NBA, Pierce: "Once a Celtic, forever a Celtic", ritiro in biancoverde

Paul Pierce torna a Boston per firmare il contratto che gli fa chiudere la carriera da Celtic. Una storia di amore, rispetto e dedizione che rimarrà nella storia.

Il ritiro biancoverde

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Dobbiamo rassegnarci, non abbiamo via d’uscita: le bandiere nello sport non esistono più. Sono quelli che iniziano e finiscono la carriera in una squadra, quelli che creano un legame inscindibile con una franchigia, una maglia, una città, quelli che ad anni di distanza vengono ricordati dai tifosi come dei game changer o anche solo come qualcuno che ha fatto vivere emozioni particolari. Tutto questo sarà sempre meno frequente fino alla possibilità di scomparire, schiavo delle leggi del mercato, di una società che cambia e dei soldi che fanno sempre più capolino con cifre che solamente qualche anno fa non ci immaginavamo nemmeno di poter dire al fianco di un salary cap di una squadra, figuriamoci a uno stipendio di un singolo giocatore. 

Ma anche se ci stanno lasciando, sportivamente parlando, qualcuno è rimasto e uno degli irriducibili ha ufficialmente appeso al chiodo le sue scarpe e la sua penna, non prima di aver firmato un contratto di un giorno con la sua squadra di sempre. Nel luogo dove tutto un giorno ebbe inizio. Paul Pierce ha messo la firma sul contratto con i Boston Celtics e contestualmente si è ritirato dal basket.

Lo aveva annunciato, ha fatto il suo farewell tour e segnato l’ultima tripla al Boston Garden per chiudere il match dopo aver baciato il logo dei Celtics a metà campo. Questo è uno di quei casi in cui il sentimento, la riconoscenza e l’importanza reciproca tra giocatore e franchigia trascendono dal tempo, dalle squadre, dai soldi e dalla lontananza. Quindici delle diciannove stagioni NBA di Paul Pierce sono state passate in maglietta biancoverde e non è solo questione di colori indossati, si tratta di una seconda pelle:

Ho sempre voluto ritirarmi da Celtic, sin dal giorno in cui sono arrivato. Non avrei accettato niente di diverso. Sono cresciuto qui, i miei tre figli sono nati qui e la miglior cosa che mi potesse succedere è arrivata lunedì, quando sono tornato per firmare e ho trovato tante persone che hanno mostrato infinita riconoscenza per quello che ho fatto per questa città, non solo per la squadra.

Come dice una nota pubblicità, alcune cose sono priceless e questa per P-Square è il sale della vita.  

Paul Pierce MVP delle NBA Finals 2008

NBA: l'avvenimento che cambia la vita

Il 26 settembre 2000 Paul Pierce stava divertendosi in un evento privato al Buzz Nightclub quando venne aggredito con undici coltellate. Non c’era possibilità di uscirne vivo e invece una giacca di pelle particolarmente resistente evita ai fendenti di colpire il cuore. Dopo diverse operazioni, tanti periodi bui e cure, Pierce torna in sella in NBA, davvero più forte di prima:

Quell’avvenimento mi ha cambiato, è ovvio, ma mi ha permesso d’imparare la cosa più importante. Contava di più uscire a divertirsi ogni sera o concentrarsi sul basket e sulla famiglia? La scelta fu facile ed è lì che è nato ciò che oggi celebro con l’ultima firma da giocatore della mia carriera.

Ciò che una città dà potrebbe togliere, invece in questo caso Boston ha restituito a The captain and the truth l’insegnamento più importante e un rapporto d’amore che non si placherà mai. Ora ha firmato un contratto con ESPN per iniziare la sua carriera da columnist e spera anche da broadcaster, sebbene non sarà facile per lui gestire le emozioni nel commentare i suoi Celtics.

Il titolo, la tripla contro Al Harrington e il Boston pride

Ci sono mille e più ricordi associabili a un giocatore che ha fatto la storia, ma ogni volta che penso a Pierce in campo, ricordo quella tripla segnata in faccia ad Al Harrington dopo un’arringa di almeno venti secondi in trash talking. Sono i playoffs 2003 contro i Pacers, un momento dove i grandi devono venir fuori e lui raccoglie l'invito non solo segnando uno dei tantissimi tiri di carriera, ma mostrando onnipotenza, voglia di sfidare faccia a faccia l’avversario e di prevaricarlo con tutte le proprie forze facendolo sentire minuscolo.

Quando quella palla entrò era facile immedesimarsi in Al Harrington e pensare che al posto suo avremmo un pò tutti appeso le scarpe al chiodo, perché quell’azione è l'esempio di perfidia sportiva di un grande campione al suo massimo. Il titolo del 2008 rimane il momento più bello della sua carriera, perché i veterani Garnett e Allen sono andati da lui per vincere. C’era un solo capo, un solo maschio alfa e un solo leader che poi è diventato l’MVP delle NBA Finals. Vincere è bello, ma farlo a casa propria lo è ancora di più e se pensiamo che uno dei più grandi Celtic della storia viene da Inglewood, patria dei Lakers, capiamo a volte che le sliding doors esistono e rendono questo sport unico.

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