FOX Memories - La battaglia di Santiago: Italia-Cile del 1962

La Coppa del Mondo del 1962 in Cile verrà ricordata soprattutto per quella partita violenta e selvaggia, entrata nel mito come "La battaglia di Santiago".

La rissa durante Italia-Cile del 1962

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Qualcuno se la ricorda? Per i più giovani sarà impossibile perché parliamo di 55 anni fa, mentre per chi conserva immagini o momenti dei primi anni '60 sarà più facile. Ritiriamo fuori testimonianze e foto ingiallite e ricordiamo il match passato alla storia come una delle partite più scandalose della storia dei Mondiali: la battaglia di Santiago. Era il 1962, la cornice quella povera del Cile: era la settima edizione della Coppa del Mondo Jules Rimet. 

Mondiali 1962
Nel 1962 i Mondiali si disputarono in Cile per la settima edizione del torneo

Andò in scena dal 30 maggio al 17 giugno nelle città di Arica, Rancagua, Santiago del Cile e Viña del Mar. Un viaggio tra i luoghi della costa dell'Oceano Pacifico e dell'entroterra cileno. La coppa venne alzata al cielo dal Brasile di Garrincha, Vavà e Didi che bissarono così il successo dell'edizione precedente in Svezia. Curiosità di quel Mondiale: fu il primo a utilizzare il criterio del quoziente-reti, necessario per le situazioni di parità in classifica, e l'ultimo a non disporre di copertura satellitare. Le partite, infatti, non vennero trasmesse in diretta ma registrate e riprodotte nei giorni successivi.

Ai gironi l'Italia, guidata da Paolo Mazza e Giovanni Ferrari, pescò la Germania Ovest, la Svizzera di Karl Rappan e i padroni di casa del Cile. Nonostante gli Azzurri avessero centrato un pareggio all'esordio con i tedeschi (0-0) e una vittoria con la Svizzera (3-0), fu proprio la sconfitta dolorosa - aggettivo più che mai azzeccato - con il Cile a condannarci all'eliminazione. Le polemiche che si sollevarono intorno alla direzione di quella gara furono tante, con l'arbitro Aston finito nell'occhio del ciclone. L'Italia tornò in patria con le ossa rotte e l'amarezza nel cuore.

I Mondiali nel povero Cile

Si può dire che la battaglia che poi sarebbe stata combattuta in campo dai giocatori di Italia e Cile venne anticipata da giornalisti e media italiani, sorpresi della scelta di affidare il Mondiale a un paese con evidenti difficoltà economico-sociali. L'idea della FIFA era quella di riportare la più importante competizione calcistica nel Sud America dodici anni dopo Brasile 1950. L'Argentina era un'altra candidata, sembrava essere lei la favorita per l'assegnazione finale, ma la spinta decisiva del Brasile, che non avrebbe visto di buon occhio una partecipazione a un Mondiale argentino, convinse la FIFA a cambiare idea.

Il Cile si presentava come un paese sottosviluppato e povero, inadatto a organizzare i Mondiali. In più nel 1960, a peggiorare la situazione già critica del Cile, contribuì il Grande Terremoto del 22 maggio, il sisma con la magnitudo più forte del ventesimo secolo (9,5). Nonostante ciò, i problemi organizzativi vennero risolti e gli impianti messi in sicurezza per l'avvio della Coppa del Mondo. Il più grande dei quattro designati era l'Estadio Nacional de Chile che si riempì oltremodo nella sentitissima semifinale contro il Brasile (persa dai padroni di casa 4-2). L'Estadio Carlos Dittborn, invece, venne costruito proprio nel 1962 ad Arica, un porto del nord del Cile, mentre le altre due infrastrutture erano l'Estadio Sausalito e l'Estadio El Teniente, sorte rispettivamente a Viña del Mar e Rancagua.

Estadio Nacional de Chile
La bolgia all'Estadio Nacional de Chile durante la semifinale Cile-Brasile

Era tutto pronto, l'entusiasmo quello giusto per un popolo fiero che non trovava soddisfazione da quando la Coppa del Mondo era nata nel 1930. In Cile non si aspettava altro, poteva essere l'occasione del riscatto sotto il profilo calcistico e l'opportunità di far capire quanto valesse quella nazionale e quella popolazione di fronte all'Italia. In effetti, prima ancora dell'inaugurazione della manifestazione, dal Bel Paese venivano lanciati pesanti attacchi nei confronti del tenore di vita cileno, del disagio che si viveva e della cattiva organizzazione dell'evento. Sulla Nazione e sul Corriere della Sera apparvero articoli di due giornalisti, Corrado Pizzinelli e Antonio Ghirelli, che risultarono offensivi e insopportabili per i destinatari. Il clima si stava riscaldando.

