WRC, Rally di Monte Carlo: quell'imprudenza che uccide la poesia...

Il film dell’85° Rally di Monte Carlo raccontato da Lucio Rizzica.

Ogier

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Diceva Fernando Pessoa che 

i sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti sono quelli assurdi: l'ansia di cose impossibili, proprio perché sono impossibili, la nostalgia di ciò che non c'è mai stato, il desiderio di ciò che potrebbe essere stato, la pena di non essere un altro, l'insoddisfazione per l'esistenza del mondo.

A rivederlo a mente fredda, il film dell’85° rally di Monte Carlo regala emozioni di diverso sapore. E a provare a rileggerlo attraverso Pessoa può essere una chiave interessante per fissare nella memoria alcuni flash di questo primo assaggio della stagione WRC. Sébastien Ogier ha sicuramente vissuto sin dalla vigilia l’ansia di cose impossibili, e più di lui l’ha vissuta di certo Malcom Wilson, il boss della M-Sport, un team fondamentalmente privato che tanta da anni di opporsi allo strapotere delle case ufficiali e che dal 2012 non vedeva un suo pilota salire sul gradino più alto del podio di una tappa iridata. Ma Sébastian Ogier sembra nato per rendere semplici le cose impossibili e il miracolo s’è avverato.

Ogier ha festeggiato il suo quinto Monte Carlo, il quarto consecutivo, dimostrando di essere ancora il numero uno, l’uomo da battere. Quello che non è mai stato invece Jari-Matti Latvala, che in quindici anni non è mai andato oltre il secondo posto finale. C’è riuscito due volte, ma gli è sempre mancato il quid del vincente. Quel quid che una sfida nuova al volante di una Toyota può aiutarlo a trovare. Ora o mai più. Anche se non sarà mai un Ogier. E questo lo sa anche lui.

La nostalgia di ciò che non è mai stato è quella che da sabato notte si è impadronita di Thierry Neuville e di una Hyundai quasi perfetta. Salvo quella sbavatura che al km. 13,8 della Bayons-Breziers 2 lo ha spinto dritto contro un paletto posizionato sul bordo della strada, battendo contro il quale ha danneggiato la sospensione e gettato via un rally che stava conducendo con autorità e cattiveria agonistica. Poteva vincerlo questo rally Neuville, e per lunghi momenti sono certo che lo abbia sentito già suo. Per questo al traguardo aveva il volto rammaricato di chi ha perduto qualcosa di prezioso, quacosa che in fondo sentiva appartenergli. Non ancora.

È tutto di Hayden Paddon invece quel desiderio per ciò che potrebbe essere stato e la pena di non essere un altro nel momento peggiore per un rallysta. Quello in cui si consuma una tragedia. Quello nel quale si è impotenti mentre la macchina ti schizza via dalle mani in balìa del ghiaccio e mentre ti preoccupi di salvare te stesso non puoi far nulla per salvare quello spettatore imprudente che si è posizionato là dove non doveva esserci nessuno.

Ecco, in certi momenti vorresti davvero non essere lì, lasciare a un altro quel senso di colpa che non può riguardarti: perché non potevi farci nulla, perché non è stato a causa tua, perché il destino si diverte in modo a volte cinico e doloroso. Che è poi la sostanza propria dell’insoddisfazione per l’esistenza del mondo: un’insoddisfazione che troppo deve alla presenza di stolti e di incauti che meriterebbero un girone dantesco a parte; come gli spettatori che confondono l’incoscienza con il coraggio. E che per una foto accettano un rischio incalcolabile per sé e per gli altri.

E a volte ci lasciano la pelle. E senza giustificazioni. Ma davanti alla tracotanza fatale, anche la poesia si arrende. E si arrendono le emozioni, Pessoa e pure io…

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