NBA - Inside Hornets-Timberwolves: il gioco di squadra contro il talento

Charlotte gioca da squadra con passaggi, tagli e tiri ben costruiti, Minnesota si affida al talento. Due logiche lontane che regalano una partita appassionante.

Batum e la sua classe contro Lavine e il suo fisico

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Possiamo dire senza timore di smentita che gli Charlotte Hornets siano una squadra molto bella da veder giocare e anche notevolmente efficace. Nella partita che andiamo a passare sotto la lente d'ingrandimento si sono trovati davanti una squadra altrettanto bella (offensivamente) ma che ora è davvero un cantiere aperto e sta cercando la propria identità tra l’incredibile quantità di talento a disposizione, ovvero i Minnesota Timberwolves. Nella partita dello scorso sabato, vinta dai Timberwolves in overtime per 125-120, non sono mancati spunti e spettacolo.

L'energia vitale di MKG

Michael Kidd-Gilchrist e Cody Zeller: i sottovalutati

MKG, come viene chiamato nell’ambiente Hornets, è semplicemente un elemento imprescindibile per Steve Clifford. La sua intensità è contagiosa e sebbene non sia un’arma particolarmente pericolosa dal perimetro, non averlo in campo diminuisce ogni statistica difensiva della squadra. Basti vedere come ha marcato ai limiti delle possibilità umane LeBron James in single coverage nell’ultima partita contro i Cavs per accorgersi della sua importanza. Nello scontro con i Timberwolves lui e Cody Zeller hanno da soli superato l’hustle di tutti i Timberwolves, recuperando palloni ormai persi e mettendo in campo un’intensità difficile da arginare. 

Zeller si è mosso nelle pieghe della partita, prima facendo il lavoro sporco e poi sfruttando nel secondo tempo gli spazi creati da un Kemba Walker che aveva ritrovato il feeling con il canestro dopo un primo tempo da due punti e tre falli. MKG è presente in tutti i primi sei migliori lineups degli Hornets, mentre Zeller è nei primi due significando chiaramente che in una squadra vincente c’è chi deve suonare i pianoforti e chi deve spostarli, ma anche questi ultimi non possono mancare.

L'arte del passaggio di Kemba Walker

I passaggi degli Hornets

Proprio a proposito di suonatori, Steve Clifford ha a disposizione tantissime mani in grado di creare pericoli personalmente o di squadra. Gli Hornets sono la seconda squadra della lega dietro ai Warriors per assits/turnover ratio con un +2.11 di tutto rispetto e sono la terza squadra per media di assist a partita dietro ai soliti Warriors e ai Celtics. Non è un caso che per due di queste tre che non possono usufruire di quattro all star, ci sia dietro la mente di due notevolissimi allenatori (Clifford e Stevens). La promozione in quintetto di Kaminsky con l’infortunio di Williams e già caldeggiata durante gli scorsi playoffs da Jordan, ha dato una linfa diversa alla squadra che quando mette in campo contemporaneamente lui, Batum, Walker e magari Belinelli è veramente uno spettacolo per gli occhi. La second unit degli Hornets, di cui fa parte anche l’eccentrico Spencer Hawes, ha letteralmente dominato offensivamente anche i quintetti particolari di Thibodeau trovando spesso conclusioni aperte e ampi parziali. Hand off, pick and roll giocati a quattro effettivi e letture rapide e precise sono gli ingredienti per un attacco che ha in Kemba Walker il fromboliere, ma che come testimonia il primo tempo, non ha sempre bisogno dei suoi punti per produrre buoni tiri e grandi bottini offensivi.

Le difficoltà di Ricky Rubio

Thibodeau cosa te ne fai di Rubio?

È veramente difficile trovare una collocazione proficua per Ricky Rubio in questa squadra. Sembra evidente che pur avendo in mano le chiavi della squadra dal punto di vista della regia, non si sposi affatto con il tipo di gioco del proprio allenatore, in una NBA che richiede ciò che lui non ha mai avuto e sembra non poter avere mai: il tiro da fuori. Nonostante la tripla aperta dall’angolo nel finale che ha riportato le squadre a un possesso di distanza prima dell’overtime, la sua cronica inefficacia nel pick and roll quando la difesa passa dietro e la non capacità di punire mai nei tiri piazzati lo rende vulnerabile e una pedina battezzabile a ogni possesso. Non è un caso che quando sia entrato Dunn dalla panchina, il ritmo sia cambiato, un po’ per la voglia forsennata di attaccare (non senza qualche forzatura) da parte del rookie, ma anche per una belluina pressione difensiva e una gestione più ad alto voltaggio che maggiormente si adatta alla fisicità di un roster che più può distendersi e meglio rende.

Minnesota e la sua voglia di correre

Minnie cantiere aperto, ma per quanto ancora?

In questa partita hanno vinto dopo un overtime battendo una signora squadra come Charlotte, ma è stato uno dei rari sussulti di questa stagione che sino ad ora non ha visto particolari miglioramenti dalla truppa di Thibodeau. L’impressione che lascia questa partita è di una squadra molto talentuosa, futuribile e forte che dovrebbe pensare concretamente a un movimento addiction by subtraction, ovvero aggiungere qualcuno tramite uno scambio che sia sulla carta meno forte di ciò che si cede, ma più propedeutico al sistema. L’intelaiatura difensiva non è da squadra di Thibodeau perché gli aiuti in vernice arrivano sempre con un secondo di ritardo e difficilmente c’è un hustle play che cambi il ritmo. A ricicure l’ultima fuga avversaria sono stati Dunn e Aldrich, con il secondo che è stato semplicemente perfetto nelle chiusure difensive che hanno lanciato le transizioni. Aldrich potrebbe portare le borse di Dieng se ne facciamo un fatto di talento e prospettiva, ma in questo caso un giocatore come lui e magari un figlio minore di Kidd-Gilchrist potrebbero essere ciò che farebbe svoltare la vita dei Timberwolves, sacrificando magari un po’ di talento puro. L’impressione è che con questa strutturazione sia dura pensare di diventare una squadra solida e affidabile nel breve periodo.

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