Il Cile è piccolo, povero, fiero. [...] La capitale ha 700 posti letto. Il telefono non funziona. I tassì sono rari come i mariti fedeli. Un cablogramma (messaggio telegrafico trasmesso per cavo sottomarino, ndr) per l'Europa costa un occhio della testa. Una lettera impiega cinque giorni.

E ancora.

In Cile vi è denutrizione, prostituzione, analfabetismo, alcolismo, miseria [...]. Gli abitanti di quei continenti sono dei non progrediti, questi sono dei regrediti.

Parole piuttosto forti che irritarono logicamente i cileni. Non solo la partita contro il Cile, prevista per il 2 giugno, era di per sé già difficile da affrontare per gli Azzurri, ma adesso ci eravamo anche inimicati gli spettatori e i giocatori avversari trasformando la sfida in una vera guerra.

2 giugno 1962: la battaglia di Santiago

Nella partita d'esordio il Cile si era sbarazzato della Svizzera per 3-1 arrivando al meglio alla sfida con l'Italia. La nostra nazionale, invece, dopo il pareggio con la Germania Ovest doveva cercare la vittoria per non giocarsi il tutto per tutto nell'ultima gara del girone. Anche per questo la formazione italiana venne stravolta: calciatori come Buffon, Losi, Maldini, Radice, Trapattoni, Rivera e Sivori vennero sostituiti e lasciati fuori.

In campo ci si affidava all'estro di Altafini e alla velocità di Menichelli per scardinare la difesa cilena. Proprio Altafini era uno dei quattro oriundi convocati nella selezione azzurra insieme a Sivori, Maschio e Sormani. La presenza di giocatori sudamercani naturalizzati italiani era un altro elemento di attrito con il tifo cileno: venivano avvertiti come traditori, e chi era di origine argentina (Omar Sivori e Humberto Maschio) mal visto per l'accesa rivalità tra le due nazionali.

La gestione dell'incontro venne affidata al britannico Ken Aston, travolto anche lui dalla violenza della partita e mai in grado di tenerla veramente in pugno, tanto da essere circondato da voci di corruzione e complotto nei giorni a seguire. Dopo quattro minuti di gioco, Maschio colpì Leonel Sanchez che cadde a terra. Aston non vide il fallo e venne accerchiato dai giocatori.

Ken Aston
I soccorsi al cileno per terra e l'arbitro Aston accerchiato

Altri quattro giri d'orologio e Giorgio Ferrini venne espulso per aver reagito a un fallo con un calcio. Di nuovo il caos. E nella confusione più totale, mentre Aston era impegnato a discutere con Ferrini, Sanchez colpì con un pugno Maschio fratturandogli il naso (in molte versioni si dice che il giocatore cileno chiamò "traidor", cioé "traditore", l'avversario per le sue origini sudamericane) e costringendolo a giocare completamente stordito in quanto le sostituzioni non erano ancora ammesse. Ovviamente la scena sfuggì agli occhi del direttore di gara e non vennero presi provvedimenti. Nel frattempo la reticenza di Ferrini a uscire dal campo costrinse l'arbitro a chiamare i poliziotti cileni che accompagnarono negli spogliatoi il centrocampista.

Humberto Maschio soccorso in campo
Dopo il pugno ricevuto, Humberto Maschio resta a terra e riceve i soccorsi dello staff azzurro

La partita si era trasformata in una vera e proprio battaglia, con scontri di ogni tipo e atti di violenza gratuita. Più che un confronto sul piano della tecnica, intensità e del bel gioco, sembrava di assistere a una selvaggia guerra. E per Aston, così come per i suoi assistenti, era ormai impossibile placare gli animi bollenti dei giocatori. Ogni contrasto diventava l'occasione per vendicare il compagno di squadra.

Proprio l'ennesimo scontro di gioco sulla linea laterale provocò un'altra rissa: ancora Sanchez, dopo aver subito due calci da Mario David che cercava di sradicare il pallone dai piedi del cileno, reagì tirando di nuovo un pugno al difensore italiano. Buon sangue non mente: Sanchez, infatti, era figlio dell'ex campione di pugilato Juan Sanchez. Nonostante la zuffa si produsse sotto lo sguardo del guardalinee, Aston non prese alcuna decisione. 

