Io sono Leader: Lionel Messi, El Mesías

La leadership della Pulce si esprime come una rivoluzione fisica, una trasformazione totale, di Barcellona e del mondo: e ne sente tutto l'indicibile peso.

1k condivisioni 0 commenti

di

Share

Non è una cosa che puoi incontrare per strada. O forse sì, certe persone, anche persone qualunque, sprigionano un carisma innato, automatico, misterioso. Deve avere a che fare con un passato mitico, alla luce delle fiaccole. Deve avere a che fare con chi guidava perché non aveva alternativa, e non ne lasciava. Senza obblighi espressi a voce, ma per un qualche tocco innato, una fiamma che ardeva dall'interno. Il concetto di Leadership nel calcio, il più ancestrale dei nostri sport, ha una sua naturale evoluzione. Il racconto della Leadership arriva alle due facce della Liga Spagnola. Non può che partire da Lionel Messi, il Messia del Barcellona. 

Chi ha messo il peso del mondo sulle mie spalle? 

Lionel Messi ha un concetto di leadership tutto suo personale, e personalistico. A Barcellona ha tanti nomi, ma più o meno sussurrano i canterani tra loro, "Messi è un Jefe". El Jefe per eccellenza sarebbe Mascherano, altra faccia della stessa medaglia. Semplicemente il Capo. Significativo che questo soprannome fiorisca a Barcellona.

Nella patria di un sentire comune collettivo, quasi da comune, della forza del gruppo contro lo strapotere del Re, della forza della famiglia Barcellonista con i suoi valori contro l'individualismo sfrenato del Real Madrid. Jefe, significativo dicevamo, perché nella storia a parte un chitarrista punk e un dittatore dominicano, El Jefe per antonomasia è Fidel, Fidel Castro. Di cui si conoscono più o meno le derive, ma che ha innegabilmente scritto una pagina di storia rivoluzionaria, o controstoria, pazzesca da raccontare.

La stessa controstoria del calcio che scrive Lionel Messi ogni giorno, tranne contro la Juventus, che ha scritto in ogni suo tocco, dalla sua infanzia, alla sua crescita imposta. Fino ad oggi. "Se Messi non vuole che quel canterano scelto dallo staff si alleni in prima squadra, semplicemente quel canterano deve andare via", mormorano gli ex canterani. Ma non sono le malelingue, e ne girano, e non sono i numeri di Messi ad interessarci. Quelli potete trovarli ovunque. Ma in che cosa si esprime la sua antileadership, la sua rivoluzione personale?

Messi e la revolución di calcio a Barcellona

Non nel fisico, per quanto abbia cercato di machizzare la sua immagine con una barba molto revolucionaria. Ha qualcosa a che vedere con il suo impatto sul mondo. La sua Leadership è fisica, nel senso che ha nel suo impatto innaturale con la fisica il suo punto di forza. Per citare De Andrè, sembra di vederlo chiedere al mercante di calcio: tu che hai visto Messi, cosa ti compri di migliore? Messi a volte ridicolizza il nostro concetto di calcio, come solo un altro giocatore, Diego Armando Maradona, riusciva a fare. Ha a che fare con un concetto ancestrale: a volte i leader sono magici.

Pensate che cambio di comunicazione: dalla Messianesimo dilagante ad un taglio più rock, da barber shop, da Greenday. Che fa rima con i tatuaggi che si sono accumulati, come i gol, gli scandali, e le malelingue, e le pulsioni di rinnovo, intorno al suo capo. Del Messi ha sicuramente qualcosa: viene tradito, a volte, perfino da chi gli sta più vicino. Mesìas, come un Mesìas. Sei un Mesias, un Messia, gli dicono da bambino. 

Ora penserete. Si sente un Dio in terra Leo Messi. Lui può. Lui può tutto. Fatevi una rapida carrellata delle sue espressioni al Barcellona. Non è che dovete abitargli in casa, seguirlo, stalkerarlo, basta cercarle su Google. Varia sempre tra l'accigliato - concentrato, una specie di mare cupo, dove tutti possono annegare, dove sicuramente annega il calcio come lo conosciamo. Non si sente un Dio in terra, forse ne sente solo il peso indicibile. 

