4 luglio 2006, Grosso-Del Piero: estasi Italia, incubo Germania

Il 4 luglio del 2006, grazie alle reti allo scadere di Grosso e Del Piero, l'Italia superava la Germania 2-0 al termine di un match epico e si guadagnava la finale mondiale di Berlino.

Germania-Italia 0-2

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È stata una delle partite meglio giocate dalla nazionale italiana negli ultimi 30 anni abbondanti, una delle più importanti, sicuramente la più esaltante. Come succede per gli avvenimenti storici, quelli che segnano un'epoca, tutti ci ricordiamo dove e con chi eravamo, mentre l'Italia superava per 2-0 la Germania, il 4 luglio del 2006, al termine di 120 drammatici minuti, e si guadagnava il diritto di prendersi la Coppa del Mondo nella finalissima di Berlino. 

Germania-Italia, sfida infinita

Quella semifinale rappresentò il momento più alto dell'avventura azzurra ai Mondiali del 2006, e al contempo l'epifania di un'intera nazione: si poteva davvero vincere, nonostante tutto. Fino all'impresa di Dortmund, l'Italia aveva piacevolmente sorpreso chi l'aveva giudicata spacciata dopo il fracasso di Calciopoli - come se lo spirito costitutivo di questo paese non fosse il far miracoli quando tutto sembra perduto - ma senza mai strabiliare.

Gruppo facile, superato senza scossoni; ottavi di finale da psicodramma contro l'Australia, risolti solo da una magata non limpidissima di Fabio Grosso e dal conseguente rigore di Totti; 3-0 ai quarti contro la mediocre Ucraina, punteggio decisamente troppo generoso per quella che era stata la performance. Niente di memorabile. D'altra parte, quello doveva essere il Mondiale del Brasile del quadrato magico (Ronaldo, Ronaldinho, Kakà, Adriano), semmai dell'Argentina, naturalmente della Germania padrona di casa, forse della Spagna (ma non era ancora il suo tempo).

Tutte squadre a trazione anteriore. E invece finì per essere il torneo dell'Italia, della Francia, perfino del Portogallo: fino alle semifinali, in cinque partite, gli azzurri e i lusitani avevano subito appena una rete, mentre Zidane e compagni due. Squadre solide, difensivamente organizzate, ciniche e concrete. 

Frings Germania Argentina 2006Getty
La rissa tra Frings e Cruz che costò al tedesco la squalifica

Dortmund non fu solo uno dei tanti capitoli della rivalità italo-tedesca. Fu quello più epico per noi, più straziante per loro. I tedeschi avevano organizzato un Mondiale pressoché perfetto sotto ogni punto di vista, e l'ultima cosa che avrebbero voluto era trovarsi di fronte la nemesi azzurra. Che avessero paura, lo si era capito dai giorni precedenti alla semifinale, quando la stampa di casa si lasciò trascinare nell'acquitrino delle polemiche etniche, un mix poco riuscito di luoghi comuni e umorismo da osteria (e d'altra parte nessuno ha mai sentito parlare di humor teutonico).

Poi ci fu il caso-Frings. Il centrocampista del Werder Brema fu costretto a saltare la semifinale per squalifica tramite prova TV, in seguito alla rissa scoppiata con l'interista Julio Cruz dopo i calci di rigore di Germania-Argentina ai quarti di finale. Secondo i tedeschi, a far pervenire le immagini alla Fifa era stata nientemeno che la Federcalcio italiana (come se Frings fosse Maradona, o Ulysses De la Cruz), e anche se l'accusa non fu mai formalizzata rese comunque ancora più incandescente l'atmosfera del Signal Iduna Park.

Epico e straziante, dicevamo. La Germania ci credeva sul serio, e non per semplice abitudine. In effetti, la Mannschaft era reduce da diversi fallimenti internazionali (fatto salvo il secondo posto del 2002) e quella doveva essere l'occasione della rinascita, davanti al proprio popolo. La squadra di Klinsmann non aveva ancora la qualità che avrebbero avuto quelle di Joachim Low (all'epoca, il suo secondo): c'erano Ballack, Klose, Lahm, Podolski, ma mancavano ancora i vari Neuer, Khedira, Muller, Reus, Ozil, Gotze, Hummels, Kroos. L'Italia era nella situazione opposta: la grande generazione degli anni Settanta stava invecchiando, ma aveva ancora cartucce sufficienti per un ultimo assalto al titolo che gli era sempre sfuggito. Gli azzurri erano più forti, sulla carta, e si dimostrarono più forti in campo. Soprattutto nei supplementari, soprattutto nella testa.

Italia Germania 2006Getty
Grosso inseguito da Del Piero e Zambrotta dopo il gol dell'1-0

Alla faccia di ogni stereotipo catenacciaro, Lippi tolse Camoranesi per Iaquinta e quindi Perrotta per Del Piero, schierando l'Italia secondo un 4-2-4 senza precedenti. Gilardino e Zambrotta centrarono palo e traversa, la Germania sbandò ma restò in carreggiata, e pericolosa, e nel secondo supplementare San Gigi Buffon si superò su Podolski.

L'Italia non voleva i rigori, non contro i quasi imbattibili tedeschi. E alla fine la sua audacia, la sua determinazione, la sua volontà ricevette la giusta ricompensa, materializzatasi nel sinistro-destro più devastante della storia dei Mondiali: il mancino è quello benedetto di Grosso, che fece saltare il tappo al 119' dopo assist immaginifico di Pirlo; il destro quello di Del Piero, a conclusione di un contropiede da manuale e, quello sì, al 100% made in Italy.

La Germania, che fino a quel momento non aveva dato segni di cedimento come Ivan Drago, barcollò e infine crollò al tappeto, più incredula che delusa. La maledizione azzurra sarebbe proseguita per un altro decennio. L'Italia, ebbra di gioia, si preparava a prendersi un altro scalpo, quello della Francia.

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