Io sono Leader: Mascherano, ovvero l'arte del sacrificio assoluto

Mascherano al Barça ha sacrificato tutto: il suo modo di giocare, pensare, perfino il suo ruolo. Tutto questo per qualcosa di più grande, grandioso, pazzesco.

Mascherano al Barcellona è stato capace di sacrificare tutto

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Seguite con attenzione il movimento ossessivo, preciso, ineluttabile del pendolo. Ondeggia, fluttua e taglia l'area, eppure è padrone del tempo e dello spazio, come a Barcellona Mascherano, Javier, colui a cui non si può rinunciare. Colui che ha rinunciato a tutto. Non può nessun allenatore, non può lo spogliatoio, forse perfino il campo a Barcellona ha bisogno del suo assenso. Lo chiamano da sempre El Jefecito. Il piccolo capo. E sembra quasi un soprannome indiano. Come se fosse qualcosa di antico, che forse siamo destinati a perdere. Ma è un soprannome in cui non si riconosce. Perché forse è il servizio, quello che conta davvero. Perché a volte è il sacrificio che non ha bisogno di spiegazioni o ulteriori etichette. Mascherano rifugge le etichette.

Padrone ineludibile del tempo e dello spazio intorno a sé. Questo era Mascherano. Si fa fatica a dire, è. Perché in questa stagione il Barcellona e l'Argentina hanno dovuto fare spesso a meno di lui. E perché non ha più quell'anticipo spaziale e la capacità di lettura che ne ha fatto un giocatore capace di trasformare ruolo, spazio intorno a sé, concezione del mediano stessa. Tutto grazie alla forza sovrana della sua mente, che tenta le altre di continuo come anticipa il gioco, le previsioni di posizione, i movimenti.

Legge nell'aria i segni del pallone, in arrivo, come certi auguri del passato, maestri nell'interpretare il fato, superiore perfino agli dei. Come è stato sicuramente decisivo, nel presente e nel passato di Mascherano, l'incontro con un ragazzino predestinato, continuamente coinvolto in una lotta per superare evidenti limiti fisici. Divino, toccato da qualche Dio del calcio. Per tutti, ora, è semplicemente Messi. E tu, cosa sei disposto a fare per avere l'eternità? 

Mascherano e Messi, insieme leader
Mascherano e Messi, insieme leader

Barcellona, il senso del Sacrificio di Mascherano: dare tutto

Per capire fino a che punto Mascherano ha fatto della causa del barcellonismo la sua causa e la sua causa basti dire che ha sacrificato tutto il suo essere calciatore, la sua concezione stessa di calcio, quando Guardiola, visti gli infortuni e l'assenza di Abidal per i noti problemi, gli ha chiesto di piazzarsi al centro della difesa. Un leader che non è capace di sacrificare tutto per il suo gruppo non è un reale leader. O meglio, non è questo tipo di leader. Capace di durare nel tempo. Per questo può dire:

Il calcio per me è tutto: è il mio modo di vivere, la mia passione, il mio lavoro. Ma è anche sacrificio, perché per il calcio ho dovuto lasciare la mia famiglia e andare a vivere da solo a Buenos Aires.

La dialettica del sacrificio, perfino estremo, non è casuale per un giocatore che ha arretrato il suo naturale baricentro per piazzarsi vicino a Piqué (uno che comunque con certe soluzioni scelte metterebbe in difficoltà qualunque compagno di reparto). La dialettica del sacrificio è iscritta nella parte più intima di Mascherano, di cui a 20 anni un giorno Maradona disse: "Un mostro. Gioca come se avesse 30 anni". Chissà ora che i 30 li ha superati che direbbe Diego. Già, perché del Mostro alla Shelley ha qualcosa Mascherano. Nel sacrificio, certo. Nell'attrazione che esercita, forte, costante, su tutto il reparto difensivo, nel catalizzare il gioco.

Ma anche in qualcosa di inesprimibile. Come se conservasse gelosamente qualcosa che non può essere compreso. Anzi, se fosse davvero compreso, come la natura del suo sacrificio, potrebbe inorridire, meravigliare. Scatenare quelle pulsioni che l'alieno, il totalmente altro fa scattare nel normale. Nel piccolo. Nel mediocre, in senso non dispregiativo. Mandela diceva che i veri leader devono essere disposti a sacrificare tutto. Mascherano lo sa. Se è vero che, come dice Umberto Eco, l'eroe vero lo diventa per caso, un sacrificio non è mai un caso. Anche se è semplicemente stato così. Guardiola ha chiesto, Mascherano ha fatto.

Ha perfino paura di volare, Mascherano. Perché forse è nel contatto diretto con la terra che si sente fortemente a suo agio, nel contatto visivo e mentale con i compagni che trova la sua reale nicchia nel mondo. Che si spalanca sull'Universo, come se fosse una piccola fessura aperta sulla bellezza di San Pietro, in una piazza di Roma. Ai tempi del River si chiedeva se davvero valesse i soldi che tutti erano disposti a tirar fuori per lui. Ora magari si starà chiedendo che cosa valesse davvero tutto questo enorme peso sulle spalle, tutto questo enorme sacrificio.

Ora magari si starà chiedendo se l'altare del Barcellona ha meritato l'unico sacrificio possibile, quello totale. Sedici titoli, Javier Mascherano ha legato al ciclo del grande Barcellona, di cui parlerà tra poco solo la Storia, mista alla leggenda, tutta la sua vita. Tutta la sua natura. Ma forse, più che la storia, di lui parlerà la leggenda. E di lui parlerà chi sa leggere nella natura stessa del sacrificio, del dare tutto, una prova definitiva antica quanto le montagne di chi guida, di chi è leader. Seguite con ossessione il movimento regolare del pendolo. Ondeggia, fluttua, taglia l'aria. Ha paura di volare, Mascherano. Ma forse il volo più alto, non è altro che un sacrificio perfetto, per il motivo giusto. Pensate a Mascherano, colui a cui dovremo rinunciare. Colui che ha saputo rinunciare a tutto, per qualcosa di più grande. Cosa c'è più grande dell'eternità?

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