Juventus 2016-17, ovvero come puntare al triplete in cinque mosse

Come ha fatto la Juventus a passare nel giro di cinque anni dal rango di media potenza regionale a quello di superpotenza continentale, che ha messo il triplete nel mirino?

La Juve celebra il gol di Mandzukic al Monaco

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Il primo match ball dell’Olimpico era rimbalzato sulla rete, ma non c’è stato neanche il tempo di angosciarsi. Solo tre giorni dopo, contro la Lazio, è arrivata la 12esima Coppa Italia, contro il Crotone il sesto Scudetto di fila: nessuna squadra italiana era mai riuscita in un'impresa simile. La Juventus 2016-17 ha continuato a guardare tutti gli altri dall’alto del suo attico cinque stelle, con vista panoramica sul triplete. È questa, infatti, la parola che toglie il sonno a tutti i tifosi bianconeri, a cominciare da Andrea Agnelli. Se da quelle parti vincere è sempre stata l’unica cosa che conta, vincere tutto in una sola annata è un sogno umido che finora non si è mai concretizzato, neppure durante l’epoca dorata dei Lippi e dei Platini.

Ma ora si può, eccome se si può. E la soddisfazione sarebbe tripla: non solo si entrerebbe di diritto nel Valhalla del calcio, ma si andrebbe a far scopa col triplete interista del 2010, e, al contempo, si dimostrerebbe ad Antonio Conte che, sì, certo, se ti chiami Juventus è possibile sedersi a un ristorante da 100 euro. Anzi, che talvolta il ristorante ce lo si può direttamente comprare.

Ma come ha fatto un club che solo una manciata di anni fa annaspava nella mediocrità da disturbo post-traumatico da stress a rubare la scena ai tiranni d’Europa? E perché l’anno 2017 potrebbe essere davvero il migliore della storia bianconera?

I segreti della Juventus: programmazione razionale

Pogba, Morata, Vidal alla JuventusGetty
Tre campioni che la Juve ha saputo sostituire magistralmente

La Juventus non naviga a vista seguendo la costa come una trireme, la Juventus segue rotte oceaniche tracciate su mappe affidabili come un galeone spagnolo. Non c’è impulso nella strategia bianconera, non c’è improvvisazione, e soprattutto non ci sono facili sentimenti. A differenza delle sue rivali (di una volta), Inter e Milan, il club di Corso Galileo Ferraris non trattiene i suoi campioni demotivati con rinnovi plurimiliardari: li vende al miglior offerente e con il grasso ricavato si rifà pesantemente il trucco. È successo con Vidal, con Pogba, potrebbe succedere ancora con Dybala. I calciatori vanno e vengono, la Juve resta. Ed è questa la miglior garanzia per continuare a dettar legge.

Allenatore giusto al momento giusto

Allegri Conte JuventusGetty
Allegri e Conte, presente e passato della Juve

Il primo banco di prova di una società è la scelta del nocchiere a cui affidare il vascello – e Suning non ha proprio iniziato nel modo giusto, per così dire. Nel 2011, dopo due settimi posti consecutivi, Agnelli e Marotta hanno deciso di puntare su Antonio Conte. Magari nessuno si aspettava che il leccese fosse il genio della tattica che poi si è dimostrato, ma la sua anima da capopopolo era ben nota e l’idea della dirigenza bianconera fu proprio quella di usarla come detonatore della passione sopita della tifoseria.

Conte li ripagò creando una squadra d’assalto, che strappò lo scudetto a un Milan più forte e fece il vuoto nelle due stagioni successive. Quando finì l’idillio, fin troppo bruscamente, Marotta s’inventò un altro capolavoro: la scelta di Massimiliano Allegri. Accolto con freddezza e diffidenza dalla tifoseria, il tecnico livornese si è poi rivelato il miglior gestore possibile di una squadra sempre più zeppa di campioni e personalità forti. Conte, creativo e guerresco, si è dimostrato perfetto per la conquista; Allegri, flessibile e diplomatico, perfetto per il consolidamento dei confini.

La testa dei campioni in missione 

Buffon, capitano della JuventusGetty
Buffon e l'eterno inseguimento alla Champions League

Il destino non esiste, nel calcio come in nessun altro contesto, e il concetto di “anno giusto” spesso si rivela insidioso e sfuggente. A volte hai una seconda chance quando pensavi fosse finita. A volte, invece, scopri che quel treno che hai perso distrattamente a inizio carriera non ti passerà più davanti. Ciò premesso, è evidente che per molti bianconeri questa assomiglia davvero all’occasione della vita. Per Gigi Buffon lo è quasi certamente, vista l’età anagrafica, ma rischia di esserlo anche per Barzagli, Chiellini, Lichtsteiner, Dani Alves. E i vari Bonucci, Higuain, Mandzukic, Khedira, Marchisio, tutti oltre i 30, sanno che le frecce nella faretra non sono più così numerose. Ora o mai più? Non proprio. Ma se la Juventus 2016-17 è riuscita a elevare ulteriormente il proprio livello, passando da squadra di fascia alta a squadra favorita per la conquista del trono d’Europa, lo deve anche alla fame, alla determinazione, alla volontà dei suoi campioni, consapevoli che uno scenario così favorevole potrebbe anche non ricapitare più.

Panchina lunga

Cuadrado alla JuventusGetty
Cuadrado, chiave tattica di Allegri

Si dice spesso che per saggiare la reale consistenza di una squadra bisogna guardare alla sua panchina. La prima Juve di Allegri, quella che perse la finale col Barcellona, non era inferiore a questa, non negli undici titolari. A una difesa sostanzialmente immutata (ma più vecchia di due anni) si aggiunge un centrocampo indebolito e un attacco rafforzato. La vera differenza, oltre che nella testa, sta nelle alternative di cui dispone il tecnico. Poter disporre, in caso di infortuni o a gara in corso, di gente come Cuadrado, Marchisio, Benatia, Lichtsteiner, Pjaca, è un lusso che possono permettersi in pochi. E quei pochi si giocano la Champions League un anno sì e l’altro pure.

Concorrenza decaduta

Suarez, Messi, IniestaGetty
I blaugrana escono a testa bassa dopo l'eliminazione per mano della Juve

Il calcio è un gioco di contrappesi e se tu ti rafforzi significa che qualcun altro si è indebolito. Mentre la crescita della Juventus è stata costante, le sue avversarie sono, nel migliore dei casi, rimaste al punto di prima o peggiorate. Delle quattro squadre che hanno dominato l’Europa negli ultimi anni – Real Madrid, Barcellona, Bayern Monaco, Atletico Madrid – solo quella bavarese è rimasta più o meno ai suoi livelli, benché abbia finito per pagare l’usura di Ribery e Robben. Le altre sono tutte calate. Il Barcellona continua ad avere un attacco atomico, ma corre di meno di prima, il centrocampo è l’ombra di quello che fu e la difesa fa acqua da tutte le parti. L’Atletico di Simeone ha perso parte della ferocia di due-tre anni fa, dietro non è più imperforabile e non ha saputo trovare un’alternativa offensiva ai gol di Griezmann. E, sì, anche il Real Madrid è meno forte del 2014. Non ha più Xabi Alonso, non ha più Di Maria, non ha più Khedira, Bale passa più tempo in infermeria che in campo, Pepe inizia a sentire l’età, Varane si è smarrito. Certo, c’è sempre Cristiano Ronaldo che segna valanghe di gol, e pazienza se per qualcuno nella Juve farebbe panchina. Ma è fuori questione che i bianconeri abbiano ricucito il gap e che ora possano guardare il mostro portoghese dritto negli occhi.

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