Messi a letto è un corpo morto

lo blandiva teneramente qualche tempo fa una sua ex amante (vera o presunta). Sicuramente è un corpo mortale, nei due sensi di attaccabile, anche in maniera rovinosa. E letale, per i suoi avversari.

"Irmao" ed il peso del calcio

Il calcio è escluso dal suo concetto di relax. Non lo vive con joja, come ha fatto Ronaldinho, o faceva Cafù. Anche se ha una certa connessione con i mondi carnevaleschi dei brasiliani del Barça (ha anche un soprannome, "Irmao", fratellino, leggenda vuole sia stato elargito da Ronaldinho in persona). Ma con i brasiliani, con il loro concetto atavico di calcio, non ha nulla. Lo vive come una tensione indicibile. Il suo volo verso la perfezione è arcuato, metallico, cupo.

Non è che non sorrida (comunque sembra sempre una pausa tra una tensione e un'altra), è che il calcio per lui è alta tensione. Quando ride sembra grato che qualcuno lo abbia allontanato dai suoi fantasmi interiori. Anche parlare lo distrae. Ma parla poco, perché in fondo si distrae poco. Soprattutto dai suoi fantasmi, ammesso che sappia di averli.

Ha una qualche profonda connessione con tutto il mondo Barcellonista. Nel senso in cui lo intendeva, anche politicamente, Pep Guardiola. Un'enclave anti-divistica, una colonia di felici pochi dove tutto è comune, il talento, le vittorie, il sentire, l'apparire. Praticamente il genere di posto che Ibrahimovic farebbe saltare in aria con la dinamite. E infatti è andata più o meno così. Una terra catalana forte e orgogliosa, orgogliosamente lontana dal resto della Spagna. Speciale, ma in continua tensione per una separazione netta, rigida. Non inclusiva, espansiva. Con una qualche idea di clausura, rivolta cupa, vendetta contro un corpo troppo piccolo, una struttura che avrebbe potuto premiarlo di più. Ah, parlavamo di Messi, e del Barcellona insieme. Perché le due storie sono talmente mischiate, appaiate, fuse, che a volte non si riesce a distinguerli. Messi sente tutto il peso del mondo come il Barcellona sente tutto il peso di una storia rivoluzionaria che ora, agli sgoccioli, rischia di schiacciare tutto. Di non riuscire più a parlare, cantare, come è successo ieri, contro la Juventus. 

Chi lo conosce, ne ha parlato qualche tempo fa, ad esempio, Lucas Biglia, il centrocampista della Lazio, suo compagno di nazionale, lo descrive come calmo. Sempre calmo. La stessa calma che lo porta a rovesciare fuori tutta la tensione in conati estremi nei tunnel e negli spogliatoi. La stessa calma insita nel suo concetto di Leadership: definitiva (ne sa qualcosa Icardi), austera (ne sa qualcosa Icardi), elevata, immensa. Messi forse il calcio lo vive male. Ma lo fa bene, maledettamente bene. Come se fosse nato da sempre, per sempre, per essere, a suo modo, in un suo modo cupo, il Messia che Barcellona merita, che il mondo aspettava, che il Real Madrid teme, in un eterno Clasico che ciclicamente si rinnova. A cui contrappone il suo personale anticristo. Un uomo chiamato Cristiano Ronaldo, CR7. Ma questa è già, un'altra storia, anche se strettamente connessa, quasi che l'uno, in realtà non potesse fare a meno dell'altro. Come se ognuno, alla fine, fosse il Messia che ciascuna città, popolo, anima, acclama, adora.
In definitiva merita.

Share

Commenta

Ti potrebbe interessare anche:

Questo sito internet utilizza cookie tecnici e di profilazione, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza di navigazione, analizzare l’utilizzo del sito e per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Puoi saperne di più o per negare il consenso ad alcuni a tutti i cookie clicca qui Informativa sui Cookies. Chiudendo questo banner, cliccando in seguito o continuando a utilizzare il sito, acconsenti all’utilizzo dei predetti cookie.