Se 20 anni fa Ronaldo fosse andato alla Lazio: l'intervista impossibile

Nel 1997 il Fenomeno fu a un passo dal diventare biancoceleste, poi arrivò l'Inter. Ecco cosa ci avrebbe raccontato se, vent'anni fa, fosse sbarcato nella Capitale.

Ronaldo se nel 1997 fosse andato alla Lazio e non all'Inter

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L’intervista che troverete di seguito è frutto della pura immaginazione. Un po' come la (fanta)storia di CR7 al Parma o il regno instaurato da Ibrahimovic a Oberhausen. Le sliding doors del calciomercato, quelle no, hanno agito per davvero nell’estate 1997. Quando un certo Luis Nazario de Lima, prima di sposare l’Inter, fu seriamente a un passo dal vestire la maglia della Lazio.

31 agosto 2017. Che si dice allo Starhotels di Milano? Immaginare la frenesia dell’ultimo giorno di mercato da qui, credetemi, è impossibile. Non sarà estate, a Rio de Janeiro, ma c’è comunque “un clima fantastico” (cit.). E il pensiero dei fax rotti e delle cessioni con contro-controdiritto di recompra l’ho lasciato, con grosso sollievo, al check-in dei bagagli.

Ho come la sensazione che il Cristo Redentore stia paternamente sorvegliando il nostro incontro,

è la prima frase che mi viene in mente salutando il motivo per cui ho attraversato l’Atlantico.

Secondo me ti sta prendendo in giro perché siete venuti a trovarmi a fine inverno,

sorride Ronaldo bypassando ogni convenevole. E imitando le curve di un idealtipo di ragazza brasileira.

Ronaldo e i 20 anni dall’arrivo alla Lazio: l’intervista impossibile

Il Fenomeno e la statua più celebre di Rio: vi ricorda qualcosa, vero?

Mia madre ancora mi bacchetta per aver osato posare al posto del “titolare”.

Per i pochi che non conoscessero lo spot: Ronnie scendeva dal Monte Corcovado, di bianco vestito, per “dire sì” ai prodotti di una nota azienda alimentare italiana.

L'intervista impossibile a Ronaldo, a vent'anni dalla (fanta)trattativa che lo portò alla Lazio invece che all'Inter
1997: Ronaldo, strappato da poche settimane all'Inter, recita nel famoso spot legato allo sponsor della Lazio

Il vero miracolo, per i tifosi biancocelesti, accadde però qualche mese prima. Il 31 agosto 1997, per la precisione: quel giorno, il giocatore più forte del mondo metteva piede per la prima volta a Fiumicino. Vent'anni dopo, abbiamo chiesto a Ronaldo di aprire con noi il libro dei ricordi. Ci saremmo anche accontentati di farlo metaforicamente, chiacchierando al telefono: lui ha rilanciato dicendo che, al nostro arrivo, oltre al libro ci avrebbe fatto trovare anche una rinfrescante bevanda al guaranà.

Mentre il primo sorso restituisce nuova vita alla gola, in mente bussa una canzone conosciuta. No, non è "Mas Que Nada". Scrutando il panorama fuori dalla veranda della villa, è la voce di Loredana Bertè a fare da colonna sonora:

Il mare d’inverno è un concetto che il pensiero non considera, è poco moderno.

Per un europeo, poi, il concetto di mare d'inverno - unito a quello di fine agosto - è ancora più complicato da afferrare. Quel “poco moderno” mi fa invece sorridere: quello di fronte a me è stato forse il primo calciatore veramente moderno. Se talento e supremazia atletica sono il connubio che definisce l’identikit di campione nell’era contemporanea, Ronaldo è al vertice dell’albero genealogico. Al centro sportivo di Formello, inaugurato appena qualche mese prima del suo approdo, se ne accorsero immediatamente.

Domanda - È vero che Alessandro Nesta, alla fine del tuo primo allenamento, ti disse che eri semplicemente immarcabile?

Sì, confermo! Poi mi restituì il pezzo di fratino che mi aveva strappato per fermarmi. Scherzo Sandro, sei sempre stato il più forte!

D - Ti va di leggere l’intro che ho preparato per questa intervista?

Ah, l'hai già preparata?! Che ne sapevi che avevo una veranda?!

D - Il 90% delle ville ha una veranda. Comunque sì, l'ho già preparata... sai in aereo, viaggio lungo, selezione di film a bordo di una noia mortale…

Figurati, lo dici a me… quanto odiavo stare in volo ogni tre giorni! E poi fatti Italia-Brasile-Italia a Natale, a Carnevale…

D - Be’, sì, una vera disdetta… insomma, che ne pensi dell’intro?

Dici la parte sul mare d’inverno, io primo giocatore moderno ecc? Molto suggestiva, mi piace.

D - Bene, sappi che da ora in poi ti farà solo domande a tasso di serietà livello Tafazzi.

Ahahah Tafazzi, quanto mi faceva ridere quando lo beccavo in TV mentre facevo zapping!

D - E perché, il tuo alter ego Rolando no?

Vi posso svelare un segreto… lui era anche più forte di me!

D - Seriamente, vent’anni fa c’era uno più forte di te?

Ma come, hai detto niente domande serie?!

D - Volevo vedere se eri preparato! Dai, onestamente eri tu il più forte…

Lo stai dicendo tu, amico! Eppure non è bastato: oggi, se cerchi il mio nome su Google, ti appare per primo Cristiano...

Rolando Mai Dire Gol
"Miii, non ci posso credere!"

D - Lasciamo da parte le recriminazioni: la prima parola romana che hai imparato una volta arrivato alla Lazio?

