NBA, Warriors primi a ovest in un trienno di completo dominio

Negli ultimi tre anni i Warriors hanno distrutto ogni record NBA, vinto partite senza sosta, ma ora devono vincere il loro secondo titolo con tutti i favori.

Gli Splash Brothers e il dominio Warriors

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Ci sono le buone squadre, le ottime squadre, le dinastie e quelle che hanno cambiato il modo di concepire la pallacanestro, sdoganando idee e fondamenti facendoli diventare legge. Questi sono i Golden State Warriors che hanno vinto un titolo NBA, giocato una finale persa dal vantaggio di 3-1 e sono lanciati per giocarne un’altra con ben più possibilità di vincerla.
Nella notte scorsa hanno battuto i Phoenix Suns nel segno di Steph Curry, con i suoi 23 punti nel solo primo quarto andando oltre quota venti in dodici minuti per la diciannovesima volta in carriera. Questo gli è costato dei trattamenti durante l’intervallo che lui ha definito propedeutici ad alleviare lo stress di alcune brutte cadute. In quest’occasione (e non solo) è tornato il Curry che si sa portare sulle spalle l’intero peso offensivo della squadra, segnando la via, chiudendo i conti e lasciando che anche i compagni potessero trarre energia da lui.

Ha chiuso con 42 punti e 11 assists nella seconda partita di carriera in cui scollina sopra i 40 e 10 (l’altra contro i Blazers nel 2015). Se pensiamo che questo risultato è arrivato senza le tre ali più forti della squadra (Durant, Green e Iguodala), assume un valore ancora maggiore, sebbene dall’altra parte ci fosse una squadra con la scritta tanking ben in vista sulla panchina. Con la concomitante sconfitta dei San Antonio Spurs contro i Lakers in un’inopinata (quanto deleteria) vittoria gialloviola, i Warriors si assicurano così il primo posto a ovest e il vantaggio del fattore campo per tutti i playoffs per il terzo anno consecutivo.
Le ultime tre partite saranno ininfluenti al fine del risultato, ma dovranno rimettere in campo Kevin Durant, assente ormai da un mese:

Dovremo essere bravi a gestire i minuti. –dice Kerr- Cercheremo di non sovraccaricare nessuno e far riposare i nostri uomini chiave, ma vogliamo reinserire Kevin al meglio possibile e soprattutto non perdere ritmo a chi è stato in campo in questo periodo.

Mente e braccio di una dinastia

Nella storia NBA

Negli anni della gestione Kerr, Golden State non si è accontentata di dominare la lega con il proprio gioco spumeggiante, divertente, spettacolare, ma al contempo incredibilmente efficace. Dopo la vittoria del primo titolo il coach ha avuto una dedica particolare a Mike D’Antoni e al suo modo d’intendere il basket come chiara ispirazione per questa squadra, ma se prima sembrava un metodo zemaniano dove ci si diverte molto ma non si vince mai, Kerr ha elevato questo concetto rendendolo un’arte di vincere. È l’unica squadra nella storia NBA a compilare tre stagioni consecutive con almeno 65 vittorie, mettendoci in mezzo anche l’incredibile record di 73 nella scorsa stagione che ha riscritto una pagina di storia, ma che è costata le energie sufficienti per fare l’ultimo passo e vincere.


Hanno il miglior differenziale tra vittorie e sconfitte in un periodo di tre anni dai Celtics 1983-86 e il maggior numero di vittorie in trasferta in assoluto.
Ci sono stati infortuni, riposi programmati ma il risultato non è mai cambiato, anche quest’anno che è arrivato Kevin Durant a migliorare ancor di più una formazione da 73 vittorie. KD è rimasto fermo un mese e la squadra ne ha vinte 13 di fila (striscia ancora aperta). Così sembra davvero impossibile fermarli.

Green potrebbe esser la chiave dei Warriors

Roster of death

Kerr nella scorsa stagione ha istituito quello che poi è stato ribattezzato lineup of death con Draymond Green da cinque e le bocche da fuoco intorno a lui. Nessuno poteva anche solo provare ad avvicinarsi al rendimento di un quintetto tanto anticonformista quanto dominante.
In questa stagione, se possibile, le cifre vanno ancora di più in quella direzione.
Se consideriamo la classifica del plus/minus totale varrebbe il pensiero di chiudere qui il campionato e assegnare l’anello di campioni NBA ad honorem.
I primi quattro in questa categoria statistica sono tutti Warriors: Curry +979, Green +816, Thompson +772, Durant +653. Dietro c’è la mosca bianca Chris Paul a +524, tallonato da Iguodala con +514. È facile capire che il lineup of death abbia trovato un’altra declinazione che, se vogliamo, è ancora più stritolante della precedente.


La prova di forza dei Cavs, quindi, è di sicuro valore con Boston che probabilmente ha capito quanto gap ci sia tra il mondo dell’Est e i Cavs, ma nonostante LeBron, Kyrie e tutto quello che gira intorno, non vedere la parata nella Bay Area con queste premesse e questa squadra, sarebbe perlomeno uno choc.
Let Warriors be Warriors e buoni playoffs (a noi che guardiamo).

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