NBA, l'All Star Game è una delusione. Urgono cambiamenti

La sfida tra Eastern Conference e Western Conference del 2017 ha deluso enormemente: 374 punti segnati, zero difese e ancor meno intensità. La NBA cambierà?

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Notte delle stelle, per la NBA. Peccato che ormai, anno dopo anno, la Sunday Night dell'All Star Weekend stia perdendo sempre più valore. Difese praticamente nulle, intensità ai minimi storici e pubblico a tratti spazientito. È giunta l'ora di cambiare qualcosa? Arriviamoci con calma, prima vediamo quello che è successo in campo.

Davis meglio di Chamberlain

Pronti, via, ed è subito canestro ad ogni azione. Il tabellone segnapunti sembra più che altro il contachilometri di una Ferrari, e sarà così dal primo all'ultimo secondo di gioco. Nei primi minuti l'unico a metterci un po' di intensità difensivamente è Kawhi Leonard (che giocatore, riesce a difendere anche se non vuole), ma sembra quasi che gli altri lo guardino male pensando: "Ma che fa, difende ad un All Star Game?". E infatti saranno solo 14 i minuti giocati dal numero 2 di San Antonio, per la felicità di Gregg Popovich da casa. Anche l'esordiente Giannis Antetokounmpo dimostra di voler mettere in campo tutte le sue doti, nonostante si tratti di una sfida poco più che amichevole (alla fine saranno 30 punti in 22 minuti per il greco di origini nigeriane). Da segnalare anche l'alley oop di Durant a Westrbrook, che stempera così la tensione accumulata tra i due dopo il passaggio di KD a Goldens State.

Sono però altri due i protagonisti assoluti della serata. Uno ha segnato solo tre punti in due minuti, ma proprio mentre si giocava questa partita è stato ceduto dai Sacramento Kings ai New Orleans Pellicans. Trattasi di DeMarcus Cousins, centro americano dotato di grandi doti fisiche e da ben 7 anni ai Kings. Non se lo dimenticherà, questo All Star Game. Nemmeno Anthony Davis si scorderà presto questa serata. Il padrone di casa e prossimo compagno di Cousins ha fatto registrare il record di punti in un All Star Game mettendone a referto 52 e superando così un certo Wilt Chamberlain (fermo a quota 42 nel 1962), facendo vincere la Western Conference e sollevando di conseguenza il premio di MVP. Però, c'è un però...

Tempo di cambiare?

Con quest'ultimo All Star Game si è davvero toccato il fondo. Oltre ai quasi 400 punti segnati c'è molto altro, poiché dal secondo quarto in poi nessuno ha più tentato una giocata difensiva, nessuno ha provato a metterci intensità in qualunque zona del campo e il risultato sono stati i cori degli spettatori che al grido di "defense-defense" hanno provato a far capire ai giocatori che sì, è bello veder schiacciare, ma anche una stoppata o una palla rubata esaltano le folle. Anche da casa il divertimento è stato minimo. Parliamoci chiaro, la NBA è bella anche e soprattutto perché spettacolare, ma per quello è stato messo apposta l'All Star Saturday, no?

La gara delle schiacciate, che anticipa sempre di un giorno la partita delle stelle, in principio aveva il compito di esaltare il pubblico per la spettacolarità e l'estro dei partecipanti (cosa che fa tutt'ora), ma così facendo non risulta più l'apice dello show. Non si finirà nel banale citando i tempi di Magic Johnson o di Michael Jordan, nei quali la gara della domenica contava eccome, ma è palese che andare avanti così sarebbe deleterio. Cosa può fare la lega professionistica più famosa al mondo per rimediare? Basterebbe una specie di ordine ai giocatori per cercare di motivarli? Quel che è certo è che a tutti farebbe piacere vedere giocatori di così alto livello giocare insieme al massimo delle loro potenzialità. Altrimenti dov'è il senso di tutto ciò?

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