Trump e i divieti sull'immigrazione: cosa succede al calcio Usa?

Mentre negli Stati Uniti (e non solo) si levano le proteste contro il decreto firmato dal presidente americano, il soccer s'interroga sulle possibili conseguenze.

Donald Trump, neo presidente degli Usa

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Manifestanti in piazza, condanne da cariche e istituzioni prestigiose. La sensazione è che l'ondata di proteste contro il decreto, firmato venerdì scorso da Donald Trump, sia appena all'inizio. Naturale, dal momento che il neo presidente degli Stati Uniti ha appena dato il via all'ordine esecutivo più discusso degli ultimi anni: promosso come utile alla "protezione della Nazione contro l'ingresso di terroristi stranieri", è stato subito ribattezzato dai contestatori come decreto "anti-immigrati". Comprenderne il motivo non è complicato: le nuove misure vietano l'ingresso negli Usa (a tempo attualmente non determinato) ai cittadini siriani; sanciscono un divieto di 90 giorni per i cittadini di Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan e Yemen, sette paesi cioè a netta maggioranza musulmana; obbligano i cittadini titolari di Green Card (per i residenti permanenti) o di permesso di soggiorno, che si trovino attualmente all'estero, a ottenere un pass speciale per poter rientrare negli Stati Uniti; sospendono per quattro mesi il programma per l'accoglienza dei rifugiati.

L'elezione di Trump ha fin da subito creato un moto di proteste nelle principali città americane

Appena emanato il provvedimento, gli aeroporti sono andati nel caos per gestire i singoli casi dei passeggeri; New York e la Casa Bianca a Washington sono stati teatro di dure proteste; alcuni giudici statali hanno bloccato in parte l'applicazione istantanea di una parte dei divieti; il capo della commissione Onu per la tutela dei diritti dell'uomo, Zeid bin Ra'ad Zeid al-Hussein, ha bollato il decreto come "illegale" e "meschino". Trump, dal canto suo, continua a difendere a spada tratta uno dei suoi cavalli di battaglia della campagna presidenziale. Ma cosa c'entra tutto questo scenario con lo sport e, nello specifico, con il calcio? Due i motivi principali: la levata di scudi dei giocatori delle Nazionali maschile e femminile, ma soprattutto le conseguenze per i calciatori provenienti dai Paesi sulla "lista nera" americana.

Il capitano degli Usa Michael Bradley ha espresso la sua preoccupazione per il decreto Trump

Dalle selezioni americane, dicevamo, si sono sollevate diverse voci contrarie alle misure di Trump. La più altisonante è quella di Michael Bradley, capitano della Nazionale di Bruce Arena e del Toronto. Dopo aver rilasciato un'intervista a Sports Illustrated, l'ex centrocampista di Chievo e Roma ha rilanciato con ancora più forza su Instagram tutta la sua preoccupazione:

Dopo 15 minuti di intervista, incentrati sul calcio e sulla nostra Nazionale, mi è stato chiesto un parere sul divieto contro i musulmani del Presidente Trump. Una domanda sacrosanta, ma che mi ha preso totalmente alla sprovvista. Dal momento che è complicato esprimersi su temi così importanti senza poterci ragionare il tempo necessario, ho cercato di chiarire che, come comprendo il bisogno di sicurezza, allo stesso tempo ritengo che i valori e gli ideali del nostro Paese non dovrebbero mai essere sacrificati. Ci credo davvero, ma sono stato troppo soft. Ciò che non ho detto è quanto sia triste e imbarazzato.

Bradley illustra ancora più nello specifico il suo netto disappunto:

Quando Trump è stato eletto, speravo solamente che si sarebbe comportato in maniera diversa rispetto alla campagna elettorale. Che tutta quella retorica xenofoba, misogina e narcisistica sarebbe stata rimpiazzata con un approccio più moderato per guidare il nostro Paese. Mi sbagliavo. E il divieto per i musulmani è solo l'ultimo esempio di qualcuno che non potrebbe mai essere così poco in sintonia con il nostro Paese e con il giusto modo di guidarlo.

Un'altra colonna del soccer a stelle e strisce, l'attaccante della selezione femminile Alex Morgan, è stata molto più diretta nel suo grido di allarme su Twitter:

Sono scioccata e incredula rispetto al #MuslimBan. La storia non ci ha insegnato nulla???

ei Kamara è invece un attaccante che milita nella Major League Soccer, tra le file dei New England Revolution. Nazionale della Sierra Leone ma in possesso anche del passaporto statunitense, a 14 anni lasciò con la famiglia il suo Paese di origine per essere accolto come rifugiato in California del Sud. Una storia rivendicata con orgoglio su Instagram, dove ha pubblicato una foto che celebra il melting pot americano:

Ero un rifugiato musulmano e oggi sono un cittadino (americano, ndr) musulmano. Questi sono gli Stati UNITI d'America.

