cui Evaristo de Macedo eliminò il Real Madrid dalla Coppa dei Campioni

Disputò 226 gare col Barcellona, realizzando 178 reti e contribuendo alla conquista di due campionati e tre Coppe delle Fiere. Soprattutto, fu l'uomo che il 23 novembre del 1960, con una sua rete ormai leggendaria, inflisse al Real Madrid la sua prima, storica eliminazione dalla Coppa dei Campioni dopo cinque successi consecutivi. Peccato che due anni dopo Macedo si trasferì proprio al Madrid: il Barcellona gli aveva offerto il rinnovo a patto che accettasse di farsi naturalizzare, lui rifiutò e decise di firmare per il Real. Il pubblico, comunque, se la prese molto di più con la dirigenza che con l'amato Evaristo.

I grandi solisti degli anni Novanta

Nei 30 anni successivi il Barcellona ebbe tra le sue fila altri giocatori brasiliani, ma nessuno di particolare rilievo. E poi, nel 1993, dal PSV Eindhoven arrivò Romario. Il Baixinho promise che avrebbe segnato 30 gol in campionato, e così fece, non uno di più né uno di meno. Trascinò la squadra alla finale di Champions League, dove tuttavia i blaugrana si schiantarono contro il Milan adamantino di Capello. Ma Romario non fu mai facilmente gestibile: pretendeva di volare spesso a Rio, e dopo il trionfo Mondiale del 1994 la saudade ebbe la meglio. A Barcellona tornò con settimane di ritardo, i rapporti con Cruijff si ruppero e a gennaio, dopo aver simulato il ritiro dal calcio, si unì al Flamengo. 

Ronaldo e Rivaldo BrasileGetty
Ronaldo e Rivaldo, il Brasile campione del 2002 era made in Barcelona

Ma Barcellona è un posto speciale e 18 mesi dopo la dipartita di Romario ecco piombare in Catalogna nientemeno che Ronaldo. Il Fenomeno ebbe una parabola simile al suo predecessore: vestì la maglia blaugrana per poco tempo, solo una stagione, ma fu sufficiente per spedirlo dritto nei libri di storia grazie ai 47 gol in 49 reti che, nell'epoca pre-Messi e pre-Cristiano, sembravano (ed erano) un'opera di magia. Anche in questo caso, tuttavia, non ci fu un happy ending: l'Inter pagò la clausola di rescissione (corsi e ricorsi...) e Ronaldo andò a Milano. Salvo poi tornare in Spagna cinque anni più tardi, ma al Real Madrid.

L'eredità di Ronaldo fu raccolta dal connazionale Rivaldo, affermatosi nel Deportivo ed esploso definitivamente a Barcellona, dove vinse due Liga e soprattutto il Pallone d'Oro 1999, nonostante la convivenza difficile con Van Gaal ( i due non si sopportavano). E così, quando nel 2002 l'olandese rientrò a Barcellona dopo l'avventura con gli oranje, pretese la testa del brasiliano, volendo fare di Riquelme il nuovo faro blaugrana. Rivaldo fu liquidato con una buonuscita e si accasò al Milan, dove tuttavia non riuscì mai a far vedere interamente il proprio talento.

I brasiliani e il Rinascimento blaugrana

Anche Ronaldinho restò a lungo a Barcellona, dal 2003 al 2008, e anche lui, prima di trasferirsi a Milano, fece innamorare i tifosi culé diventando l'eroe del rinascimento blaugrana e della Champions League 2005-06 - benché il gol decisivo a Wembley lo segnò un altro improbabile brasiliano, Juliano Belletti, unico timbro della sua carriera in blaugrana. Tuttavia, anche il profeta del joga bonito finì vittima della conflittualità intrinseca tra Barcellona e Brasile: da una parte, un club forgiato da Cruijff e convinto che i campioni vadano cambiati ogni 4-5 anni; dall'altra, un giocatore che almeno nel suo ultimo anno in blaugrana non fu la quintessenza della professionalità, tra notti brave e infortuni diplomatici. 

Ronaldinho al BarcellonaGetty
Ronaldinho, simbolo del Rinascimento blaugrana di metà anni 2000

L'ultimo paragrafo di questa strana relazione è dedicato al brasiliano più vincente di sempre con la maglia blaugrana. Dani Alves ha alzato al cielo 21 titoli nei suoi otto anni in Catalogna, affermandosi come uno dei migliori esterni difensivi (si fa per dire) dell'ultimo trentennio. Ma la sua storia col Barça è finita anche peggio del solito: dopo una separazione sfiorata nel 2015, per questione di rispetto (diceva lui) e di soldi (dicevano gli altri), nel 2016 si arrivò alla rottura definitiva. Mai del tutto digerita, visto le bordate che poi il giocatore ha rivolto al suo ex club ("società di falsi e bugiardi", tra le altre cose). E considerando che Dani Alves è stato tra i più attivi nell'operazione di convincimento di Neymar ad accettare la corte del PSG, allora la storia è davvero circolare.

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