NBA, Harden troppo in lunetta: il problema dello shooting foul

In questi playoffs NBA tiene sempre più banco il problema dello shooting foul. Quando è fallo del difensore? Quando è colpa dell'attaccante? Proviamo a far chiarezza.

I tanti contatti che subisce James Harden

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I playoffs NBA, oltre che mettere davanti agli occhi degli appassionati uno spettacolo unico per fisicità, talento e potere dei giocatori, pongono sempre sul tavolo anche diverse criticità. Nel momento in cui vincere diventa un qualcosa da cui non si può prescindere, il fine giustifica i mezzi. Spesso questi mezzi vanno a colpire quelle zone d’ombra del regolamento che, se esasperate, possono creare o un grosso vantaggio o danno.
L’anno scorso c’è stata l'enfatizzazione dell’ “Hack-a-someone” dove il filone aperto da Gregg Popovich ha fatto proseliti portando a spezzoni di partita onestamente improponibili e con un ritmo talmente spezzettato da far impallidire il football NFL.
Nel primo turno di questi playoffs c’è un nuovo cavillo che fraziona meno il gioco rispetto al predecessore, ma in alcuni casi garantisce eccessivi meriti o dividendi ad attaccanti furbi.

Lo “shooting foul” è semplicemenete diventato il topic della serie tra Thunder e Rockets, vinta meritatamente da questi ultimi per 4-1.
Tralasciando le prestazioni irreali e solitarie di Westbrook, le schermaglie con il mondo sempre al limite di Beverly e la sontuosa prestazione di Nenè in gara 4, si deve notare come lo scontro tra James Harden e Andre Roberson abbia sbattuto in faccia all’NBA un altro aspetto regolamentare da collaudare.
Harden è maestro nel cercare il contatto, procurarsi falli e andare in lunetta. Quando penetra bisogna decidere se provare ad allungare le braccia per fermarlo correndo il rischio di un and one piuttosto che provare a limitarlo senza (cosa molto complicata). Ora questo rebus si è ampliato ed è arrivato sino alla linea del tiro da tre.

Westbrook attacca il ferro

NBA foul or not?

Non vogliamo trarre delle conclusioni, quindi ci limitiamo ad analizzare i fatti. In questo video Harden gioca un pick and roll contro Andrew Wiggins, prova a girare l’angolo e nel momento in cui lo fa arriva l’hand check. In quel momento lui mima il gesto di tiro, ma a contatto già ampiamente speso. Fallo di Wiggins? Possibile. Tre tiri liberi? No.

Anche nel video qui sotto il protagonista è sempre Harden. Passa la metà campo con la difesa allungata di Roberson, sportella per difendere la palla e nel momento in cui arriva alla linea del tiro da tre, spinge il difensore che rimbalza sul bloccante e lo colpisce per un altro fallo da tre tiri liberi. La domanda è: chi ha provocato il contatto? È plausibile che chi lo abbia provocato inizialmente, possa essere il beneficiario della reazione che il contatto stesso ha creato? Probabilmente la risposta sta nella domanda, ma la valutazione arbitrale è quasi sempre andata a favore dell’attaccante.

Pump fake e invasione del cilindro

Un’altra questione spinosa e decisamente poco chiara è l’interpretazione del contatto tra attaccante e difensore quando quest’ultimo lascia il terreno abboccando a una finta. La distinzione primaria riguarda il salto del difensore, perché se questo lascia il terreno ma occupa una posizione nel suo cilindro ha tutto il diritto di non essere punito. Il problema nasce quando è l’attaccante che si butta letteralmente nel cilindro del difensore in salto per lucrare un fallo da tiri liberi. Qui deriva il lodo che l’associazione arbitrale dovrà risolvere assieme al cosidetto Reggie Miller foul (calcetto largo sul difensore in recupero ndr). L’interpretazione è molto poco continua e nella stessa partita (prendiamo sempre Thunder-Rockets viste le innumerevoli volte in cui è capitato) è successo a Russell Westbrook di venir premiato oltre i propri meriti per l’azione che vi abbiamo appena descritto e successivamente “penalizzato” per un non fischio sulla stessa situazione.

Discorso analogo potrebbe essere fatto per quest’azione dove Roberson ha le braccia alte, di sicuro non dritte nel proprio cilindro, ma ferme e Harden le va deliberatamente a cercare per subire un contatto sul tiro da tre punti. Il contatto c’è ed è insindacabile, ma torniamo all’inizio della discussione: chi crea il contatto e chi ne trae un beneficio? Lo stesso merita questo beneficio e in che misura?
Sono tutte risposte che chi conosce e analizza nel profondo il regolamento dovrà dare, perlomeno per mettere nelle condizioni gli arbitri di poter valutare in modo coerente ogni situazione, consentendo poi ai giocatori di sapere perfettamente qual è la linea sino a cui possono spingersi per non incappare in penalità. Le regole non sono fatte per avere zone grigie e il bianco o il nero aiutano tutti a interpretare al meglio il gioco.

 

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