Idee, progetti, soldi: il calcio del futuro si giocherà anche in Cina?

Il calciomercato parla sempre più cinese, Oscar e Tevez sono solo gli ultimi colpi milionari. Alla base c'è un piano iniziato dal presidente della Repubblica con 850 miliardi di euro.

Immagine di Hulk in Cina

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Se fino a ieri pensavate che il pallone cinese valesse poco, ora vi dovete ricredere. E anche in fretta. La Cina compra e spende senza limiti, lo yuan è ora la lingua monetaria che si parla nel mercato del calcio. Negli ultimi anni l’odore di rivoluzione cinese si è sentito, adesso il cambio di rotta è netto. Oscar l’ultimo a volare in Oriente, Carlos Tevez il prossimo. L’ex Juventus è pronto a dire sì allo Shanghai Shenhua a circa 722mila euro a settimana. Esatto, dal lunedì alla domenica, uno stipendio da capogiro. Ad affare concluso (siamo alle firme), l’Apache diventa così il giocatore più pagato al mondo. Dietro di lui solo Lavezzi e appunto Oscar. Tutti e tre giocano in Cina.

Tanti soldi e tante idee

La Cina non è l’America degli anni 80/90. Venti e più anni fa, certi campionati erano buoni solo per la pensione. Giocatori a fine carriera, come Pelé, Beckenbauer, Cruijff, firmavano l’ultimo contratto milionario della vita importando le loro magie in terre dove il calcio era ancora poco conosciuto. Oggi invece è diverso: la Repubblica cinese ha buttato giù un piano circa dieci anni fa, per creare da zero un business intorno al calcio. Sono gli investitori che fanno lo spettacolo (tramite grandi campioni), non il fenomeno ultratrentenne e le sue magliette con il dieci dietro le spalle. L’idea è quella di far diventare la Chinese Super League il miglior campionato del mondo.
Tutto sommato parliamo di una Lega giovane, diventata professionistica nel 1994, ma solo nel 2004 nominata Super League con 16 squadre partecipanti. Fin da subito sono stati investiti dei soldi. La rivoluzione ha inizio.
Sei mila insegnanti di calcio tengono lezioni in 20 mila scuole elementari e medie. Si costruiscono campi ovunque, anche nelle province più remote, perché il pallone deve essere prima di tutto uno sport di massa, non per pochi. Il piano prevede che nei prossimi dieci anni ci siano almeno 100mila calciatori di livello per un investimento totale di 850 miliardi di euro. Numeri che mettono spavento.
In campo e in prima linea c’è Xi Jinping, Presidente della Repubblica popolare cinese, grande appassionato di calcio e evidentemente tipo molto orgoglioso. Non gli sono andate giù le pesanti sconfitte in Coppa del Mondo nel 2002 (3 su 3), l’unica volta che la Nazionale cinese ha partecipato al torneo. Poi alcune debacle con selezioni minori, e il ranking FIFA sentenzia: 83esimo posto in classifica, dietro anche ad Antigua e Isole Fær Øer. Il cambiamento è in pieno atto.

Come una mega azienda

C’è un docente di impresa sportiva alla Salford University, tale Simon Chadwick, che meglio di qualsiasi altro studioso ha descritto quello che sta succedendo nel calcio cinese:
Lo sviluppo sta seguendo lo stesso modello dei settori industriali d'oriente. Acquistano aziende e lavoratori stranieri per migliorare le competenze di quelli in patria.
Per esempio la Ledman, sponsor della Segunda Liga portoghese, ha forzato la mano per includere operativamente in alcune squadre dieci giocatori e tre allenatori cinesi. Giocano e "spiano".
Oppure lo stesso Xi Jinping, in un viaggio a Londra mesi fa, dopo aver stretto la mano all’ex premier Cameron si è fatto portare a spasso nel centro di allenamento del Manchester City. Centri all’avanguardia, progetti futuristici, che ora si vogliono importare in Cina dando vita ad un business nel business.
Soldi a più non posso insomma, che arrivano dai più grandi gruppi industriali al mondo. Da Suning, (che detiene la proprietà dell’Inter), all’Evergrande Real Estate Gropup LTD, a Jack Ma e il suo Alibaba. Holding quotate in borsa che ovviamente hanno già in mano alcune delle top squadre del campionato cinese, come il Guangzhou, l’Hebei, lo Shanghai Shenhua e via dicendo. Club zeppi di giocatori strapagati che vogliono fare ancora shopping nei campionati d’Europa. Il futuro del pallone guarda ad oriente?

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