“Daje!”. Appena messo piede a Fiumicino, l’avrò sentita ripetere almeno un milione di volte. La seconda invece è mortac…

D - Sì sì, abbiamo capito…

I miei compagni me la strillavano anche quando segnavo in partitella: “Rona’, ammazza che gol che hai fatto! Li mortac…”

D - Chiaro chiaro! Senti, chi calciava meglio in porta tra te e Roberto Mancini?

Non lo so, ma quanto invidiavo quel ciuffo…

D - Potente come Mihajlovic, però, non calciava nessuno...

Guarda, ogni volta che lo mettevo a sedere in allenamento, avevo sempre paura che volesse provare le punizioni con me legato sul palo.

D - Non fatichiamo a crederlo. Pure Simeone, tuo compagno di squadra quando avete vinto lo scudetto del 2000, era un tipetto niente male…

E non te la dava mai vinta. Quando mi feci male al ginocchio e rimasi fermo un anno, per incoraggiarmi il Cholo mi propose questa scommessa: “Se torni in tempo per l’ultimo derby e segni, vado in giro con la maglia del Brasile per una settimana!”. Rientrai e alla Roma feci gol. “Sì, ma te l’ha deviata Samuel!”, fu il pretesto per non mantenere la promessa.

D - Domanda a bruciapelo: San Pietro o Colosseo?

San Pietro, che domande: c'è il Papa. Però al Colosseo girai quella famosa pubblicità con Cantona che si alzava il colletto…

D - Vabbè, mica al Colosseo… era una riproduzione virtuale…

No no, caro mio, per girarla ci intrufolammo di notte senza farci beccare.

Certo, magari erano veri anche i demoni della squadra avversaria…

Ok, non ci credere… (me lo dice sorridendo beffardo e mandando giù il secondo bicchiere di guaranà, ndi).

Ronaldo Iss Pro
Qualche lettera diversa, ma con la palla al piede era uguale a quello vero

D - Qual è il complimento maggiore che ti ha mai fatto l’allora presidente laziale Dino Zoff?

“Bravo”. Dopo che decisi una sfida contro il Milan con una discesa palla al piede di 65 metri e quattro-cinque dribbling, di cui uno ai danni di Maldini. Mi disse “bravo”.

D - Tra il 1997 e il ’98 hai vinto la classifica capocannonieri per due volte di seguito: al Barcellona con 34 gol, in biancoceleste con 25. Era bella la vita in Liga eh?

Ti risulta che in Spagna giocasse Montero?

D - Touché, non posso contraddirti. Raccontami come hai festeggiato quando avete vinto la Supercoppa Europea contro il Manchester United?

Dai, veramente c’è bisogno di dirtelo? Montecarlo, Casinò, ti dicono qualcosa?

D - Veramente Simone Inzaghi, in una recente intervista, ci ha raccontato che sei rimasto in hotel tutta la notte, con i secchi del ghiaccio vicino al letto…

Ahahah quindi lo sapevi già! Sì, lo confermo… nei Red Devils non c’era Montero, ma Stam sì. E Jaap i dribbling non li digeriva molto.

D - Hai avuto anche lui come compagno di squadra nell’ultima stagione a Roma: incuteva realmente così tanto timore o ci marciava sopra? E perché la risposta è “sì, incuteva davvero timore”?

Ti giuro che non ho provato mai in vita mia a fargli un tunnel... neanche nella rifinitura pre-partita!

D - Abbiamo nominato Simone Inzaghi? Invidiavi anche il suo, di ciuffo?

Sì, ancora oggi. Sono davvero contento che ora alleni la nostra ex squadra. Avevo un ottimo rapporto con lui e ancora adesso ogni tanto ci sentiamo. Ma quanto si infuriava quando lo stuzzicavo dicendogli che Pippo era più forte!

D - A un certo punto, in quell’estate del 1997, sembravi però a un passo dall’Inter di Moratti. Vent’anni dopo puoi rivelarcelo: come fece a convincerti Cragnotti a scegliere la Lazio? Non mi dire che ricorse al classico dei classici: “Qui abbiamo il sole, lì c’è sempre la nebbia”…

No no, fu molto più machiavellico. Il patron mi fece una corte serrata per almeno tre mesi. Poi s’inserì l'Inter, l’offerta era ottima e ho cominciato ad avere seri dubbi. Fu in quel momento che Cragnotti mi richiamò: “Senti Fenomeno, se non vieni tu non c’è problema: ho già bloccato Rivaldo. È pure più forte di te!”. Lì non ci ho visto più, volevo dimostrargli che si stava sbagliando di grosso. Era il 29 agosto, il 31 ero già a Roma. Ovviamente qualche mese dopo mi svelò che Rivaldo non l’aveva trattato neanche per un secondo.

D - Pagliuca ti ha mai chiesto i danni per quel doppio passo nella finale di Coppa Uefa 1998?

Sono sincero, a volte facevo doppi passi su doppi passi anche senza volerlo. Tipo pilota automatico. Quella volta mi ero imposto di provare il pallonetto: niente da fare, le mie gambe avevano deciso ancora una volta per il doppio passo.

D - Quale giocatore biancoceleste di oggi ti piace di più? Il tuo connazionale Felipe Anderson, che sui video dei tuoi dribbling ha passato più ore che alla PlayStation?

Felipe ha davvero un grande talento, ma chi mi fa impazzire è Keita! Spero che il prossimo anno faccia più di 20 gol e aiuti Simone ad arrivare in Champions!

D - Eh, il problema è che Keita rischia seriamente di andare via…

Cosa?? Datemi subito il numero, ci parlo io e lo convinco a rimanere!

D - Ok, prima però l’ultima domanda: carbonara o amatriciana?

Lo sai che pure la cacio e pepe…

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