NBA: nella lega in mano ai giocatori, Kyrie Irving fa il LeBron James

Un fulmine ha squarciato il cielo di Cleveland quando Kyrie Irving ha chiesto alla società di essere ceduto. Ora per i Cavs si aprono tanti scenari.

Irving chiede la trade

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Il cielo della Free Agency NBA sembrava aver diradato le nubi di scambi e scelte con gli ultmi botti qualche tempo fa e invece nel momento in cui tutto sembrava volgere verso la calma piatta che avrebbe dovuto portarci fino al prossimo training camp, è arrivato il lampo inaspettato che rischia di cambiare per l’ennesima volta gli scenari per la prossima stagione. Kyrie Irving ha chiesto ai Cleveland Cavaliers di essere ceduto. A riportarlo per primo è stato Brian Windhorst di ESPN, scatenando un polverone che può riscrivere la geografia della lega per i prossimi anni. 

La sconfitta patita dai Cavs contro i Warriors nelle scrose Finals ha solamente alimentato la voglia di James di affrontarli di nuovo nella stagione successiva, ma Kyrie Irving ha ritenuto più giusto per le sue aspirazioni avere una squadra che porti il suo nome, che lo veda come maschio alfa e non dipendere più dal giocatore più catalizzante del pianeta, anche se questo volesse dire non lottare più per il titolo nel breve periodo. Il palmares di Irving è già molto popolato con un oro olimpico, uno mondiale (con MVP allegato) e un titolo NBA vinto sostanzialmente da un suo tiro. La dimostrazione che sia uno dei migliori closer in circolazione è stata ripetuta, anche sotto l’egida di LeBron James, il che conferisce alla qualità delle imprese un valore aggiunto. 

Come insegnano i Golden State Warriors di questa stagione, per poter convivere con altre stelle di primissima grandezza è necessario, ma non automaticamente sufficiente, sacrificare qualcosa dell’io in funzione del concetto di squadra e Klay Thompson potrebbe scrivere un corposo trattato a riguardo. Anche Irving ha dovuto mettere da parte alcune velleità nell’accettare il ruolo di secondo violino che in alcuni casi ha tarpato le ali della sua crescita a 360°, ma dall’altra lo ha aiutato nel giocare costantemente per vincere, riscrivere la storia di una città e rendere ancor più efficiente il suo gioco offensivo all’interno di un sistema che giocoforza gli garantiva maggiori libertà per la sola presenza di James.

Kyrie Irving e Steph Curry

Le stelle fanno la NBA

Le franchigie NBA, al giorno d’oggi, vivono all'interno di una perenne precarietà d'organico, perché questa è insindacabilmente la lega dei giocatori, che in quanto aziende dotate di gambe e soprattutto mani educate, decidono del loro futuro in totale e sacrosanta autonomia, potendo disporre anche di quello di ogni singola franchigia che toccano. Un maestro di questo accentramento di dominio è LeBron James che da quando ha lasciato prima i Cavs e poi gli Heat, ha sempre voluto tenere lo scettro del potere in mano siglando contratti brevi o minacciando (poi confermando) fughe e cambi di maglia.

Il contratto siglato con i Cavs e la continua possibilità di lasciare la nave, gli ha permesso di poter chiedere ed essere accontentato (vedi faraonici contratti a Tristan Thompson e JR Smith), con sempre quella spada di Damocle sulla testa di vederlo poi poter andare ai Lakers nel 2018 lasciando in eredità contratti scomodi, role player senza stelle e una situazione difficile da ricostruire.

Questo è il prezzo da pagare per avere James in squadra con la costante e concreta possibilità di lottare per vincere, anche se i bilanci piangono in modo copioso tanto che nemmeno un titolo vinto cancella quaranta milioni di perdita. Tutto questo serve a spiegare la scelta di Irving che non vede James legato inscindibilmente alla franchigia, potendo così vanificare i suoi sacrifici (con ovvi dividendi) nel fargli da spalla. Così all’età di 25 anni ritiene sia arrivato il momento di prendere in mano il proprio futuro.

Kyrie Irving e LeBron James

Non c’è ripicca o vendetta, solo ambizione e potere

Il volere una propria squadra da parte di Kyrie è sacrosanto ed è paragonabile alla scelta di James Harden di andarsene da OKC perché “oscurato” da Westbrook e Durant. Ha già stilato la lista delle destinazioni che prevedono coach di alto calibro: Popovich, Thibodeau e Spoelstra oltre ai Knicks. Questo significa la sua voglia di vincere diventando parte di un progetto a medio lungo termine che veda il suo nome risaltare assieme ad altri (vedi Towns, Wiggins o Leonard) che condividano questa programmazione. 

Per chi ha pensato alla “canagliata” di chiedere la cessione a free agency terminata c’è una spiegazione, infatti il giocatore aveva chiesto un incontro con la società al termine delle Finals, ma la vicenda dell’uscita di Griffin ha fatto slittare tutto a pochi giorni fa, momento in cui i Cavs sono totalmente con le mani legate non potendo andare a scambiarlo per target interessanti come George o Paul.

Questo nobilita la figura del GM e di come una franchigia tre volte campione della Eastern Conference non possa comunque lasciare nulla al caso. Per uncle drew è arrivato il momento di prendere in mano lo scettro e far valere il peso della sua influenza come giocatore e personalità (la sua maglia è una delle più vendute). James potrà essere scontento di questo, ma è sostanzialmente la persona che ha instaurato il meccanismo e che più di tutti non solo deve capire, ma anche accettare di buon grado.

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