A tutto Cafu, il Pendolino col sorriso: "Istanbul? Vi dico tutto"

Usa 94, Ronaldo, la Roma e la finale di Istanbul col Milan: Cafu si racconta in un'intervista a 442. "Contro i Reds a fine primo tempo stavamo già pensando dove andare a festeggiare"

Cafu

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Su e giù. Pendolino dal moto incessante. Avanti e indietro per la fascia destra, zona di campo e metafora di vita. Quella di Marcos Evangelista de Moraes, noto a tutti come Cafu. Un vincente, sempre col sorriso. E un terzino eccezionale, soprattutto. Tanti i suoi trionfi, poche le sue sconfitte. Inizio al San Paolo nel 1989, fine al Milan nel 2008. Di mezzo, però, un'esperienza in Spagna e una marea di sgroppate con la Roma. E adesso, com'è la vita di Cafu?

Sono ancora molto in forma. Grazie alla mia fondazione gioco tante partite di beneficenza.

Sul pezzo, Marcos. Anche in questa intervista rilasciata a FourFoutTwo, rispondendo alle domande poste da alcuni lettori. E si spazia in lungo e in largo: dal Mondiale del 2002 col Brasile alla tragedia sportiva di Istanbul in maglia rossonera. Ma le prime domande sono dedicate alla sua giovinezza, tra un provino e l'altro in giro per la sua nazione:

Non mi sono mai arreso. Sì, all'inizio il San Paolo mi bocciò. Torna fra qualche mese, mi dissero. Nel frattempo giocai con la Itaquaquecetuba, prima esperienza. Poi, arrivò una bella amichevole contro il San Paolo. Giocai bene. E mi presero, finalmente. Ho iniziato a centrocampo, poi un giorno Tele Santana - il mio allenatore - mi spostò terzino destro. Non è stato facile, sia chiaro. Ma quando Paulo Roberto Falcao mi convocò in Nazionale nel 1990, allora capì: Santana aveva ragione.

Con la maglia del Brasile

Già, il verdeoro. Con 2 Mondiali alzati al cielo e una finale persa. 142 partite con il Brasile e tante emozioni con la C al braccio.

Ah, il 2002: Yokohama Stadium, avevo il mondo tra le mani. L'ho vinta da capitano. Mentre l'alzavo al cielo avevo in testa tutta la nazione, la mia terra: la gente di Jardim Irene, il municipio di San Paolo dove sono cresciuto.

Vittoria nel 2002, consacrato nel 1994: quando, in virtù dell'infortunio di Jorginho, disputò da protagonista la finale vinta ai rigori contro al Mondiale USA contro l'Italia.

Lo ammetto: all'inizio della manifestazione ero nervoso. Non stavo giocando molto. Poi, in finale, Carlos Alberto Parreira mi si avvicina: 'Marcos, Jorginho non ce la fa: tocca a te'. 'Chi, io': risposi così. Feci un bel respiro e dissi al mister: 'Sono pronto'. Fu speciale. Quanto aspettai quell'occasione, lo so solo io. Sì, giocai anche contro gli Stati Uniti, in un caldo torrido. E dieci minuti della semifinale contro l'Olanda. Ma l'ultima partita, che sapore. Ah, non sarei stato pronto a calciare il rigore: gli 11 metri non erano tra i miei punti forti.

Bene, e 4 anni più tardi: nel 1998? Cosa accadde realmente prima della finale contro la Francia:

'Il cuore batte tranquillo, siamo il Brasile e dobbiamo fare l'unica cosa che sappiamo'. Giocare al pallone. Dichiarai questo prima del Mondiale. Ma nella finale la Francia meritò. Prima, invece, tanta paura: Edmundo vide Ronaldo sdraiato sul letto e Roberto Carlos era sdraiato a fianco con la tv accesa. Aveva la cuffia e non si era accorto di niente. Il Fenomeno era viola. Poi Cesar Sampaio lo salvò, scena agghiacciante.

Cafu nella finale del 1998 contro la Francia

Un giocatore eterno, come la sua Roma. Dal 1997 al 2003. Con un unico soprannome: Pendolino. Avanti e indietro per l'Olimpico, un treno:

Vero, ero proprio una locomotiva. Non mi fermavo mai: è stato un periodo pazzesco. Forma strepitosa. Mi sentivo velocissimo, con le gambe e nella mente. Quel soprannome fu proprio azzeccato.

Cafu in un derby contro la Lazio

Poi il passaggio al Milan, nel 2003. Anche se il Giappone rappresentò una tentazione difficile da rinunciare, ma prevalse la passione e il desiderio di rimanere al top:

Avevo un pre-contratto con Yokohoma e loro mi avevano già mandato parte dei soldi. Ero convinto di andare lì, avevo 32 anni e stavo pensando al futuro, al mio ultimo contratto da professionista. Il Milan mi disse che mi voleva, 15 giorni prima della presentazione in Giappone. Non sarei riuscito a convivere con me stesso se avessi rifiutato un club come il Milan.

Perché se avesse voluto divertirsi, Cafu avrebbe detto no al Milan:

Sono stato titolare per 3 anni e mezzo: se avessi voluto riposare, Carlo Ancelotti avrebbe detto: “Nooo, Marcooo..."

Impossibile dimenticare la disfatta di Istanbul, anche se due anni dopo il Milan e Cafu si vendicarono del Liverpool nella finale di Atene:

Segnammo tre gol contro una delle squadre più preparate a livello tattico che io abbia mai incontrato e ci rilassammo. Quando subimmo le prime due reti avvertimmo lo schiaffo, poi dopo la terza non potevamo semplicemente credere ai nostri occhi. Una volta arrivati ai rigori, capii che era già persa. E devo ammetterlo: a fine primo tempo, negli spogliatoi, stavamo già festeggiando.

Cafu in festa con i compagni del Milan nella finale di Atene

Ma è giusto parlare di vendetta?

Non abbiamo pensato a nessuna vendetta, per niente. Il Milan era un team con molta esperienza. Io avevo 36 anni, Maldini 38, Costacurta 41 e Serginho 35. Sapevamo che era la nostra ultima chance per vincere quel trofeo, ma eravamo molto calmi. 

E poi il rapporto col presidente Berlusconi. Tra Milanello, feste e consigli:

Il presidente ha coccolato me e la mia famiglia: poi desiderava che realizzassi una speciale accademia  per i terzini a Milanello. Sono andato a una delle sue feste, ma era in un ristorante: è un “personaggio”. Io lo chiamavo ‘il dottore’. Amava i giocatori brasiliani. La sua vita privata è la sua vita privata. Con noi era come un padre. Conosceva molto il calcio e dava dei suggerimenti preziosi.

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