Come sottolinea il Washington Post, sebbene nell'attuale MLS non militi nessun giocatore proveniente dai sette Paesi inseriti nel decreto, ci sono due calciatori che li rappresentano: uno è Steven Beitashour, centrocampista del Toronto nato in California del Nord da immigrati iraniani (di fede cristiana e musulmana), che ha partecipato al Mondiale 2014 con la maglia del paese medio-orientale; l'altro è l'attaccante dei Columbus Crew e dell'Iraq Justin Meram, proveniente da Detroit e di fede cristiana. Nessuno dei due corre rientra tra i soggetti colpiti dalle misure volute da Trump, sono cittadini americani a tutti gli effetti. Ma il nuovo approccio del governo Usa rischia di far passare il messaggio che certi tipi di stranieri non siano benvenuti.

La stessa Nazionale capitanata da Bradley, d'altra parte, è ricca di quelli che noi chiameremmo "oriundi": Jermaine Jones (Germania), Benny Feilhaber (Brasile), Juan Agudelo (Colombia), ma anche Jozy Altidore (la cui famiglia viene da Haiti), Jorge Villafana (di origini messicane) e Sebastian Lleget (di radici argentine). Poi ci sono Sacha Kljestan e Darlington Nagbe. Il primo ha sfidato sabato in amichevole la selezione "sperimentale" (assenti tutti i big) della Serbia, terra natia del padre:

È per questo motivo che sono molto favorevole agli immigrati e sono abbastanza disgustato per come stiamo gestendo la questione, non certo come Paese, ma alla Casa Bianca. La situazione è dura, ma rimango ancora ottimista sul fatto che il presidente Trump farà un buon lavoro. Sono rosso, bianco e blu nel midollo. Troppo ottimismo? Non vedo altre soluzioni. Non sono mai stato una persona negativa, ho solamente fiducia nel futuro.

La vicenda personale di Nagbe, centrocampista dei Portland Timbers di origini africane (suo padre Joe è stato capitano della Liberia), è ancora più vicina a quella delle tante persone che hanno chiesto asilo agli States:

Sono stato anche io un rifugiato, mia madre lo era. Capisco il dolore che le persone coinvolte stanno vivendo in questo momento. Venire in questo Paese è stata una delle migliori cose che ci potesse accadere.

Darlington Nagbe, nazionale americano di origini liberiane

All'alba del decreto Trump, i timori si sono addensati anche sul Deferred Action for Childhood Arrivals, il programma voluto dall'ex presidente Obama per garantire protezione temporanea dall'espulsione e permessi di lavoro ai figli di immigrati clandestini. Alcuni di questi ragazzi fanno parte infatti delle accademie giovanili della Major League, anche se il loro numero è al momento imprecisato. In questo periodo, inoltre, la USSF (la Federcalcio americana) sta valutando l'ipotesi di ospitare i Mondiali del 2026, magari in coabitazione con Canada e Messico. Lo stesso numero uno della USSF, Sunil Gulati (nato in India), aveva però già paventato quest'estate il rischio di rendere "un po' più complicato" il discorso con i messicani, nel caso in cui Trump fosse stato eletto (basti ricordare il famoso muro al confine propagandato in campagna presidenziale). Ma è la stessa FIFA che potrebbe storcere il naso di fronte alla candidatura americana, proprio sulla base del discusso atteggiamento degli Stati Uniti sul tema dell'immigrazione.

La questione è delicata e non riguarda ovviamente solo il calcio. Solo per fare un esempio, il mezzofondista britannico di origini somale Mohamed Farah (quattro volte campione olimpico) ha espresso il timore di non poter tornare liberamente nella sua residenza statunitense:

Il 1° gennaio la Regina mi ha insignito del titolo di Cavaliere del Regno, il 27 dello stesso mese Donald Trump sembra avermi trasformato in uno straniero. Negli ultimi sei anni ho vissuto in America, lavorando duramente, pagando le tasse e crescendo i miei figli in quella che loro chiamano casa. Ora a me e a molti altri come me, ci è stato detto che non siamo più i benvenuti.

Mohamed Farah, campione olimpico britannico con origini somale

Lo scenario tratteggiato da Farah potrebbe estendersi a qualunque sport praticato negli Usa. Ma il calcio assume in questo senso un valore ancor più simbolico. Il Washington Post riporta a tal proposito le parole di Andrei Markovits, professore alla University di Michigan:

L'isolamento degli sport del Nord America si è infranto e questo vale prima di tutto nel calcio. Gli Stati Uniti non sono una potenza nel calcio e sono quindi ancora più dipendenti da un discorso globale.

La Nazionale, come abbiamo visto, è un perfetto esempio di come il melting pot sia ormai congenito per ogni aspetto sociale della vita americana. E il calcio ne rappresenta, forse prima di ogni altro sport, la massima esaltazione.

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