Liga, Boateng: "Sembravo 50 cent, poi ho capito chi volevo essere"

In una bella intervista al Guardian, il ghanese racconta del suo periodo al Milan, degli sforzi per combattere il razzismo e dell'incontro con il grande Mandela

Kevin Prince Boateng

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Alla soglia dei 30 anni, Kevin-Prince Boateng sta vivendo una seconda giovinezza. Il fallimento dell'esperienza in Germania con lo Schalke 04 e della sua seconda incarnazione milanista sembravano aver definitivamente chiuso l'esperienza ad alti livelli del ghanese. E invece, nell'angolo più remoto d'Europa, nelle Isole Canarie, Boateng non ha trovato uno scomodo confine dove svernare, ma una dimensione che lo ha restituito all'attività che più gli piace, nonostante le molte facce indossate nel corso della sua carriera: quella del calciatore a tempo pieno. Più maturo, più saggio di quello che avevamo conosciuto ai tempi del suo primo approdo in Italia, dopo il Mondiale sudafricano, e soprattutto quello che gli inglesi conobbero ai tempi della sua permanenza in Premier League:

All'epoca spendevo quantità incredibili di soldi in macchine, vestiti, locali notturni. Cercavo di comprare la felicità. Non potevo giocare a calcio e così mi compravo una Lamborghini, che mi rendeva felice per una settimana e poi me la dimenticavo. Ho ancora una foto di quei tempi: tre macchine, una villa, sembravo il rapper 50 Cent. Ora la riguardo e mi dico: "Quanto sembravi stupido". Poi un giorno mi sono svegliato, mi sono guardato allo specchio e mi sono detto: "Questo non sono io. Io sono un calciatore". Ma quei momenti mi hanno reso ciò che sono ora. Ho imparato, sono cresciuto.

Nel corso della lunga e interessante intervista concessa al Guardian, Kevin-Prince Boateng si è concentrato soprattutto su un argomento sgradevole, doloroso, quanto necessario da affrontare, su cui si è già speso in prima persona più volte: quello del razzismo. L'ex milanista, in particolare, racconta di quella volta che si trovò a parlare al Palazzo di vetro dell'Onu:

Mi ero preparato per cinque giorni, praticamente 24 ore al giorno. Lei (Navi Pillay, l'alto commissario dell'Onu per i diritti umani, ndr) mi toccò la gamba e mi disse di star tranquillo, che sarebbe andato tutto bene. "No che non andrà tutto bene", pensavo. C'erano 60 telecamere davanti a me che mi stavano riprendendo. "Oh, mio dio", pensai. Iniziai balbettando qualcosa, poi presi il ritmo. Quando finii, tutti erano in piedi ad applaudire. Mi dissero che non era mai successo.

Tenere un discorso alle Nazioni Unite non è esattamente cosa da tutti e di tutti i giorni. Ma quando si guarda oltre l'impatto emotivo di quell'esperienza, ciò che rimane nei ricordi di Boateng è soprattutto l'amarezza per ciò che si sarebbe potuto fare e che invece non si è fatto:

Se parli alle Nazioni Unite raggiungi il mondo intero, ma è una cosa di un giorno: quello dopo è già dimenticato. Pensano che il lavoro sia finito, ma in questi casi il lavoro non finisce mai. Abbiamo visto cosa è successo a Balotelli a Bastia. Lui è un mio caro amico e mi ha detto che è stato scioccante. "Cosa faccio, scrivo qualcosa su Instagram o Twitter?", mi ha detto. Non può battersi da solo contro il razzismo. Dobbiamo lottare più duramente. Blatter e la Fifa volevano cambiare qualcosa. Guardiola, Rio Ferdinand, Ronaldo, tutti hanno dato il loro appoggio. Dobbiamo fare qualcosa: il razzismo va ben oltre il calcio, ma il calcio è una piattaforma da sfruttare. E invece hanno chiuso la task force, non si sa bene per quale motivo. Abbiamo messo sul tavolo tante idee, ma non è cambiato nulla. Il "no al razzismo" non può limitarsi agli spot pubblicitari. Tra l'altro, adesso in quello spot io non ci sono più, sarà perché gioco al Las Palmas. Ovviamente ci sono grandi giocatori come Ibrahimovic, Ronaldo, Neymar, Messi, ma cosa hanno fatto loro per la lotta al razzismo? Buffo, avevano l'unico giocatore che aveva parlato all'Onu e l'hanno lasciato fuori...

