Cassano lascia il calcio: un altro capitolo di una storia incompiuta

Le Cassanate, il libro, la Nazionale. Dagli esordi alle cadute, da Fascetti a Genova, passando per Totti e Madrid. La storia di un genio folle del calcio italiano.

Antonio Cassano, ha appena lasciato il Verona

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Il più grande incompiuto degli ultimi 20 anni del calcio italiano. Era il 19 dicembre del 1999 quando Antonio Cassano, ragazzino di cui si parlava benissimo a Bari e che incantava con le giovanili, controlla di tacco un lancio di Perrotta e passa in mezzo a Blanc e Panucci, segnando il suo primo gol in Serie A in un epico Bari-Inter, finito 2-1 per i padroni di casa. Sono passati quasi 18 anni e oggi si è svolto un altro capitolo di una vita strana, ancor prima di una carriera incomprensibile, piena di colpi di genio e cadute rovinose.

Antonio Cassano è stato tutto e il contrario di tutto. Ha scritto nel suo libro, a 26 anni, che aveva vissuto 17 anni da pezzente e 9 da re. E gliene mancavano 8 per pareggiare. Ora è arrivato al suo 18esimo anno da re e a 35 anni ha appena chiuso un altro capitolo, che era iniziato qualche giorno fa. Cassano lascia il Verona, squadra da cui doveva ricominciare la sua carriera. Ma soprattutto lascia il calcio e appende gli scarpini al chiodo. 

Antonio Cassano all'epoca blucerchiata

Ha fatto innamorare alcuni allenatori, facendosi odiare da altri. Eugenio Fascetti, il suo padre sportivo, lo guardava ammaliato ai tempi del Bari. Alcuni raccontano che in un ritiro estivo, partì dalla metà campo saltando tutta la difesa del Bari (con diversi tunnel). Arrivato davanti alla porta, buttò la palla fuori di proposito, si girò verso Fascetti e disse: “E questo è il Bari?”. Eugenio non riuscì a trattenere le risate, perché Cassano era questo. O lo ami o lo odi.

A Genova – sponda blucerchiata – ha trascorso i suoi anni migliori, come giocatore e come uomo. Ha trovato la donna della sua vita e una squadra che ne ha esaltato le qualità. Ma il suo ritorno è stato qualcosa di fuorviante e lo ha portato a litigare con la società, cosa che aveva fatto ai tempi di Garrone (quella di cui Antonio si è pentito di più in assoluto).

Le follie, le magie in campo, i successi e le cadute: a tutto Cassano

A Roma, nella sua reggia di Casal Palocco, si dice che Cassano facesse una vita totalmente sregolata. È stato amico, poi forse nemico e nuovamente amico di Totti. A Madrid, una delle sue “Cassanate” più simpatiche, l’imitazione di Capello fatta ai compagni, gli costò l’inizio della fine dell’avventura che doveva cambiargli la carriera. Già, il Real Madrid. Una squadra dove uno così genuino e istintivo non poteva stare.

Perché come fa a rappresentare il marchio più istituzionale del calcio mondiale, uno che tira la maglietta addosso a un arbitro? Come fa uno che non ha filtri a mettersi la giacca e la cravatta? Non poteva farlo. All’Europeo 2004 fu l’unico a salvarsi in una spedizione fallimentare, ma due anni dopo non era presente fra i convocati del trionfo al Mondiale tedesco. Donadoni gli cucì addosso la Nazionale dell’Europeo 2008, eliminata dalla Spagna ai quarti. Ma al Mondiale 2010, ancora con Lippi (che di lui non ne ha mai voluto sapere) non ci andò. All’Europeo 2012, lui e Balotelli portarono in finale la Nazionale di Prandelli, ma lo 0-4 con la Spagna rimane una delle sconfitte più umilianti per il calcio italiano. Non aveva mai giocato un Mondiale e forse per questo nel 2013 decise di ricominciare a fare sul serio.

Aveva lasciato il Milan dopo la paura per l’ischemia e la lite con Galliani. Nel 2012 era andato all’Inter, fortemente voluto (e anche imitato) da Stramaccioni. “Se al Milan stavo in cielo, ora sto 3 metri sopra”. Con Strama finì quasi a botte e Antonio ricominciò da Parma, dove conquistò l’Europa League in una delle stagioni più belle della sua carriera, con Donadoni (uno dei suoi più grandi ammiratori) in panchina. In Brasile, però, non c’era neanche l’ombra del leader di Parma. Primo, unico e ultimo Mondiale, finito indegnamente dopo la capocciata di Godin, che mandò avanti l’Uruguay. Poi la crisi societaria del Parma, la rottura con Donadoni, l’addio.

Cassano ai tempi della conquista dell'Europa League col Parma

Non si è più ritrovato. L’uomo delle 7000 donne, degli eccessi, delle battute, delle caricature che lo dipingevano come “Gordito”. Tutto e il contrario di tutto. “Ho il talento di Federer e Rossi, ma non la voglia”. Lo ha scritto nel libro e aveva ragione lui. E in un modo o nell’altro ha fatto sempre felici gli appassionati di calcio, nonostante una carriera spezzata. Come quando distrusse la bandierina in un Roma-Juve 4-0. Lui, gli eccessi e il suo talento infinito.

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