Le disattenzioni dell'arbitro britannico e i suoi errati provvedimenti acuirono, se possibile, ancora di più la tensione in campo. David alla prima palla utile si vendicò del cazzotto di pochi minuti prima con un fallo definito "omicida". Si lanciò in velocità con la gamba alta per anticipare il pallone in corrispondenza della testa di Sanchez. Un'entrata che finì al secondo posto nella classifica dei 100 falli più pericolosi di tutti i tempi e che convinse Aston alla seconda espulsione del match. Per un attimo lo staff azzurro prese in considerazione l'idea di non far rientrare la squadra sul terreno di gioco per la ripresa. L'Italia resistette arduamente per 75 minuti prima di subire due gol nel finale, compromettendo così il cammino alla fase eliminatoria.

La teoria del complotto

La partita non fu trasmessa in diretta, la tecnologia dell'epoca non lo permetteva. Il filmato della battaglia di Santiago venne mostrato in Italia due giorni dopo. La presentazione dell'incontro nel Regno Unito spettò al commentatore inglese David Coleman che annunciò così il video per la BBCTV:

Buonasera. La partita che state per vedere è la più stupida, raccapricciante, nauseante e vergognosa esibizione calcistica, probabilmente dell'intera storia del calcio.

Subito si iniziò a parlare di complotto e corruzione negli articoli italiani, l'arbitro Aston il più bersagliato. Si puntò il dito sulla sua designazione: perché era stato scelto Aston per quella partita quando aveva già arbitrato il Cile nella vittoria all'esordio? Che uno stesso arbitro dirigesse la squadra organizzatrice nelle prime due partite di un Mondiale è rimasto un caso unico nella storia della Coppa del Mondo di calcio. Va detto, però, che inizialmente doveva essere lo spagnolo Ortiz de Mendíbil il fischietto della sfida, ma gli italiani protestarono perché di lingua spagnola come i cileni. Aston fu accusato di faziosità, di essere corrotto, di aver assunto un comportamento ostile e provocatorio, nonostante fosse a quei tempi uno degli arbitri più abili e rispettati.

Secondo la stampa nazionale, il britannico aveva falsato la partita. Il Corriere dello Sport titolò "Mondiale truffa", mentre il Corriere Sportivo, accanto alla foto di Aston, scrisse: "Grazie a questo arbitro: rapina a Santiago. Mondiali scandalo. Solo così potevano vincere". La Notte rincarò la dose sostenendo che la partita fosse stata "una delle più brutte pagine che lo sport ricordi". Lo stesso Aston, consapevole della pessima direzione di gara, ammise dopo la partita:

Non stavo arbitrando una partita di calcio, ero come un arbitro di cricket chiamato a gestire una manovra militare.

Ken Aston
Ken Aston durante uno dei tanti momenti concitati della partita

La teoria del complotto raggiunse il culmine quando si vociferò che le informazioni riguardo agli articoli offensivi di Pizzinelli e Ghirelli erano state diffuse dai tedeschi, i quali - si diceva - avevano in mano i mezzi di informazione e interesse ad estromettere l'Italia dal Mondiale.

The end

Col passare del tempo le analisi furono più oneste ed equilibrate. All'indomani dei fattacci di Santiago del Cile si erano messi in evidenza solamente i falli e la violenza dei cileni sorvolando sulle scorrettezze degli Azzurri. Si riconobbe la natura rissosa della partita che avrebbe messo in crisi qualsiasi arbitro. Ovviamente la reputazione di Aston in Italia fu rovinata per sempre, tuttavia proseguì la carriera diventando allenatore di altri arbitri nonché inventore dei cartellini gialli e rossi, introdotti nei Mondiali del 1970.

Per quanto riguarda i calciatori italiani, una volta tornati in patria ci fu un lungo riesame degli episodi insieme ad Artemio Franchi, il responsabile della squadra. Franchi tenne un discorso alla Federcalcio con il quale accusò l'atmosfera ostile che si era creata contro l'Italia, una "situazione che aveva impedito alla stessa di esprimere liberamente e serenamente le proprie possibilità". Riparandosi dietro queste scuse nessuno pagò per il disastro cileno, tranne gli oriundi. Giocatori come Sivori, Altafini e Maschio terminarono la loro breve avventura in azzurro.

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