Leggi razzismo e inevitabilmente pensi a Nelson Mandela, forse la testimonianza incarnata più forte della lotta alla più odiosa delle discriminazioni. Un uomo che Boateng ammirava incondizionatamente sin dalla giovinezza, che ebbe il privilegio di conoscere durante i Mondiali in Sudafrica nel 2010, e da cui ricevette la più sorprendente delle proposte:

Ho sempre sognato di conoscere tre persone: Muhammad Ali, Michael Jackson e Nelson Mandela. Sono riuscito a incontrare solo quest'ultimo: è stata pura gioia. Mandela è stato imprigionato per 27 anni solo perché aveva lottato per i suoi diritti, eppure se ne stava lì senza alcuna mostrare alcun livore. Avrebbe dovuto essere infuriato contro il mondo intero, ma non lo era. Sedeva tranquillo, salutando tutti. Ti dava un senso di pace. In Sudafrica, durante i Mondiali, ero un po' una star, tutti mi chiamavano David Black-Ham e andavano pazzi per me. Lui mi strinse la mano, mi tirò a sé e mi disse: "Mia figlia vuole sposarti". Io gli risposi che purtroppo ero già fidanzato, ma lui mi disse: "No, no, ne ho anche altre più belle". Ridevano tutti. Purtroppo sono riuscito a fare solo una foto insieme a lui, perché il flash gli faceva male agli occhi.

C'è anche tempo di parlare di Milan, il club a cui Boateng ha legato maggiormente il suo nome:

Firmai il giorno dopo Ibrahimovic, poi arrivò anche Robinho, e in quella squadra c'erano già Seedorf, Pirlo, Ambrosini, Ronaldinho, Gattuso, Thiago Silva, Gattuso. Erano tutti lì. Stavo facendo i test atletici e pensavo: "Non è possibile, è un sogno". Telefonai a mio fratello maggiore e gli dissi che c'era Pirlo seduto accanto a me, e lui mi disse: "Fagli una foto!". E quando seppe che avrei utilizzato il vecchio armadietto di David Beckham non ci voleva credere e ho dovuto spedirgli una foto anche di quello. Quel Milan aveva fenomeni in ogni zona del campo, e la cosa incredibile è che ci giocavo pure io. Iniziai in panchina, ma riuscii a farmi strada fino alla formazione titolare. Tutti avevano tecnica e talento; il meno dotato era Gattuso, che però correva come un invasato per 120 minuti. Io provai a dare quello che avevo, corsa, spirito combattivo, fino al punto che la gente mi identificò proprio come il nuovo Gattuso.

Kevin Prince BoatengGetty
Boateng al suo arrivo al Las Palmas

Quel Milan era soprattutto Zlatan Ibrahimovic:

Uno si immagina Zlatan come una persona arrogante e per nulla amichevole, ma è l'esatto contrario: ride e fa scherzi tutto il tempo. Sul campo è molto serio e professionale, ma fuori è il tipo più divertente che abbia mai conosciuto. La sua immagine pubblica è tutta una montatura, si comporta così perché vuole scoraggiare i giornalisti dal fargli domande! Ronaldinho invece è esattamente come appare: sempre sorridente, sempre felice. Vince, perde, segna tre gol: è sempre felice. Lui vuole solo giocare a pallone. Ecco perché è stato il migliore: non sente la pressione. E all'epoca non aveva nulla da dimostrare.

E se quella in cui Boateng ha giocato e (almeno inizialmente) brillato era sostanzialmente la squadra di Ibrahimovic, il Milan moderno, quello che ha impresso la sua traccia sul mondo per tre decenni, è stato indiscutibilmente la squadra di Silvio Berlusconi:

Berlusconi è un tipo fantastico, avevamo un rapporto speciale, un legame profondo. Mi considerava la piccola stella che aveva portato lui e mi incoraggiava a tirar fuori quello che avevo dentro. Al Milan ho vissuto le stagioni migliori della mia carriera e lui è stato quello che mi ha spinto a rendere in quel modo. Sa di calcio, ha vinto 30 titoli. Si leggono tante storie su di lui, ha fatto questo, ha fatto quest'altro. Ma la realtà che quando lo incontri brilla di luce propria, eppure è lui che fa sentire speciale te, non il contrario. Questo è il suo grande dono, ed è per questo che la gente votava per lui.

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